HomeL'editorialeIl punto di vistaLo chiamano fugu perché pesce palla sembrava brutto

Lo chiamano fugu perché pesce palla sembrava brutto

illustrazione pesce palla fugu

Se la nostra vicenda fosse ambientata nella Napoli del professor Gennaro Bellavista (aka Luciano De Crescenzo) e alla di lui signora qualche sprovveduto chiedesse ‘Ma voi l’avete mai mangiato il pesce palla?’ Cento su cento la fortunata consorte avrebbe a rispondere ‘Figuriamoci: io non mi mangio i peperoni la sera, perché sono indigesti’.

Ecco. Perché il punto è esattamente questo. Perché una persona, diciamo normodotata, dovrebbe scientemente decidere di fare un’esperienza del genere? Di avventarsi con cupidigia su questa orrenda creatura dei mari (sì, è brutto, trova una sua ragion d’essere solo imbalsamato) e rischiare addirittura la vita?

illustrazione pesce palla fugu

In Italia il fugu, noto ai più per essere stato protagonista di un episodio dei Simpson (qui il video) – è proibito dal 1992 dal momento che nelle sue carni è presente un veleno la cui assunzione –anche in ragione di un solo milligrammo- è sufficiente a far stirare le gambine. Ma no che cadi a terra e sei morto, magari. Il fugu, probabilmente per vendicarsi della bruttezza di cui madre natura lo ha dotato, ha in serbo per i suoi avventori una fine orrenda: paralisi, vomito, diarrea, convulsioni, blocco cardiorespiratorio, unire il tutto e mescolare con cura. Ci vogliono dai 20 minuti alle 8 ore per crepare, e il malcapitato pare conservi fino all’ultimo secondo la lucidità sufficiente per ripetersi, in quel tempo eterno, ‘Forse non era necessario’.

In Giappone, terra a me cara ma popolata di gente assai strana, esistono cuochi che tutta la vita studiano come estrarre da gonadi, pinne e non so cos’altro, una percentuale di veleno sufficiente per farci provare questo benedetto brivido del proibito, senza però morire. Hanno inventato anche un coltello apposito, il fugu hiki per  tagliare questo benedetto pesce così sottile che si deve sciogliere in bocca sennò non va bene.

I ben informati tengono a dire che questa esperienza di mangiarsi il fugu ha del trascendente, si prova prima un formicolio, poi un’altra sensazione bellissima ma non meglio identificata, una specie di climax palatale, praticamente. E il tutto per una paccata di soldi da rendere, personalmente, ancora più ingiustificabile tutta l’operazione, dall’addestramento del cuoco a scendere. Il padiglione del Giappone che trova spazio all’interno dell’Expo, è stato letteralmente preso d’assalto da centinaia di sedicenti gourmand pronti a impegnarsi la pensione della nonna per mangiare una cosa che forse puoi morire tra 20 minuti, ma forse anche no. Bravi.

Non troppo diversamente dalla signora Bellavista, anche io non accorcerei troppo le distanze con questo fugu, partendo dal presupposto, probabilmente banale, che la cucina deve regalare gioia, leggerezza, non timor panico. Nella mia banalità, però, sono anche una donna romantica e nutro una certa stima per il pesce in questione: mentre il mondo studia come, dove e quando intaccarne le velenose carni, in pochi, davvero troppo pochi si sono soffermati sulle sue capacità amatorie.

Il pesce palla è animale assai caloroso e al tempo stesso architetto, e realizza sul fondo del mare, aiutato da una pinna lestissima, degli incredibili decori, belli da paura. Si tratta del suo nido, quello in cui accoglierà l’amato bene per metter su famiglia. Ci impiega oltre 10 giorni per realizzarlo, buona parte dei quali impiegati a decorare a suon di coda questa struttura circolare ricca di avvallamenti e collinette con conchiglie, coralli, oggetti riflettenti. Vero professionista dell’amore formatosi alla scuola di Julio Iglesias il il fugu risale vertiginosamente la mia personale classifica e si piazza sul podio delle creature dei mari. In fondo regala più gioia da vivo che da morto: perché mangiarlo?

Sarah Galmuzzi

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