A tavola con Erri De Luca

A tavola con ...

A tavola con Erri De Luca

Un viaggio tra parole, sapori e calici con chi fa cultura in Italia

Erri De Luca nasce a Napoli nel 1950, e il suo nome, italianizzazione di “Harry”, è un omaggio allo zio. Dopo aver frequentato le scuole pubbliche della sua città, a diciott’anni lascia Napoli per impegnarsi politicamente nella sinistra extraparlamentare. Lavora come operaio in diverse città italiane ed europee, tra cui Roma, Torino, Parigi e Milano. Vive da anni nella campagna romana, dove si dedica anche alla piantumazione di alberi. Appassionato di montagna, scala le Dolomiti, le Alpi e partecipa a spedizioni in Himalaya ed Ecuador. Esordisce come scrittore nel 1989 con Non ora, non qui, dando inizio a una prolifica carriera letteraria che include narrativa, poesia e traduzioni. Collabora con il teatro, partecipando a spettacoli come Attraverso e Chisciotte e gli invincibili. Scrive e interpreta cortometraggi, tra cui Il turno di notte lo fanno le stelle, premiato al Tribeca Film Festival. Autodidatta dell’ebraico, traduce testi sacri e opere teatrali, come La voix humaine di Cocteau, adattata per Sophia Loren. La sua opera è attraversata da un forte impegno civile con particolare attenzione ai temi della giustizia, della memoria e della migrazione.

Erri De Luca (Photo Credit: Paola Porrini)
Erri De Luca (Photo Credit: Paola Porrini)

Il primo sapore che ricordi della tua infanzia?

–  Il latte di mucca munto in un vicolo d’Ischia da un pastore che lo vendeva come un ambulante spremendolo in un secchio. Mia madre lo faceva bollire e lo versava nella tazza. Prima ancora del sapore, l’odore di quel latte era ubriacante.

- Advertisement -

Il tuo piatto “feticcio” per l’ispirazione?

  • La parmigiana di melanzane: non la preparo più dalla morte di mia madre. Le pietanze non c’entrano con la mia scrittura e tra le bevande l’unica è l’abbondante caffè del risveglio.

Cosa non deve mai mancare sulla tua tavola?

–  Il peperoncino.

Il piatto che più ti rappresenta e perché?

–  La pastiera di Pasqua mi rimette a una tavola di Napoli quando nessuno era ancora mancato.

Un cibo che per te è puro conforto?

  • Le uova.

Il tuo rituale preferito legato al cibo?

  • La prima colazione con le prime letture, prima di giorno.

Cibo e solitudine: un momento che ti appartiene?

  • Mangio da solo quello che mi cucino a cena, in orari anticipati, non mediterranei.

Il piatto da condividere assolutamente con chi ami?

  • Non ce l’ho.

Un luogo (reale o immaginario) dove il cibo ha avuto un ruolo speciale nella tua vita?

  • 1969, Roma quartiere San Lorenzo, dopo una manifestazione con scontri tra noialtri e le polizie, i lavoratori della mensa universitaria fecero entrare senza tesserino quelli come me non iscritti.

Se fossi un ingrediente, quale saresti?

  • Uno spicchio d’aglio, in compagnia di olio, prezzemolo e spaghetti.

Un vino che ti ha emozionato e perché?

  • La Barbera bevuta nelle piole di Torino uscendo di fabbrica dal secondo turno terminato alle 22.

Con chi (vivo o immaginario) vorresti condividere un calice e cosa berresti?

  • Con l’amico di scalate Diego Zanesco berrei il Lagrein della fine delle nostre giornate in roccia.

Photo Credit: Paola Porrini

Questo articolo è stato visualizzato: 153915 volte.
Condividi Questo Articolo
Palermitana per radici e per scelta, ho attraversato mondi diversi con la scrittura come bussola: dall’arte alla musica, dalla scienza all’economia, raccontando ciò che muove il pensiero e l’emozione. Oggi il mio sguardo si posa sull’enogastronomia, che per me è un racconto sensoriale, fatto di memoria, identità e stupore. Ho viaggiato molto, osservato tanto, assaporato con lentezza. Scelgo i cibi come si scelgono le parole: cercando il legame invisibile tra il gusto e il ricordo, tra l’esperienza e il cuore.
Nessun commento

Lascia un commento