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Passione orientale in Inghilterra.

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Su tutto il territorio inglese c’è ormai da decenni una forte influenza orientale sotto ogni punto di vista.

     L’aumento esponenziale di questo fenomeno ha diverse giustificazioni. In primis c’è una grande collaborazione da parte di aziende d’oltremanica con quelle del Sol Levante; stesso discorso per quanto riguarda il mondo universitario: esistono infatti convegni dell’Inghilterra che agevolano molto gli studenti dell’estremo est più di ogni altro paese in Europa.

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     Fare un giro per le strade di Londra, Manchester e Liverpool prima e di tante altre città minori poi, stupisce chiunque nel vedere un tasso così alto di nazionalità a stampo orientale. Ultimo ma non ultimo, la popolazione giovane inglese – maschile in particolare – è incredibilmente attratta dalle donne con gli occhi a mandorla, testimoniato anche da alcuni sondaggi (oltre che da esperienza personale) in cui la stragrande maggioranza del puro sangue inglese ha tra i suoi desideri sposare o comunque stare con una donna orientale.

     Tutta questa affluenza naturalmente non poteva non toccare l’ambito culinario. Ristoranti koreani, cinesi, cinesi cantonesi, vietnamiti, giapponesi spuntano come funghi ad ogni angolo di strada. Visto che in UK però, la parola centrale è capitalismo oltre che standardizzazione, si è avuta la brillante idea di creare anche catene di ristorazione – sotto molto aspetti anche “sofisticate” – in cui si possa avere a prezzi competitivi cibi e bevande tipiche dell’oriente.

     Accennando solamente a Oriental Express (matrice cinese), in cui la formula è basata solo e solamente sul buffet non-stop a prezzo fisso, il focus di oggi è dedicato alla catena di ristoranti Wasabi. Ebbene sì, proprio come la spezia piccante verde giapponese che ai più non piace, proprio come il titolo del film con Jean Reno ambientato proprio guarda caso in Giappone, proprio come il semplice nome con cui a Londra un gruppo di geniali imprenditori decise di avviare tale attività.

Come nasce Wasabi?

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     Da persone che vi lavorano da anni, ho sentito una “leggenda metropolitana” che narra che il ristorante Wasabi nasce proprio sull’onda del successo del film stesso; sfruttando l’ondata di persone che da quei luoghi si muovevano verso il Regno Unito. Abbiamo inoltre un indizio temporale molto interessante: verso la fine del 2001 il film Wasabi diventa un successone in patria, nel 2002 viene organizzato il progetto di franchising e nel 2003 aprono i primi ristoranti nella capitale. Da lì in poi è cresciuta l’azienda ad un ritmo infernale e sono proprio quegli anni in cui gli inglesi appassionati da sempre di cibo giapponese, cominciano a consumarlo anche quotidianamente.

     Wasabi viene sempre preso d’assalto nelle pause pranzo degli uffici ed ha una clientela fissa. La catena si è concentrata molto a Londra, ancora di più nelle zone manageriali della città: Bank, Liverpool Street e Soho hanno un’elevatissima concentrazione di questi tipi di ristoranti. Non a caso, da poco c’è un’altra mini catena chiamata Avocado, che sta cercando di raccogliere gli ultimi spazi lasciati liberi da Wasabi- sushi & bento, e che si muove sulla stessa formula dei molto più grandi avversari, riducendo leggermente i prezzi.

Cosa offre quindi Wasabi?

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     In pratica ogni cosa che vediamo nei mitici cartoni giapponesi degli anni Ottanta: sushi, noodles, tofu, riso al curry o nelle salse più strane e colorate, pollo e lamb in diverse varianti e l’immancabile miso zuppa, a base di pesce e considerato molto salutare.

     Poi abbiamo gli snack: patatine e aperitivi con spezie difficili da pronunciare, naturalmente molte a base di wasabi, in buste dallo stile completamente giapponese, con robot e personaggi animati stampati sulle confezioni. Da bere? Stesso discorso, dalla classica coca cola fino alla più strana bevanda della Japan Culture, molto discutibile per il gusto occidentale, di fatti servono più per decorazione che per vendere.

     Ancora i dessert: già confezionati e con contrasti che vanno dal dolce-piccante, ricordiamo che lì amano lo sweet-chilly, al dolce estremo (avvertivo le carie in festa), per finire con elementi derivati dalla soya.

Recensione

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     Aspetto tecnico: procedure di lavoro standardizzate ed altissimi controlli di igiene. Cibo fresco tutto il giorno. Se un pasto confezionato non viene acquistato in un tot di ore (solitamente 4) perde freschezza e va buttato.

     Giudizio personale: ottimo cibo, bel format interno con arredamento essenziale e minimalista oltre che futuristico tipico di quei posti, prezzi competitivi. In pratica uno dei pochi giapponesi in cui puoi andare a mangiare senza farti rapinare. Si può mangiare con forchetta e con bacchette tipiche a seconda della scelta. Bevande e dolci non fanno per me, sapori troppo speziati, il wasabi però lo amo, piango mentre mangio al quarto chicco verde ma non mi fermo.

     Nota stonata: in un ristorante giapponese piacerebbe vedere qualche giapponese/orientale in più. Solitamente questi sono sempre quelli in cucina e negli ultimi tempi nemmeno più lì. Di giapponese sta rimanendo solo il nome oltre che, appunto, il wasabi!

     Ultimissima nota: per mangiare specificamente il ramen, c’è una catena specializzata chiamata Wagamama, buono ma molto costoso.

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Dopo aver completato un percorso formativo in Turismo per i Beni Culturali, inizio a studiare da autodidatta Economia e Finanza Internazionale. Sono sempre stato attirato verso la scoperta del nuovo e proprio questa mia passione mi ha fatto trasferire subito dopo la laurea in Inghilterra. Sono rimasto oltre tre anni a Londra e oggi per questioni lavorative vivo tra Manchester e Oslo. Appassionato anche di cibo e scrittura, ho potuto fondere le due cose iniziando a collaborare con "Di Testa & Di Gola". Essendo instancabile viaggiatore, il mio scopo è quello di apportare informazioni e curiosità riguardo le arti culinarie dei paesi esteri. Troppe volte ho sentito dire che le uniche cucine degne di nota sono quella italiana e francese. Senza rinnegare le mie origini, cerco di dimostrare che in luoghi impensabili esistono spesso sapori sconosciuti ai più e che meriterebbero maggior interesse. Inoltre mi impegno a diffondere un nuovo concetto sulla cucina italiana e cioè, non tutto si riduce a pasta e pizza, un luogo comune molto, a volte fin troppo, radicato; ma che abbiamo prodotti di ogni tipo degni di nota, con speciale focus circa la pasticceria napoletana e del sud in generale.