HomeL'editorialeIl punto di vistaIl “Riscatto” d’orgoglio

Il “Riscatto” d’orgoglio

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E’ accaduto.

Non poteva che nascere, seppure in pesante ritardo, dal meridione d’Italia il moto d’orgoglio che ha portato alla giornata di mobilitazione dei produttori agricoli afferenti al movimento Riscatto.

14 marzo 2016,  una data che potrebbe significare un inizio o, come tanti rassegnati riportano, una nuova ed estrema delusione per le genti della terra: quella gente del mondo, cioè, che siamo abituati a celebrare ogni 2 anni al Terra Madre di Torino, ma che, purtroppo, dimentichiamo se appartenenti ad una delle nostre regioni mediterranee, diventando noi stessi  incapaci di guardarla negli occhi.

Il disastro del crollo del prezzo del grano, da 34,00 € a 25,00 €/quintale,  indotto dagli arrivi di frumento estero , conforme ad un Regolamento CE 1881  consacrato, per carità,  lascia aperta la porta alla disperazione di chi è costretto a bilanciare i suoi ricavi, i suoi guadagni, i suoi progetti parametrandoli alla pornografica elargizione di contributi, noti ai più  come “integrazione”, che di fatto solleva le sorti dei cerealicoltori dal fango, concedendo un ammissibile “utile d’impresa” non sempre sufficiente a proteggere da  un angoscioso senso di  sconforto ed abbandono.

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Una lettura critica dei Regolamenti Comunitari che sottendono alle transazioni Internazionali. indurrebbe a suggerire  che solo ciò che non uccide NUTRE.

Da qui, invece,  scaturisce la impietosa  sentenza “comunitaria” che ammette il limite di 1750 ppb di DON per  frumento importato;  lo strumento che di fatto  consente ai commercianti cerealicoli di importare, per la successiva molitura, grano “rifiuto” da tutto il mondo, quello cioè che nei paesi di produzione non andrebbe  bene nemmeno per i maiali.

Ora se una qualità va comunicata, la prima dovrà essere quella sanitaria. Da li in poi, tutto il resto. Ma una etichetta veritiera sembrerebbe  la logica conseguenza del “pasticcio regolamentare”. Infatti la norma statuisce che solo lo stato dove opera l’ultimo attore della filiera, è sufficiente a dare il conio del made in Italy.

Pertanto il complotto è completo.

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Avessimo avuto la stessa trasparenza che il legislatore Europeo ordina per le derrate di origine animale (carne latte pesci ed uova), saremmo tutti più tranquilli e tutelati.

Ricordiamo che un regime di etichetta garantisce in primis il produttore che grazie a questo strumento,  “porge” le informazioni importanti al consumatore.

Ora perché mai, penserei, non dotare i prodotti cerealicoli di un bugiardino (come molti gia pensano di adoperare per il vero olio “made in Italy”), necessario alla corretta fruizione di informazioni?

Da cio in poi si importi grano da qualsivoglia stato produttore.

Poi sarà il pubblico a valutare tollerabile o meno,  che le tenute alla cottura implicheranno  un tributo che noi tutti  paghiamo in termini di intolleranze alimentari, poiché massacrati da “mazzate” di glutine veicolate da questi grani “fantastici” ( a detta dei produttori), nei confronti de i nostri poveri intestini “mediterranei”,  non  programmati per questo, o se le esternazioni degli industriali circa l’insufficienza del frumento italiano a coprire il fabbisogno, non debbano essere entrambe ri-considerate illuminate da una luce veritiera sul perverso mondo delle speculazioni commissionate dalle lobbies.

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Oltre la beffa, l’inganno:

la dieta mediterranea non prevedeva nel Seven Countries Study (1959) il ricorso a tali randellate di glutine…e se mai dovessimo optare per tale  salvifica Dieta, ci si  consenta, almeno per questo, l’accesso ad un percorso di discernimento che conduca al mondo vero del Made in Italy,  bello e impossibile, e a noi poveracci quel cibo identitario cui non opporre alcun diniego, ne ideologico, ne medico-legale ne salutistico.

Un grazie a quei funamboli della terra meridionale, orfana di  Ignazio Silone, Corrado Alvaro e Leonardo Sciascia, che oggi hanno il volto di Gianni e Paolo Serino,

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Domenico Viscanti,

Domenico-Viscanti

Antonio Di Gregorio

Antonio Di Gregorio

e Gianni Fabris che dovranno solo pensare ad un futuro agro produttivo radicalmente di verso. Una economia di piccola scala senza ammiccamenti alla seduzione della politica e sindacale, 11 volte su 10, orba e puzzolente.

Michele Polignieri

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