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Dalle Langhe al futuro: incontro con Gian Luca Colombo e Francesco Versio

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Se il miglior modo di costruire il futuro per un giovane è confrontarsi con la storia e la tradizione, allora si capisce molto bene come mai le ultime due edizioni del Premio Giulio Gambelli, promosso dalla ASET, da assegnare a giovani enologi al di sotto dei trentacinque anni, se le siano accaparrate proprio Gian Luca Colombo e Francesco Versio, che operano nella terra dalla vocazione vitivinicola forse più nobile e “storica” d’Italia: le Langhe.

Da Roddi – dove Gian Luca ha messo su la sua Segni di Langa – a Neive – in cui Francesco vive e lavora come enologo sia per Bruno Giacosa che per progetti indipendenti e molto promettenti  – tra i due enologi-amici scorre più di una semplice collaborazione professionale, ma si tratta piuttosto di condividere visioni, proiezioni, persino sogni, che parlano di vino, di rispetto della materia, di esaltazione dei vitigni d’origine, di appartenenza inequivocabile a un territorio e alla sua storia.

Sono proprio questi i principi attorno ai quali si articola il premio in memoria di Giulio Gambelli, consulente e vera guida delle più importanti aziende toscane nell’insegnare loro limiti e potenzialità del Sangiovese, e che i due giovani enologi piemontesi hanno saputo interpretare in maniera lampante.

Ciò che più colpisce è l’entusiasmo con il quale Gian Luca e Francesco accolgono la nostra “sete”, reale e metaforica, pronti a svelarci le loro creazioni e a rivelarci le proprie aspettative, i propri dubbi, le speranze e il desiderio di apertura e confronto con chi vorrà assaggiare i loro vini.

Pur potendosi già fregiare di esperienze professionali di alto livello e di riconoscimenti autorevoli, non ultimo il premio in questione, Gian Luca e Francesco condividono con Gambelli non solo i criteri della vinificazione ma anche quelle doti di semplicità, serietà, modestia e rispetto che chi conobbe il grande “bicchierino” ritrovò sempre nella sua persona.

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A contare i calici levati ci si perderebbe, grazie anche alla disponibilità di Alfredo Leoni di Top-Wine, da sempre sostenitore di piccoli produttori validi e promotore della bella occasione, che prende l’avvio proprio dalla cantina di Segni di Langa, dove Gian Luca Colombo fa nascere le sue creature.

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Il Pinot nero è stata e continua a essere una delle sue più importanti sfide, dalla quale ha preso proprio avvio la sua avventura imprenditoriale.

Stupito e curioso di capire come andrà a finire, è febbrile nel proporci questo Pinot 2015 direttamente dal fusto, nel quale ha ancora perfettamente serbato un frutto esuberante e che addirittura porta a fantasticare, per l’estrema bevibilità, di un vino da tappo a vite, che rinfresca e dà gioia.

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In una cantina a temperatura controllata, il legno delle botti dà il suo contributo decisivo a determinare l’anima dei vini che verranno, così lo stesso Pinot 2015 – del suo primo vigneto a Barolo – mostra di aver già assorbito le influenze significative che la botte sa conferire nel processo di fermentazione malolattica, mentre la Barbera – altro caposaldo di Segni di Langa, che Gian Luca ha ribattezzato Greta, col nome di sua figlia e che arriva da un vigneto cinquantenario da San Bernardo di Magliano Alfieri – si conferma quel piccolo miracolo di purezza – senza solfiti aggiunti – e il nebbiolo fa promesse importanti che presto prenderanno forma nelle nuove proposte della sua azienda.

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La voglia di far assaggiare è pari a quella di un cuoco che si diverte e si elettrizza all’idea di inventare nuove formule del gusto, forse perché il dna del cuoco è finito in quello del giovane enologo proprio attraverso suo padre, dalle cui mani escono i piatti del ristorante Le Due Lanterne di Verduno, in questa domenica all’insegna della tipicità di Langa.

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Dal carrello degli antipasti, domenicale, festoso e accogliente, piccole gioie del gusto piemontese, con gli immancabili tomini, la battuta di vitello e la lingua con bagnet vert.

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E da qui, dal pretesto di accompagnare le delizie di Langa che arrivano nei piatti, ci si incammina in una degustazione che ci mette poco a diventare confronto, riflessione, terreno di nuove ipotesi.

E da quello che una volta era chiamato “vecchio Piemonte”, dall’Oltrepò Pavese di Montù Beccaria arriva questo pinot nero spumante rosé, letteralmente riportato alla luce da Andi Fausto, instancabile ricercatore di quella che lui ritiene l’unica cura possibile per un mondo sempre sul baratro della perdizione: il ritorno alle origini.

Con ricette e procedure di vinificazione che risalgono a tempi molto remoti rispetto a quelli della storia ufficiale del vino, le sue bottiglie di sicuro non lasciano indifferenti, a partire da questa spumantizzazione realizzata interamente in bottiglia, con la preoccupazione che il vetro potesse esplodere, e con le bottiglie che – secondo quanto raccomandano le cronache antiche – venivano disposte a piramide e lasciate ricoprire dalla neve affinché la temperatura glaciale permettesse poi l’eliminazione dei lieviti, tutto questo prima che Dom Pérignon prendesse il latte materno.

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Dalla stessa uva e dalla stessa creatività alchemica, questo Pinot Nero non ha solo riposato in tonneau dal 2011 ma è addirittura ricavato vinificando ogni terzo d’uva in tre modi differenti – in bianco, con asportazione manuale delle bucce e con pressatura normale – e poi assemblando il tutto, per evitare gli effetti di iperconcentrazione che l’esposizione del vigneto in bassa collina comporta (tant’è vero che nei progetti di Andi Fausto c’è la sostituzione con un altro tipo di vitigno).

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A completare la declinazione del Pinot, ecco la versione di Gian Luca Colombo col suo Langhe Pinot Nero DOC, annata 2013, da un vigneto più che ventennale sito a Barolo, macerato trenta giorni e fermentato in legno, senza interventi tecnologici, che non a caso gli ha permesso importanti riconoscimenti come il Concorso Pinot Nero Alto Adige, giusto premio per un cimento arduo, e per la concorrenza dei vini tradizionali di Langa come Barolo e Barbaresco, e per l’estrema sensibilità del vitigno.

L’approdo in piena Langa, grazie al vino di Gian Luca, coincide con l’arrivo delle espressioni più tipiche della gastronomia locale, che troveranno la giusta esaltazione nelle creazioni vitivinicole di Francesco Versio.

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Tra il ragù con la salsiccia di Bra, i gioiellini dei ravioli del plin e una pioggia di tartufo sui tajarin, si dispiega sulla tavola la dimostrazione di come vino e cucina tipica siano in grado sempre di abbinarsi alla perfezione.

Piatti calorosi, tendenze dolci, intingoli e ingredienti intensi, elementi che necessitano un dialogo serrato con un vino capace di sostenere tale forza, bilanciarne la potenza e nello stesso tempo conservare la propria finezza.

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Ad assolvere il compito ci pensa il Barbaresco che Francesco Versio ha seriamente intenzione di far diventare un vino indimenticabile.

2013 a sinistra, 2014 a destra, due risultati diversi non soltanto per la differenza di tempo che affina, ma anche per l’utilizzo in parte di uva da piante – site a Neive –  più vecchie nel 2013 e che Francesco però ha eliminato per ottimizzare la gestione, e soprattutto perché il giovane enologo non mette becco in ciò che ha da dirgli l’uva, non si preoccupa che il vino assomigli sempre allo stesso modello, gli permette di esprimersi, curandosi del suo equilibrio, della correttezza tecnica e organolettica, ma non ne aggiusta né ne devia la personalità, perciò se il 2013 – grazie anche all’anno in più – sembra proiettare da sé il meglio delle caratteristiche tipiche del Barbaresco, nel bellissimo granata, nei tannini risoluti e nella lunga finezza, il 2014 ha il carattere piacevole di un vino che sta aprendosi al suo domani, ma che è già un individuo formato, con un frutto e una gamma tattile importante.

Da bravo “gambelliano”, Francesco “ascolta” il vino, e lui, che oltre all’enologia ha anche passione e vocazione musicale essendosi diplomato nei conservatori di Cuneo e Alessandria, sicuramente ha l’”orecchio” giusto per coglierne ogni nota.

Se due enologi con meno di trantacinque anni sono in grado di produrre a un tale grado di eccellenza, si può ben sperare nella piena salute del vino italiano, che resta nel solco della propria storia, recupera a pieno la totale importanza dell’uva, e aggiunge quel pizzico di sapienza che il tecnico – con l’umiltà e il rispetto per ciò che la materia prima già gli offre – può mettere a disposizione.

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Così, tanto per confermare quanto questo modello di produzione vitivinicola rispettosa e identitaria funzioni, Alfredo Leoni “estrae” questa Montepulciano d’Abruzzo 2001 di Valentini, che è uscita – ricordiamolo – solo dopo il 2006, anno della scomparsa di Edoardo, la cui influenza vive e prolifera grazie al figlio Francesco.

Valentini ha rivoluzionato la produzione vinicola abruzzese semplicemente credendo nella grandiosa dignità del Montepulciano come del Trebbiano, fidandosi della capacità di questo vino di tenere testa e resistere al tempo alla pari degli altri grandi vini italiani da invecchiamento, tanto che nemmeno il disciplinare del Montepulciano d’Abruzzo , ma neppure quello di un Amarone o di un Brunello, prevedono lassi di tempo così ampi dalla vendemmia all’uscita sul mercato.

Il risultato è un vino che sa essere contemporaneamente robusto e complesso, che non perde affatto la memoria del suo frutto né la freschezza che gli permette di perdurare, oltre al vasto raggio di sentori che il sonno nelle grandi botti gli consente di manifestare una volta stappato.

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La solennità della bottiglia richiede l’arrivo dei rinforzi nei piatti, così non si va per il sottile in fatto di sapori, con una fonduta affollata da scaglie di tartufo bianco di Alba e una tempesta di porcini fritti che intessono un dialogo montano e boscoso con il bicchiere di Valentini.

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Lungo la sala piccola de Le Due Lanterne comincia ad aggirarsi il carrello dei dolci, che fa pendant con quello degli antipasti all’ingresso per ricchezza e opulenza.

La pera cotta nel Barolo, la torta di nocciole tonde gentili IGP, che un’esondazione di crema al Moscato rende irresistibile, il classico dei classici piemontesi, il Bonet, con delle intonatissime castagne lesse sono il più piacevole dei prolungamenti, quelli che trasformano un pranzo in un’occasione di convivialità, quando si va oltre il mero tempo della degustazione e si sconfina in quello del dialogo, dello scambio, della vicinanza tra i presenti.

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La bella atmosfera si irradia del dorato giallo di questo Benedict Loosen Erben del 1976, riesling non secco, in forma sfavillante non solo per la luce ma per le delicate sfumature dolci e di frutta cotta che allietano il finale.

Sul sole che dà il via alla sua discesa, l’incontro con Gian Luca Colombo e Francesco Versio volge a una fine che segna invece l’inizio di un cammino – o meglio un auspicio – che porterà i due giovani enologi a diventare per la Langa ciò che Giulio Gambelli è stato per la Toscana, un pezzo di storia del vino.

E noi saremo pronti a testimoniarlo.

di Sergio Cima

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