HomeL'editorialeIl punto di vistaIl MIUR e l’alternanza scuola lavoro al Mc Donald’s …me cojons!

Il MIUR e l’alternanza scuola lavoro al Mc Donald’s …me cojons!

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     Se non si trattasse di un processo ministeriale da attribuire a chi ha preceduto l’attuale Ministro del MIUR Valeria Fedeli e non fosse troppo vicino alla trasmissione Report andata in onda il 27 marzo scorso, questa storia sembrerebbe frutto di una immediata e pronta reazione del Ministero dell’istruzione per salvare i nostri giovani dalle terribili cucine stellate dove si lavora tantissimo e si suda per pochi soldi, mentre gli chef vengono remunerati con preziosissime forme di grana padano e alcune rarissime casse di acqua San Pellegrino o il frutto di un ministro poco erudito per la carica che ricoprirebbe.

     Così, mentre gentaccia che sfrutta i ragazzi per insegnargli a cucinare con le pinzette passa 18 ore al giorno a sgasare acqua carbonata e servire baccalà spagnolo anziché baccalà italiano (sic!), il nostro attentissimo Ministero, dopo l’introduzione negli Istituti Alberghieri dell’alternanza Scuola Lavoro – progetto di 500 ore da espletare nell’ultimo triennio compiuti i 16 anni di età, in periodi scolastici prestabiliti dagli Istituti presso strutture esterne – ha provveduto a stilare un protocollo nazionale con Mc Donald’s.

Il gigante statunitense ospiterà i giovani futuri chef presso 7 propri ristoranti di Molise, Abruzzo e Puglia.

     Il primo Istituto ad aderire è stato il “Federico II di Svevia” di Termoli (CB). Nell’ambito del progetto scolastico “Vivere il territorio” 8 studenti hanno prestato la propria attività lavorativa gratuita al punto Mc Donald’s di Via Bachelet a Vasto (CH) – Abruzzo.

     Grande soddisfazione nei giovani sedicenni e grande soddisfazione da parte dell’Istituto e soprattutto (e volevo anche vedere che si lamentava!) da parte della titolare del locale.

     Sia chiaro, lo dico a priori senza che ci siano fraintendimenti postumi e commenti fuori traccia, nulla in contrario con chi lavora. Il lavoro nobilita l’uomo ed è sempre mille volte meglio un ragazzo in un fast food che uno davanti a un bar a non fare nulla.

     Ma mi sia consentito di rimarcare come ancora una volta in Italia si perde il senso della misura e del contegno che dovremmo tenere.

Parto dal nome del progetto: vivere il territorio.

     Se tutto ciò che insiste su un territorio è oggetto di enogastronomia (e quindi anche il fast food), allora smettiamola poi di lamentarci se i nostri agricoltori e pescatori vivono condizioni di disagio economico e sono sempre più costretti a non proseguire nella loro attività. Se vivere il territorio significa fornire manodopera a costo zero ad una multinazionale che serve prodotti a prezzi ridotti e di dubbia qualità, allora il territorio lo viviamo davvero male. Accanto a una “terra dei fuochi” allora esiste anche una “terra degli orbi”.

     Se poi lo si fa con la speranza che domani questi ragazzi siano collocati presso una struttura dove il precariato è quasi la regola, dove il multilevel camuffato da stellette e piastrine guadagnate sul campo è una modalità di promozione, dove il sorriso ebete e il “siamo tutti felici” è condizione per rimanere “assunti”, dove il massimo sono i 1200 euro netti al mese, allora significa che la Scuola ha definitivamente fallito.

     E che gli Istituti alberghieri siano al crack totale con le proprie azioni che ormai valgono meno di nulla è un dato di fatto per la maggior parte di loro, dove anche la spesa per le esercitazioni pratiche è un serio problema.

     Per carità. Nessuna colpa da attribuire al corpo docenti che fa del proprio meglio con poco o nulla, ma così non si formano cuochi, così si formano degli inetti.

Eppure basterebbe poco.

     Un protocollo con gli agricoltori del luogo per una cassetta a testa a settimana. Giusto per esercitarsi. Certo, poi bisogna evitare che qualcuno si porti la spesa a casa… ma il fenomeno dovrebbe essere finito con i molti pensionamenti. Almeno questo ho sentito dire in passato.

Se poi questi cuochi non formati li mandiamo anche al Mc Donald’s, allora è davvero la fine.

     Ma che chance avranno questi ragazzi domani di entrare in una cucina dove si fa un brodetto alla vastese o due cavatelli con la ventricina? Cosa faranno quando lo chef gli dirà prendi in frigo la Signora di Conca Casale*? Fuggiranno alla vicina stazione dei Carabinieri per denunziare il proprio chef come assassino?

     La verità è che anche questa alternanza scuola lavoro serve a mantenere in vita dei giochini di equilibrio tra il vecchio sottopagato lavoro di apprendista minorenne dei 16 anni (come hanno iniziato tanti odierni chef) e una condizione più dignitosa per i furenti sindacati che, con la loro smania di gestire il rapporto lavorativo, ogni volta creano maggiori problemi ai lavoratori di quanti ne creerebbe il lasciar andare le cose come vanno (vedasi i voucher, che con la loro scomparsa comporteranno la perdita di 300.000 posti di lavoro).

Ma cosa hanno imparato i ragazzi da questa esperienza?

     Ecco, questa domanda è forse nodale per meglio comprendere a cosa è servito. A leggere su testate locali, due gli elementi necessari allo svolgimento del lavoro del noto fast food: velocità e pulizia.

     MI chiedo se in qualche ristorante si dorma tra una comanda e un’altra e sia consentito stare nello sporco. Due cose che a prescindere dagli ingredienti che si usano dovrebbero essere alla base delle esercitazioni in cucina. Insomma, nulla sapevano e nulla sanno. Diceva mio nonno siciliano “u nenti cunditu cu nuddu” (il niente condito con il nulla).

     Poi sbatteranno il muso nel mondo del lavoro. Nell’inferno delle cucine. Nei musi duri dei secondi e dei capopartita. Negli inesorabili timing del maitre di sala. Poi ne resterà solo qualcuno. Il resto ripareranno tutti nei Mc Donald’s e similari.

*ndr: la Signora di Conca Casale è un antico e rarissimo salume molisano, peraltro anche Presidio Slow Food.

La foto in evidenza è stata reperita in internet e non è di nostra proprietà.

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Di formazione classica sono approdato al cibo per testa e per gola sin dall’infanzia. Un giorno, poi, a diciannove anni è scattata una molla improvvisa e mi sono ritrovato sempre con maggior impegno a provare prodotti, ad approfondire argomenti e categorie merceologiche, a conoscere produttori e ristoratori. Da questo mondo ho appreso molte cose ma più di ogni altra che esiste il cibo di qualità e il cibo spazzatura e che il secondo spesso si mistifica fin troppo bene nel primo. Infinitamente curioso cerco sempre qualcosa che mi dia quell’emozione che il cibo dovrebbe dare ad ognuno di noi, quel concetto o idea che dovrebbe essere ben leggibile dietro ogni piatto, quella produzione ormai dimenticata o sconosciuta. Quando ho immaginato questo sito non l’ho pensato per soddisfare un mio desiderio di visibilità ma per creare un contenitore di idee dove tutti coloro che avevano piacere di parteciparvi potessero apportare, secondo le proprie possibilità e conoscenze, un contributo alla conoscenza del cibo. Spero di esservi riuscito. Il mio è un viaggio continuo che ho consapevolezza non terminerà mai. Ma è il viaggio più bello che potessi fare.