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Arriva la prima pasta totalmente tracciata.

Pastabanner

E’ Irpina la prima pasta totalmente tracciata dal seme all’agricoltore, dal campo e particella al mulino e da questi al pastificio.
E’ un’idea che nasce da molto lontano e che non avrei mai pensato spettasse proprio a me narrarla nei minimi dettagli, nell’interezza della sua bellissima storia.
Nasce, manco a dirlo, in quella Campania della quale si fa presto a dir male se si vuol fare audience, se è l’ascolto che regna sovrano assieme alle sue becere meccaniche basate sul “panem et circenses” cui buona parte dell’informazione si è ormai adeguata.
I recenti ripetuti attacchi al Consorzio della Mozzarella di Bufala Campana DOP e al prodotto, che rappresenta uno dei tre prodotti italiani più venduti al mondo, sono l’ennesima testimonianza di come si faccia presto a imbastire un servizio nel quale la realtà ne esca uti proprio, anzi uti programma.

Ma torniamo alla pasta. Tutto nasce da un’idea, anzi da un destino di un luogo.
L’alta Irpinia, terra di confine tra la Campania, la Capitanata e la Lucania è ed è stata da sempre area a grande vocazione cerealicola. Questo era il territorio, assieme alle regioni limitrofe definito il “granaio d’Italia”.
Qui si coltivavano grani duri di pregio, idonei alla pastificazione ed alla panificazione.
Tra questi un grano duro capriccioso, poco redditizio sotto il profilo delle quantità e ad alto rischio. Il Senatore Cappelli.
Proprio questo frumento duro (derivato da delle ibridazioni ad opera di Strampelli delle quali potete leggere su questo articolo di Dari Bressanini QUI), come molti altri che si coltivavano sino agli anni cinquanta dello scorso secolo, aveva infatti proprio tali due aspetti negativi.
Dava poco prodotto e “allettava” facilmente a causa della sua notevole altezza che raggiungeva anche il metro e sessanta centimetri!
Tale ultima caratteristica faceva sì che, in presenza di forti grandinate o tempeste estive, lo stesso si piegasse definitivamente con la conseguenza di comportare la perdita totale del raccolto.
Negli anni cinquanta, poi, cominciarono a comparire grani sempre più bassi e con spighe più corpose ed il Senatore Cappelli ed altri finirono con lo sparire per cedere il posto al Capeiti-8, Patrizio-6, Appulo, Creso, Iride, “Val”, “Castel”, Simeto e tanti altri. Destino che era già toccato a grani duri prima del Senatore Cappelli.

Nel 2010, nell’ambito dell’attuazione del Programma LEADER (giunto alla sua quarta fase) il GAL CILSI (Centro di Iniziativa Leader per lo Sviluppo dell’Irpinia) organizzò una riunione con una ventina di agricoltori dell’area del Formicoso con l’intenzione di creare una filiera che partendo dal produttore giungesse sino al prodotto. Obiettivo il grano duro più vecchio recuperabile che si coltivava nell’area. L’idea era quella di fare il pane di semola rimacinata che ancora oggi si fa in Alta Irpinia.
All’incontro partecipò anche un ricercatore del Centro di Ricerca per la Cerealicoltura di Foggia (luogo dove Strampelli aveva ottenuto il Senatore Cappelli!).
Io ero lì. Ricordo l’entusiasmo che catturò molti degli amici contadini presenti. Di come si parlò del recupero di questo grano, del pane fatto con esso.
Già! La pasta non era stata nemmeno immaginata.

Poi venne la semina e il raccolto e con esso un grano magnifico, puro, senza alcun indice tossico come spesso accade ai grani che importiamo dall’estero. Si provò a fare il pane e nacque il Consorzio degli agricoltori recante il nome FAI (Formicoso Alta Irpinia).
Tredici uomini innamorati della propria terra fecero rivivere un prodotto ormai scomparso.

Fu allora che il GAL CILSI, attraverso il suo Presidente Prof. Agostino Pelullo e il Coordinatore dott. Mario Salzarulo, cominciò a chiedersi cosa si poteva fare di più per renderlo realmente remunerativo per gli agricoltori.
Se ne parlò e venne l’idea della pasta. Una pasta che fosse unica. Che mettesse in primo piano i luoghi e le facce di chi coltivava il grano, di chi era responsabile del prodotto finito.
Chiesi a Pietro Parisi consiglio, ed egli da innamorato dei contadini ci introdusse al Pastificio Le Gemme del Vesuvio.
Lì la famiglia Fornaro, sia il papà che Arcangelo, e il grande Antonio Marchetti ci aprirono porte e cuori.
Nel frattempo i grani furono portati al Mulino De Vita che garantì una molitura a ciclo unico solo per la partita del FAI e da lì al Pastificio Le Gemme del Vesuvio.
Poi venne il giorno che nacque la pasta!
Quella fatta dal pastificio Gemme del Vesuvio con le farine molite dal Mulino Marino con il grano delle Aziende Agricole Clani Lucia, Montemarano Giuseppina, Menna Pietro, Codella Leonardo, Montemarano Maria Grazia, Solazzo Pasquale, Ciccarella Vincenzo, Di Salvo Angelo, Luongo Vito, Del Buono Filomena, Lardieri Maria, Imbriani Angela, La Penna Antonio.
Domenica 7 luglio 2013, presso il Castello Ducale di Bisaccia, si terrà un laboratorio di degustazione della pasta del FAI. Lo Chef Pietro Parisi cucinerà ed io avrò l’onore di condurlo.
Presto questa pasta sarà sulle tavole di tanti Chef, ai quali chiedo di sostenerla, di appassionati e spero di tanti italiani.
Potranno vedere il volto di chi ha cresciuto il grano e lo ha raccolto, il luogo e la particella dove si è imbiondito, il mulino che lo ha macinato e il pastificio che lo ha fatto. E a farlo per primi saranno stati i Sanniti Irpini.
Recita un verso della poetessa Mariangela Gualtieri “…si faccia avanti chi sa crescere il grano. Cominciamo da qui”.

di Giustino Catalano

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