HomeTestati per voiPesceGli astici dell’Isola di Miscou.

Gli astici dell’Isola di Miscou.

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Da lontano sembra un accampamento, un rifugio di fortuna, la base di partenza per l’esplorazione di una terra rimasta selvaggia.
Eppure La terrasse à Steve , è uno dei pochi luoghi pubblici dove si può gustare il pescato sull’isola di Miscou, a sud-est del bacino laurenziano, nello stato canadese di New Brunswick.
Steve, che sulla sua terrazza propone l’astice dall’antipasto al dessert, appartiene a una grande famiglia di assai robusti abitanti di quest’estremo lembo di terra proteso nell’Atlantico, e l’idea che ci suggerisce a un primo rapido sguardo è quella della selezione naturale alla quale devono essere stati sottoposti dalla natura nel corso dei secoli i coloni delle zone fredde dell’America.
Ci racconta che all’età di quattordici anni sbarcava il lunario raccogliendo il pescato per vederlo ai campeggiatori.
Verso i diciotto lo ritroviamo a sperimentare in famiglia le varianti alle ricette della tradizione. Dopo avere convinto gli anziani di casa che l’accostamento di astice e latticini è commestibile, Steve si lancia nella ristorazione lenta, spingendosi fino a proporre listarelle d’astice condite con sciroppo d’acero e noce di cocco. In quest’area mitica dell’Acadia americana, dove un solo peschereccio può tirare a bordo circa trecento nasse al giorno, pari a più di undicimila tonnellate l’anno di astice, e quasi un centinaio di barche da pesca movimentano il porto.
Io consiglierei a chiunque di arrivarci via mare all’isola di Miscou.
Allora, vi sorprenderà scoprire come l’oceano si calmi improvvisamente una volta superato il ponte.
Con un po’ di fortuna, entrerete in porto col sole, e là assisterete incantati al valzer dei pescherecci agghindati di grandi boe multicolori destinate alla pesca al largo.
Più della metà dell’astice americano consumato nel mondo viene pescato sulla costa atlantica del Canada tra gli stati dei New Brunswick e della Nouvelle Ecosse: tonnellate di prodotto esportato in tutti i continenti sotto forme diverse di conservazione.
E Miscou è il posto ideale per scoprire tecniche di pesca e di trasformazione: qui potrete parlare con i tenutari delle barche che entrano in porto inclinate e schiacciate nell’acqua per il peso eccessivo della pesca abbondante, o sorprendervi di fronte agli aspiratori immersi a risucchiare il pesce dalle stive stracolme, o anche approfittare dei regali che vi verranno fatti attingendo direttamente dai contenitori colmi di ghiaccio.
Scoperta nel 1534 da Jacques Cartier, Miscou fu da subito colonia di pescatori, in principio baschi.
L’isola era infatti poco frequentata dai nativi che la credevano abitata da un mostro. Pare che il primo colono insediatosi stabilmente sia giunto dal Galles nel 1815, e portasse il nome suggestivo di John Campbell(!).
Oggi ospita una comunità di circa seicento residenti, di lingua francese ma aventi l’inglese come seconda lingua, la maggior parte dei quali impegnati nella pesca di astici, granchi e gamberi.
Solo dal 1996 un ponte di circa due chilometri ha sostituito il traghetto, guidato da cavi di acciaio ancorati alle due rive, che consentiva (non sempre) agli abitanti dell’isola di percorrere il braccio di mare che li separa dal continente.
E, grazie anche al ponte che da pochi anni lega l’isola alla terra ferma, ormai ogni estate autobus carichi di turisti arrivano in questo nulla apparente, attratti dall’idea di gustare il pescato del giorno all’aperto, e nella maniera svelta e senza etichetta che contraddistingue l’abitudine acadiana.
Fino al momento del mio primo viaggio nell’Acadia americana, ossia fino alla scorsa estate, ero di quelli che credono che l’astice sia il marito dell’aragosta. Grazie a Robert Fournier, cultore della civiltà acadiana e capitano dell’Hemingway – una barca di 13 metri costruita sul modello di un battello da pesca (pink) a scopo di diporto – scopro invece che l’astice europeo, così come quello americano, appartengono alla medesima famiglia delle Nephropidae, a differenza di quel Palinurido che è l’aragosta! Tassonomicamente la distanza tra le due specie è simile, giusto per intenderci, a quella che potrebbe esserci tra cane e gatto.
Da Steve ho potuto così imparare a superare la mia naturale deferenza (diffidenza?) verso l’astice, e gustarlo come una vera acadiana, cioè anche a colazione, in omelette. Steve ci ha mostrato i vantaggi della cottura a vapore (25 minuti circa da quando l’acqua inizia a bollire), mi ha spiegato come gustare il liquido nel quale è bagnata la polpa che stiamo per estrarre dal carapace.
In quell’occasione ho dovuto manifestare una certa ingordigia, ma sono stata immediatamente richiamata alla pazienza: mi aspettavano una decina di portate diverse tra le quali un eccellente Gratin de Homard, bagnato di salsa leggermente zuccherina.
Il tutto servito su piatto di carta e accompagnato da vino bianco nel suo bicchiere di plastica usa e getta.
L’astice americano – considerato a torto dagli europei meno gustoso di quello nostrano – è di colore bluastro, con chiazze sul dorso e ventre più chiaro, possiede due paia di antenne – un paio delle quali lunghe ed un altro paio più corte – e due chele, il carapace è liscio ed incavato, ha due spine situate vicino agli occhi. La differenza di habitat dell’astice americano è ragionevolmente posta all’origine di una differenza di gusto tra le due varietà.
Tuttavia, benché non sia del tutto erroneo immaginare l’astice blu pascolare su grandi banchi sabbiosi e argillosi della costa orientale del Canada, sbaglieremmo a giudicare tale condizione come assoluta.
Infatti, se ci spostiamo dallo stato di New Brunswick verso la Nouvelle Ecosse, o lungo la costa settentrionale della Baie des chaleurs, tratti di territorio roccioso lasciano immaginare un’alternanza di condizioni ambientali che spiega le sfumature più o meno erbacee della polpa del crostaceo che hanno fedelmente accompagnato il mio viaggio intorno alla terrazza di Steve.
Viaggio che richiede almeno due settimane ma ve lo consiglio.

di Annamaria Coppola

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