HomeLa pizzaNord - La pizza della domenicaIl giropizza da Berberè a Milano

Il giropizza da Berberè a Milano

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     E così siamo andati da Berberè Milano e abbiamo preso quattro pizze in formula condivisione. Te le portano tagliate in 8 spicchi, una dopo l’altra, intervallate da dieci/quindici minuti di pausa, perché ognuna sia mangiata appena sfornata.

     Il tone of voice del menu rispecchia il posizionamento del locale. Una pizza che pubblico e critica non hanno lesinato di definire gourmet.

Avete presente la famosa citazione “quando non sai cos’è, è jazz”?

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     I funghi sono “di bosco”, le alici di Cetara diventano “acciughe”. Lo storytelling riservato all’impasto è maniacale: 24 ore di fermentazione lenta, a temperatura ambiente, con pasta madre viva, farine semintegrali biologiche macinate a pietra e, dulcis in fundo, “lavorazione non sottile dell’impasto che permette un pieno sviluppo degli alveoli”.

     Tutte cose che piacciono all’esigente platea che ha voglia di qualcosa di croccante sotto i denti, per una volta.

     Tra le quattro, la prima pizza in classifica è la “Viola” (unica pizza non a base bianca o rossa): crema di barbabietola, porri saltati e olive. Note amarognole e note dolci in un matrimonio perfetto. Le olive nere deliziose, solleticano il palato. Buonissima.

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     La seconda classificata è una pizza bianca con patate, asiago d’allevo dop, pancetta, fiordilatte. Il condimento sembra, almeno in parte, omaggiare quello classico della pizza al taglio romana. Il gusto è eccezionale, perché fiordilatte e Asiago sono fusi insieme e quando affondi i denti lì, con le patate che offrono la loro migliore fragranza, puoi solo essere felice.

Le due pizze che ci hanno convinto poco?

     Bianca con zucca cotta al forno, funghi, parmigiano reggiano, fiordilatte e olio alla salvia. I funghi sono talmente “di bosco” che una parte di bosco è rimasta nel piatto. Ramoscelli lunghi 4/5 centrimetri che improvvisamente fanno capolino come spine da un filetto di orata al forno. Sgradevole.

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     E la pizza rossa con salsiccia di Mora Romagnola, pomodoro, pecorino romano e semi di finocchio addirittura sprigiona un odore pungente, quasi insopportabile. La carne è buona, ma il pomodoro non sa di nulla, dolciastro com’è.

     E l’impasto? Preparato con farina di tipo 1 e cotto in un forno elettrico, è croccante e saporito. La notte è trascorsa felice, grazie alle 24 ore di maturazione. Ma il giorno dopo, come spesso succede con queste pizze così perfettine, non ci siamo svegliati pensando ad un’esperienza indimenticabile.

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Ho più di 35 anni, non sono diplomato all’UCLA e non figuro nella lista delle persone più ricche del mondo. Ma ho una vera e propria ossessione per la pizza napoletana. Mi guadagno da vivere con il digital marketing, ma la pancia l’ho “guadagnata” con i carboidrati. Un anno fa ho fondato “Io e Margherita”, il primo account Instagram dedicato esclusivamente alla regina delle pizze (indovinate quale?): per stilare schede, recensioni e pagelle giro per Milano almeno una volta a settimana, forse due, senza posate. Perché ricordate: la pizza va mangiata con le mani.

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