HomeVegLifeLo spirito natalizio di Motta: bullismo contro i vegani

Lo spirito natalizio di Motta: bullismo contro i vegani

panettone

     Da piccolo ricordo che le mie nonne usavano due termini per indicare gli snack dolci: uno, assolutamente dialettale, era ‘a bella cosa (la bella cosa) e indicava qualsiasi dolciume tranne le merendine da forno confezionate che meritavano, invece, il secondo termine, specialissimo: mottino.

Il Mottino è una versione mignon del panettone

     Prodotto da Motta a partire dagli anni Cinquanta, è stata probabilmente la prima merendina confezionata italiana nel dopoguerra. Un nome inventato a Milano per il più milanese dei dolci tradizionali e con un suo preciso periodo di consumo, paradossalmente usato nel Meridione per indicare un’ampia categoria di prodotti buoni per tutte le stagioni: come se il colonialismo post unitario sia passato anche per il boom economico e la gastronomia, conducendo all’appiattimento dei palati del Sud su sapori più “milanesi” ovvero industriali.

panettone-mottino

     L’introduzione di mottino nel quotidiano è certamente dovuta anche alle campagne pubblicitarie dell’epoca. Un tratto distintivo della comunicazione della storica azienda milanese, nel frattempo passata nelle mani della multinazionale svizzera Nestlé, è sempre stato quello di coniare termini e slogan che sono entrati nel parlare comune: si pensi, ad esempio, al “tartufon c’est bon” o al “du gust is megl che uan”.

     Per la campagna natalizia 2016 Motta e Nestlé si affidano a Saatchi & Saatchi (qui trovate i nomi di tutti i colpevoli) per realizzare uno spot che spinge sul valore della ricetta tradizionale sbeffeggiando i vegani, elencando improbabili e/o presunti ingredienti tipici della loro dieta, che non hanno trovato posto nella preparazione del panettone: tofu tritato (sic!), papaia, seitan, alga (quale? ndr) essiccata e bacche di goji.

     L’intento ironico dello spot si sgonfia guardando però la serie di panettoni della linea “La Tradizione” dove Motta e Nestlé non si fanno scrupoli a eliminare canditi e persino l’uva passa; oppure quelli della linea “Specialità Panettone” dove crema pasticcera, gianduja o mascarpone sono inseriti con nonchalance tra gli ingredienti del dolce milanese. Senza considerare che il già citato Tartufone in fondo non è altro che una rivisitazione azzardatissima del dolce natalizio che viene farcito e definito dolce tartufato.

     Insomma, qualcuno avvisi Saatchi & Saatchi che Motta e Nestlé hanno già ceduto, in passato, a varie mode come quella del panettone farcito, che nulla hanno di tradizionale e non se ne sono ancora liberate. E che magari in futuro Motta e Nestlé potrebbero avere difficoltà a produrre un dolce natalizio interamente vegetale, se il mercato lo dovesse richiedere, perché con questa campagna si sono giocati una corposa fetta di credibilità nell’ambiente vegan. Ma siamo sicuri che queste aziende dai fatturati importantissimi siano in possesso di precise ricerche di mercato che daranno loro ragione e che indicano le proiezioni di vendita di panettoni vegani in netto calo quest’anno e per gli anni a venire.

     Viene comunque da chiedersi se la derisione di persone che hanno scelto liberamente una precisa etica di vita rientri nello spirito natalizio o comunque nei valori di Motta e Nestlé.

     A Natale, una volta, si era tutti più buoni; da qualche parte, tra Milano e Vevey se lo sono scordati: va’ a capire dove!

P.S. Vegan Chronicles non ha perso tempo a realizzare una gustosa parodia dello spot incriminato. Per chi scrive, invece, né pandoro né panettone: solo Roccocò rigorosamente non spennellati d’uovo: appaiono meno lucidi, ma il gusto non ne risente e sono, così, perfettamente vegani.

La foto in evidenza è stata reperita in internet e non è di nostra proprietà.

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Salvatore Pope Velotti è appassionato da sempre di cucina, cibo e ristoranti. È stato onnivoro fino al 2012, quando si rese conto che la soddisfazione del proprio palato non valeva la milionesima parte della sofferenza di un solo animale, avvicinandosi quindi al veganesimo. Con il marchio Alter Vego racconta le sue esperienze di vita legate al cibo dal punto di vista di un vegano in un mondo a maggioranza onnivora, senza integralismi e con tutta la tolleranza di cui è capace (spesso poca), visitando e recensendo ristoranti, raccontando dei libri di cucina che acquista e consulta, provando e inventando ricette vegetali, facendo la spesa in negozi, mercati e supermercati. È nato alle pendici del Vesuvio e vive a Napoli con una fidanzata onnivora e due gatte carnivore.