A dieta anche voi, care le mie bottiglie!

È toccato certamente a tutti, dopo le abbondanti libagioni delle feste di fine d’anno, di buttare le bottiglie vuote nella pattumiera oppure di infilarle nelle campane della raccolta differenziata dei rifiuti. Avete fatto caso al peso? Me n’è capitata fra le mani una da 0,75 l che sembrava ancora piena di vino, anzi sembrava una magnum da 1,5 l per quanto pesava: 1.280 grammi. Quando l’ho capovolta per assicurarmi che fosse veramente vuota sono rimasto di stucco. Lo era!.

Sto parlando di una bottiglia bordolese di 0,75 l da vino rosso tranquillo, non di una bottiglia da spumante che deve poter resistere a una forte pressione interna per via delle bollicine, anche 10 atmosfere. Quella bottiglia era di un vetro incredibilmente spesso e talmente scuro che non si riusciva nemmeno a vedere cosa c’era dentro e infatti quando era rimasta ormai vuota sulla tavola tutti la prendevano in mano lo stesso per cercare di versarne il contenuto nel calice, rimanendo stupiti però che non ne uscisse più niente. Chissà, forse avrebbero dovuto spremerla come un limone…

Bando agli scherzi, confesso di non aver prestato la dovuta attenzione a suo tempo, nell’ottobre del 2006, a un articolo di Jancis Robinson che cominciava a sollevare il tema dell’eccesso di peso delle bottiglie nel suo sito. E mi perdoni anche l’amico Carlo Macchi, che lo aveva subito ripreso e rilanciato già nel marzo del 2008 sul suo bel portale Winesurf.it, seguito da un’inchiesta alla quale risposero poi quasi 200 produttori, perché avrei dovuto non sottovalutare il buon fiuto di questo mio amico ”interista leninista” e dargli subito una mano, dato che nel 2019 ha ripreso la sua giusta battaglia “Chi usa una bottiglia pesante avvelena anche te:digli di smettere!” e sono certo che non molla, non mollerà mai. Non è mai troppo tardi per riprendere anche il mio sostegno all’iniziativa.

Effettivamente, non è un problema da poco e dovremo batterci ancora a lungo. Una volta le bottiglie erano molto più spesse perché venivano soffiate in stampi approssimativi e in produzione non si riuscivano a eliminare tutte le impurità, quindi con lo spessore si sopperiva alla loro fragilità. A Costa di Bussia ho avuto per le mani una bottiglia nera e dalla pianta squadrata, progettata e usata a fine ‘800 per la prima esportazione del Barolo di Luigi Arnulfo via mare verso la California. Che emozione! Ma quella bottiglia doveva sopportare gli sballottamenti di un viaggio transoceanico a bordo di un semplice brigantino a vela attraverso le terribili correnti di Capo Horn e dello stretto di Magellano, perché non era ancora stato realizzato il Canale di Panama.

Ma adesso anche per fare milioni di bottiglie si usano moderni stampi calibrati al millesimo di millimetro e il vetro riciclato si amalgama ormai perfettamente in fusione nel forno, senz’alcun difetto. Non c’è dunque bisogno di moltiplicare i costi né di danneggiare l’ambiente.

Nel novembre del 2008 Decanter ci aveva informato di una ricerca scientifica commissionata dai produttori di Bordeaux che aveva dimostrato come per fare il vino nella loro AOC si emettevano ogni anno circa 200.000 tonnellate di CO2. Soltanto il 10% durante la fermentazione e la vinificazione, il 12% per le visite in zona dei commercianti e dei turisti (questi ultimi 550.000 l’anno) e il 18% per il trasporto. Ma più del 45% era dovuto alla produzione degli imballaggi e soprattutto delle bottiglie (solo per il vetro 42.500 tonnellate). E loro erano corsi subito ai ripari. Alain Vironneau, presidente del Conseil Interprofessionnel du Vin de Bordeaux, aveva diffuso un piano di limitazione delle emissioni di CO2 che ne prevedeva una riduzione di 30.000 tonnellate nei successivi cinque anni con l’obiettivo di abbatterle di circa il 75% nel 2050, anzitutto riducendo il peso delle bottiglie, poi incrementando il trasporto fluviale e razionalizzando in gruppo i movimenti dei commercianti e dei turisti.

Nel 2010 Tim Atkin, nella sua rubrica ”On wine” del famoso The Observer, aveva scritto che non avrebbe più raccomandato nessun vino contenuto in bottiglie troppo pesanti, a eccezione degli spumanti, gli unici che ne hanno veramente bisogno. Atkin dimostrò che la sensibilità al tema stava davvero aumentando e faceva bene a rivolgere la sua autorevole attenzione agli imballaggi alternativi e meno pesanti.

Eccedeva però nel dare anche altri consigli, per esempio acquistare vini imbottigliati in Gran Bretagna come si faceva nel secolo scorso perfino con il migliore grand cru classé che arrivava a Londra in botte e lì veniva imbottigliato, oppure da quelle cantine australiane che hanno da sempre un documentato indice di basso “carbon footprint”, come se il trasporto da così lontano, dall’altra parte del mondo, non inquinasse molto di più di quello dal vicino Mediterraneo.

Da allora di passi ne sono stati fatti davvero pochi, perché gli stampi costano e bisogna piazzare quelli vecchi da qualche parte senza rimetterci troppo. Si sta comunque annunciando un nuovo fronte di battaglia per il mondo del vino. Vuoi vedere che tra un po’ per vincere un premio nei vari concorsi si arriverà anche all’obbligo della pesatura delle bottiglie? Magari! E se oltre alla capacità e al contenuto di alcool si dichiarasse in etichetta anche il peso della bottiglia? Forse sarebbe il caso di cominciare a premiare anche il ricorso alla leggerezza, visto che qualcuno dovrà pur informare il consumatore che non è assolutamente vero che il peso della bottiglia incide in qualche modo sulla qualità del vino che contiene.

Sono molti, infatti, quelli che pensano ancora che il vino di qualità abbia bisogno di bottiglie pesanti per invecchiare meglio. La fragilità e la minore affidabilità delle bottiglie più leggere, che possono rompersi sulla linea di imbottigliamento oppure durante il trasporto o lo stoccaggio, si possono risolvere migliorando l’efficienza delle macchine e degli strumenti e i metodi di movimentazione e di conservazione. Un po’ più di attenzione non fa mai male. Sono tanti anche quelli che pensano che il produttore mette il miglior vino che ha nelle bottiglie più pesanti, con l’etichetta più bella, dentro una cassetta di legno, con una pergamena, insomma un packaging di lusso.

Quei consumatori attirati fin qui dagli specchietti per le allodole potrebbero anche non gradire il ricorso al vetro più leggero, magari perché pensano che sia soltanto un modo di risparmiare in questo momento di crisi. Dovrebbero venire maggiormente informati.

Il produttore che usa solo per meri scopi di visibilità commerciale bottiglie sopra ai 600 grammi (bollicine escluse) è semplicemente un menefreghista, uno che pensa ”Tanto cosa cambia?”, che si mostra sensibile solo a parole e, per pulirsi la coscienza, cerca di convincere i consumatori (e autoconvincersi) che sia giusto.

I consorzi di tutela poi se ne lavano le mani, dicendo che sono scelte che riguardano le singole aziende, perché le associazioni di categoria devono pensare ad altre cose. In larga maggioranza i distributori e gli enotecari se ne strafregano, ma sono invece attentissimi al corno letame, all’impatto naturale sul vigneto perché parlarne fa vendere, ma sul tema delle bottiglie più leggere, che per arrivare a diminuire drasticamente le emissioni di CO₂ è sempre più importante, c’è un silenzio di tomba, per sintetizzare il pensiero di Carlo Macchi che faccio anche mio

Ritengo personalmente che la riduzione di peso, esattamente come si dovrebbe fare con un po’ di dieta, non dovrebbe mai essere drastica, ma graduale. Se non è eccessiva, non viene nemmeno rilevata, esattamente come l’accorciamento dei tappi, che è già avvenuto data la scarsità di materia prima dopo gli spaventosi incendi delle sugherete in Portogallo di cui avevo già parlato in un articolo precedente. Gli esperti se ne accorgono, ma loro lo sanno che ciò che conta è la qualità, sia del vino sia dei tappi, non la lunghezza. Nel frattempo si può fare una seria campagna di sensibilizzazione di massa e di educazione a bere la sostanza piuttosto che a ingoiarne la réclame.

Si devono riprogettare dunque gli stampi per le bottiglie in modo da offrire alternative più leggere, come si sta già facendo per la bordolese e per il fiasco: anche l’albeisa, la borgognotta, la pulcianella, la renana e tutte altre dovrebbero recepire le nuove esigenze e partecipare alla riduzione degli sprechi di vetro “senza perdere null’altro che un po’ di cellulite in eccesso per diventare, ragazze mie, più belle e slanciate“.

Mario Crosta

Di formazione tecnica industriale è stato professionalmente impegnato fin dal 1980 nell’assicurazione della Qualità in diverse aziende del settore gomma-plastica in Italia e in alcuni cantieri di costruzione d’impianti nel settore energetico in Polonia, dove ha promosso la cultura del vino attraverso alcune riviste specialistiche polacche come Rynki Alkoholowe e alcuni portali specializzati come collegiumvini.pl, vinisfera.pl, winnica.golesz.pl, podkarpackiewinnice.pl e altri. Ha collaborato ad alcune riviste web enogastronomiche come enotime.it, winereport.com, acquabuona.it e oggi scrive per lavinium.it, nonché per alcuni blog. Un fico d’India dal caratteraccio spinoso e dal cuore dolce, ma enostrippato come pochi.

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