A tavola con Antonio Ascione

A tavola con Antonio Ascione

Un viaggio tra parole, sapori e calici con chi fa cultura in Italia

Antonio Ascione è ingegnere elettronico, cofondatore e Presidente di SMS Engineering, realtà premiata due volte con il Premio Innovazione della Repubblica Italiana. Da molti anni lavora nel punto di contatto tra tecnologia e persone, dove ha costruito una doppia competenza tecnica e manageriale che lo ha portato a interrogarsi non solo su cosa l’innovazione renda possibile, ma su ciò che renda giusto.

HR manager e studioso dei processi di trasformazione organizzativa, si è specializzato nell’applicazione dell’intelligenza artificiale ai sistemi di gestione e sviluppo delle risorse umane, con particolare attenzione alle implicazioni etiche, alla responsabilità delle decisioni automatizzate e all’impatto delle tecnologie sulla vita delle persone.

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Svolge attività di docenza a contratto presso università e master nazionali sui temi di AI, HR e innovazione organizzativa. È Consigliere nazionale AIDP, coordinatore scientifico del progetto di R&D ARIA, dedicato allo sviluppo di un assistente virtuale per l’automazione dei colloqui di lavoro, e autore del libro “Algoritmi intelligenti, Responsabilità Umane. L’intelligenza artificiale al servizio delle persone e non al loro posto”. Nato e cresciuto a Napoli, città che ha segnato profondamente il suo sguardo e il suo percorso, crede in un’idea di innovazione che abbia senso solo se capace di creare relazione, ascolto e cura, che non metta l’uomo in competizione con le macchine ma lo accompagni verso un progresso che ha senso solo se migliora la qualità della vita, non soltanto le prestazioni. Perché, ripete spesso, l’innovazione più autentica non è quella che rende tutto più veloce, ma quella che rende il lavoro e la vita più umani.

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Il primo sapore che ricordi della tua infanzia?

Il sapore dei pomodori appena raccolti dall’orto, ancora tiepidi di sole, e l’odore intenso del basilico strofinato tra le dita. Avevamo una casa di vacanza con un piccolo orto che curavamo direttamente noi: prendersene cura faceva parte dell’esperienza, e quei sapori avevano il gusto autentico del tempo condiviso e delle cose fatte con le proprie mani.

Il tuo piatto “culto” per l’ispirazione?

Un’insalata di mare fresca, pulita nei sapori, accompagnata da un buon crudo. Per me è fondamentale l’olio: artigianale, scelto con cura, ma mai troppo invadente. Deve entrare in punta di piedi, legare gli ingredienti e poi farsi da parte, lasciando che siano il mare e la freschezza a parlare. Quando succede, è lì che arriva l’ispirazione.

Cosa non deve mai mancare sulla tua tavola?

Un buon vino campano. Un rosso come un Taurasi, profondo e strutturato, con note di frutti scuri, spezie e una persistenza lunga che accompagna la conversazione.

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E un bianco come un Fiano di Avellino, elegante e minerale, con sentori di nocciola e fiori bianchi, capace di sorprendere senza mai stancare.

Il piatto che più ti rappresenta e perché?

Gli spaghetti a vongole. È un piatto fatto di pochissimi ingredienti, ma sempre difficile da realizzare davvero bene. Serve attenzione, rispetto dei tempi, equilibrio. È una lezione di umiltà: la semplicità non ammette errori. Un po’ come la vita e il mio percorso, dove il vero lavoro sta nel togliere il superfluo e far parlare l’essenziale.

Un cibo che per te è puro conforto?

Il cioccolato, leggermente fondente, con scorze di agrumi. Amaro al punto giusto, profumato, capace di coccolare senza appesantire. Un piccolo gesto di cura verso se stessi. E a completare l’opera, un bicchierino di rum.

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Il tuo rituale preferito legato al cibo?

La spesa fatta senza lista. Entrare in un mercato o in una piccola bottega e rallentare. Lasciarmi avvicinare dai profumi, dai colori, dalle stagioni che si fanno vedere sui banchi. Spesso parto con un’idea, ma poi qualcosa mi chiama: un odore familiare, una verdura imperfetta, una parola scambiata al volo. Cambio direzione senza accorgermene. È un rituale silenzioso, che mi riporta a me, all’ascolto e a una creatività semplice, quotidiana.

Cibo e solitudine: un momento che ti appartiene?

Amo cucinare e, nei momenti di solitudine, mi concedo il tempo di farlo davvero. Apro il frigorifero senza fretta, riconosco quello che c’è, metto insieme gli ingredienti come se stessi ascoltando una voce bassa. Improvviso, assaggio, aggiusto. È un dialogo silenzioso fatto di gesti minimi e attenzione. Poi mi siedo, assaporo il primo boccone e sento quella soddisfazione calma di aver centrato l’obiettivo: qualcosa di semplice, ma esattamente come lo volevo.

Il piatto da condividere assolutamente con chi ami?

La pasta alla Nerano. Ho avuto la fortuna di assistere a una vera lezione culinaria di uno chef stellato e di memorizzarne ogni passaggio. Quando la preparo rispetto i tempi, ascolto la materia. So che è una ricetta che non ammette distrazioni, chiede presenza. Farla per qualcuno significa donare tempo, cura e attenzione, affidarsi a una tradizione che va trattata con rispetto. Alla fine, servirla è un gesto semplice e profondo: un modo silenzioso di dire amore.

Un luogo (reale o immaginario) dove il cibo ha avuto un ruolo speciale nella tua vita?

Napoli. La città dove sono nato e cresciuto, dove vivo e lavoro. Qui il cibo è un linguaggio quotidiano, un modo per raccontarsi e per misurarsi con gli altri. Napoli ha condizionato le mie scelte, nel bene e nel male, lasciando segni profondi nel mio modo di stare al mondo. Spesso, guardandomi indietro, mi accorgo che alcune delle decisioni più importanti sono nate seduto a un tavolo, davanti a un ottimo piatto: perché a Napoli il cibo non accompagna la vita, la attraversa.

Se fossi un ingrediente, quale saresti?

Il basilico, per il profumo riconoscibile ma mai arrogante. E un buon olio extravergine d’oliva, capace di legare tutto senza sovrastare. Ingredienti che non cercano il centro della scena, ma che fanno la differenza.

Un vino che ti ha emozionato e perché?

Il Radici di Mastroberardino. Mi ha emozionato perché l’ho bevuto per la prima volta in un momento a cui sono profondamente legato, circondato da persone, parole dette con calma e silenzi pieni di senso. Da allora, ogni sorso riporta a quel tempo e a quel luogo. Alcuni vini non si bevono soltanto: diventano memoria liquida, capace di restituire emozioni intatte.

Con chi (vivo o immaginario) vorresti condividere un calice e cosa berresti?

Con Diego Armando Maradona. È un incontro che so non potrà più accadere, ed è forse per questo che, nel mio immaginario, è così nitido. Lo immagino seduto a un tavolo semplice, senza clamore, davanti a un grande rosso campano, perché amava il rosso, quello vero, profondo. Non il mito, ma l’uomo. Gli parlerei poco, mi offrirei soprattutto di aiutarlo, di esserci, di ascoltare. Gli direi che non dovrebbe tornare a vivere in Argentina: Napoli è il suo posto, qui c’è ancora tanta gente che gli vuole bene e che si prenderebbe cura di lui. In quel silenzio condiviso, tra un sorso e una pausa, resterebbe solo l’essenziale: il bisogno, anche per i più grandi, di sentirsi finalmente umani.

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Palermitana per radici e per scelta, ho attraversato mondi diversi con la scrittura come bussola: dall’arte alla musica, dalla scienza all’economia, raccontando ciò che muove il pensiero e l’emozione. Oggi il mio sguardo si posa sull’enogastronomia, che per me è un racconto sensoriale, fatto di memoria, identità e stupore. Ho viaggiato molto, osservato tanto, assaporato con lentezza. Scelgo i cibi come si scelgono le parole: cercando il legame invisibile tra il gusto e il ricordo, tra l’esperienza e il cuore.
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