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Benvenuta follia. La melanzana pazza cilentana.

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La melanzana pazza cilentana, meglio conosciuta come “mulignama paccia” per via del suo colore rosso, è divenuta negli anni l’emblema di questa parte della provincia di Salerno.
Coltivata all’interno del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, soprattutto nei territori del Comune di Caselle in Pittari (Sa), questa melanzana racconta ai posteri la storia di queste genti dal sentimento slow, quasi “sudamericano”, dal momento che furono proprio i primi emigranti Cilentani al ritorno dal Brasile e da altre nazioni dell’America Latina a portare qui i primi semi di questo singolare ortaggio.
Tanta era la voglia di questi uomini di raggiungere l’America Latina che nei primi decenni del novecento alcuni pescatori Cilentani, precisamente di Marina di Camerota (Sa), si spinsero al punto di usare persino una barca a remi per raggiungere quel continente.
La cosa più singolare è che non la utilizzarono solo per raggiungere il Venezuela, ma da quella nazione fecero anche ritorno con la stessa barca.
Barca che oggi è conservata nella cittadina della costa Cilentana, dove persino la piazza principale è intitolata all’eroe Venezuelano Simon Bolivar, e, manco a dirlo, il piatto di “tradizione” è un piatto di origine sudamericana.
Proprio in questo particolare contesto la mulignama paccia venne coltivata all’inizio dai contadini con molta diffidenza, tanto da guadagnarsi il nome di “gilormu”, appellativo che prima di allora era riservato, come soprannome, solo ai più “brutti” del paese.
Si tratta in buona sostanza del termine con cui gli anziani cilentani indicavano oggetti “informi”, sconosciuti ai più, tuttavia nuovi, quasi d’avanguardia, ma dall’utilizzo incerto e, per questo stesso motivo, inutili.
Tuttavia la melanzana pazza ebbe il suo momento di gloria negli anni quaranta e cinquanta dello scorso secolo, quando ancora i supermercati non avevano standardizzato gli usi e costumi della nostra società, adeguandosi facilmente ad una cucina semplice, fatta per lo più di ortaggi.
Proprio come quella filosofia alimentare che lo scienziato americano Ancel Keys, definì Dieta Mediterranea, mettendola a punto solo dopo aver partecipato agli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale, che lo portarono appunto in provincia di Salerno, proprio in quella stessa provincia dove ritornò a vivere una volta terminata quella guerra, presso la cittadina di Pioppi (Sa).
Un sapore decisamente forte e d’altri tempi, quello della mulignama paccia, accompagnata dalla fama di essere “amara”, proprio come quella stessa terra in cui viene coltivata, dove persino le pietre sembrano nascere spontaneamente, riprodursi all’infinito, come raccontava un esperto scalpellino locale, intento ogni anno a tirar fuori pietre dal suo orto, che lui stesso scherzosamente riteneva nate durante l’ultimo raccolto.
Vero è che questa melanzana sopravvissuta illesa alle manipolazioni genetiche conserva in sé tutte quelle caratteristiche primordiali quasi “selvatiche”, di un’agricoltura pura, dove l’unico sostegno alle piante sono ancora il concime naturale e l’acqua attinta dal proprio pozzo.
La nota rustica, leggermente aspra, che contraddistingue la melanzana paccia scompare subito dopo averla immersa in acqua salata, avendo cura di cambiarla due, tre volte per evitare che l’acqua si saturi e non assorba più quell’umore, inoltre questi passaggi serviranno a disperdere i numerosi semi in essa contenuti.
Una volta fatto questo, la melanzana rossa è pronta per qualsiasi utilizzo, anche se la tradizione cilentana la vuole rigorosamente cucinata assieme al pomodoro fresco appena raccolto, come del resto quasi tutto in questa terra, quasi a diventare piatto unico, cibo dove immergere il pane, roba per veri contadini. Conservando intatta l’idea di questo prodotto, “u gilormu” può diventare un ottimo aperitivo preparandolo semplicemente a funghetto come spesso si fa per le normali melanzane, aggiungendo durante la cottura delle melanzane dei peperoni cruschi qui detti “corna di capra” per via della loro singolare forma, adagiando il tutto, una volta ultimata la cottura, su di una fetta di pane integrale cilentano cotto a legna e profumando il piatto con una fogliolina selvatica di erba nepetella, onnipresente in tutto il Cilento.
Un aperitivo preparato soltanto con prodotti che parlano il dialetto di questa meravigliosa terra.
Negli ultimi anni, la mulignama paccia sopravvive soltanto nei ricordi di chi da piccolo la consumava in tavola con la propria famiglia, di chi la coltiva ancora, ma solo come mero folklore, di chi ne ha solo sentito parlare dai nonni, di chi, vero appassionato la cerca sino al punto di diventare davvero matto. Sembra non esserci più spazio, oggi, per questa gustosa “paccìa” (follia), che ha mosso persone a diventare global, con più di un secolo d’anticipo.

di Gianni Ferramosca

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