HomeL'editorialeIl punto di vistaAmphora. Un contenitore per chi nel vino ama sognare.

Amphora. Un contenitore per chi nel vino ama sognare.

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Kvevri per i georgiani, Amphora per i romani, contenitori non dissimili, forse gli unici possibili per quelle ere. Ere non anni, perché molto antecedenti l’anno zero cristiano. L’archeologia enòica parla di rinvenimenti tra il 5000 ed il 6000 AC.

Ad oggi ci sono ancora tante discussioni su dove sia stata per prima addomesticata la vite, Georgia, Grecia, paesi caucasici. Non è di questo che vogliamo parlare però, non della storia del vino.

Anfore, parliamo di anfore, umile contenitore utilizzato nei millenni per conservare ogni genere di cibo, liquido o oggetti. Ce ne interessiamo perché oggi l’anfora sta rientrando nelle cantine, dopo anni e anni di disboscamenti dei più bei querceti francesi e croati al fine di omogeneizzare quanto la natura avevo differenziato, regalandoci nebbioli, aglianici e sangiovesi. Una meravigliosa, diffusa omogeneizzazione cosi rassicurante che il vino è divenuto un muto compagno di frettolosi aperitivi. Giustamente muto, volutamente muto, da non disturbare, da non essere prima donna, da non richiedere attenzione e non divenire argomento di discussione. Se un bicchiere di vino deve essere compagno di tutti, amico di tutti, forse ho bisogno che non sia invadente, che non sia troppo spigoloso, che non richieda attenzione, ma piuttosto che sia profumato, morbido, caldo e avvolgente, rassicurante nella sua estetica così classica ed equilibrata.

Qualcosa però cambia, cambia perché qualcuno tra i produttori ha ragionato più di quanto il mercato chiedeva, ha puntato i piedi quando invece il mercato voleva si camminasse in fila lungo i sentieri del denaro. E per fortuna nella storia dell’uomo qualche eroe c’è sempre.

E allora si cerca di capire ragioni e motivazioni, e allora si sperimenta, si sbaglia e si riprova, sempre rigorosamente una volta l’anno, e addio ai soldi. Ma laddove ci sono i sogni i soldi per fortuna si dimenticano.

Anfora, torniamo a lei. I georgiani la usano secondo tradizione per i loro vini, fermentazione ed affinamento in Kvevri interrati, Ma Francia ed Italia l’hanno dimenticata. Il nuovo mondo del vino forse non l’ha mai conosciuta.

Qualcuno, seguendo i sogni e le anarchie enologiche vuole capire, vuole una alternativa a quanto forse è sfuggito di mano e allora studia e ragiona, e sperimenta le anfore, le diverse tipologie e le diverse metodologie e magari vinifica i bianchi sulle bucce, perché è li che risiedono i lieviti, perché da lì nasce tutto. E come sempre succede, qualcosa accade. Il vino acquista energia, il vino acquista colore e luce e invecchia giovane, un grande della musica italiana diceva “ci vuole scienza, ci vuol costanza, ad invecchiare senza maturità”, forse è una frase adatta a quanto accade.

Affinamento senza condizionamenti, affinamento senza cessioni, ossigenazione senza terziari omologanti. Il frutto che continua a vivere, il vitigno che sopravvive all’invasione lignea, e che può esprimere la sua maturità dopo aver respirato senza condizionamenti.

Magari c’è necessità di una nuova estetica, magari bisogna dedicargli attenzione. Come quando passando dalla classica al jazz avvertiamo un fastidio, dovuto a quella mancanza di simmetria che è invece la sua grandezza.

Forse una visione poetica, certamente di parte, ma sicuramente una riflessione provocatoria, perché la provocazione può generare quella riflessione di cui c’è bisogno oggi parlando di vino, un vino che è diventato prodotto più che espressione e mercato più che identità.

Allora grazie ai Joly, ai Gravner, agli Occhipinti e a tutti coloro che sognano.

di Massimo Amoroso

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