A Vitigno Italia la Toscana non in fila

Toscana

A Vitigno Italia la Toscana non in fila

Con un salto siamo nel duemila

Alle porte dell’universo

L’importante è non arrivarci in fila

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Ma tutti quanti in modo diverso

Ognuno con i suoi mezzi

Magari arrivando a pezzi

Su una vecchia bicicletta da corsa

(Lucio Dalla, Telefonami tra vent’anni)

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Un piccolo tour di Toscana (per i Grand Tour non è più tempo) è stato quello che ho provato a questo Vitigno Italia XIX che si è appena concluso, con grandi numeri, oltre 250 aziende, 12.000 visitatori e una notevole presenza di buyer e operatori internazionali, «Un’edizione dinamica, capace di coinvolgere e appassionare sia il grande pubblico che gli addetti ai lavori, lasciandoci più che ottimisti in vista della prossima edizione che sarà la ventesima e che festeggeremo con un evento ricco di sorprese e novità» ha sintetizzato Maurizio Teti, Direttore della manifestazione.

È difficile parlare di Toscana, anche (o forse, soprattutto) di quella del vino: miti, storie, momenti leggendari si allineano nella nostra memoria, sia che si tratti di arti (Dante, Boccaccio e Macchiavelli, Brunelleschi, Piero della Francesca e Michelangelo, giusto per esplodere qualche nome), sia che si parli di nettare: Chianti, Sassicaia, Antinori, superTuscans, Nobile, Brunello, Vernaccia. E però un grande scrisse «Noi toscani siamo la cattiva coscienza d’Italia», aforisma critico (e, in fondo, criptico) di Curzio Malaparte in Maledetti Toscani. In questa coscienza opinabile c’è, forse anche una specie di toscanitudine che nei vini, a volte, si è riverberata, come cantava Dalla, andando un po’ troppo in fila anziché in modo diverso.

ColleMassari a Montecucco

Da ColleMassari a Montecucco iniziamo questo giro di Toscana non in fila: ho assaggiato il Montecucco Rosso Riserva Rosso 2020, davvero buono, un Sangiovese che a Sud della regione, sul Monte Amiata, e spruzzato dalle brezze marine, acquista una interessante leggiadria senza perdere né nerbo, né profondità. Ma è stato l’assaggio del Montecucco Vermentino Irisse 2023 (suggerito da una collega decisamente competente) a colpirmi, a portare la memoria del gusto in giro per l’Europa. Unico bianco delle passeggiate a colpirmi definitivamente: 85% di Vermentino e saldo di Grechetto, entrambi provenienti dalle vigne più vecchie della tenuta, a 300 metri di altezza.

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Il Vermentino è esposto ad Ovest, accarezzato dai venti marini che favoriscono la classica doratura e croccantezza delle bucce, donando maturazione aromatica e sapidità. Vinificato, e poi affinato sulle fecce nobili per 9 mesi, in rovere: il risultato è un vino magnifico, profumatissimo di frutta gialla (susine, pesche varie) e poi di quel sentore indescrivibile che si percepisce affacciandosi da una scogliera, un mix di macchia mediterranea, arbusti, ginestre; profumo di mare: l’assaggio è ancora più suadente, ed è completo, equilibrato, armonioso senza stucchevolezze. Un vino intrigante, che, facilmente sotto i 20 euro, ti porta in giro per l’Europa, come una specie di Interrail, ma molto più velocemente.

ColleMassari
ColleMassari

Gagiablu a Roselle

Gagiablu a Roselle (Grosseto) è la seconda fermata. Il nome merita un approfondimento:  Gagia blu è la ghiandaia, uno degli uccelli più presenti in Maremma, e in azienda questi volatili abitano per lunghi periodi dell’anno la grande quercia al centro del vigneto. Risolta la questione nominalistica, ecco i vini, partendo dalla bandiera, Giové 2022, Sangiovese Toscana IGT su suoli a medio impasto: solo acciaio, con la fermentazione a temperatura controllata (28 °C) e quotidiane operazioni di rimontaggio e delestage per massimo 15 giorni.

Anche la malolattica avviene in inox, e dopo di questa il vino rimane ad affinare sulle fecce fini per almeno 18 mesi.

Con queste premesse tecniche è davvero sorprendente il suo equilibrio, la sua quasi delicatezza: tanta frutta rossa e nera al naso, seguiti da spezie lievi, non tostate, con una sensazione retro-olfattiva quasi vanigliata; l’assaggio è rotondo quasi, ma per niente banale, chiuso da un finale giustamente innervato di tannino.

L’altro sorso assai intrigante è stato il Ciliegiolo Maremma Toscana DOC 2024: un’uva che vinificata con intelligenza e attenzione dà grandi gioie perché i nettari che se ne ricavano riescono spesso ad essere pop (e per chi scrive è un pregio) senza essere banali, un vino per sorridere, per aggarbare l’umore: qui è vinificato come il Sangiovese, ma senza il passaggio sur lies, e il risultato è un vinello (assolutamente: absit iniuria verbis) nel senso di una piacevolissima bevuta di un vino di medio corpo, ottimo e gustoso compagno di picnic e pranzi leggeri. Netto e tipico al naso, con un’antologia di ciliegie dolci e spruzzate di note balsamiche, al gusto è simpatico, quasi morbido, ma fresco, tannico e ancora fruttato, gustoso.

Gagiablu
Gagiablu

La Martoccia a Montalcino

Con La Martoccia, a Montalcino, arriviamo in uno dei luoghi più enoicamente emblematici d’Italia. Tra l’altro la storia di questo toponimo, situato ad Ovest del borgo, sui colli verso Siena, è antica e gloriosa, risalendo al XIV secolo la notizia di vigne bella contrada, e al ’500 risale una Cronaca in cui riporta il giudizio, «Renai e la Martoccia i due vigneti per il miglior Brunello di Montalcino».

La storia moderna, è paradigmatica di ritorno alla terra, e soprattutto alle vigne, sul finire del XX secolo. Infatti è Luca Brunelli giovanissimo che, nel 1995 acquistati i terreni dove verranno impiantati i vigneti, che attualmente coprono circa 10 ettari dei 25 del totale aziendale.

Ho assaggiato 3 rossi, il “Chianti DOCG” profumato, piacevole e fresco, il “Rosso di Montalcino 2023” in una forma notevole, assai varietale con l’amarena e la viola, le spezie non tostate (pepe rosa, noce moscata) e una vibrante nota balsamica di mentuccia, al gusto è caldo e quasi armonico, in equilibrio sopraffino di alcol, acidità, sapidità e tannino.

Un campione, non un “fratello minore”, anche se il “Brunello 2020” è quasi altrettanto sorprendente: naso aperto, elegante, potente, di ciliegie e frutta rossa, sentori di sottobosco e spezie eleganti (e che lo saranno ancora di più); anche l’assaggio stupisce, perché non ha nessuno delle difficoltà dei Brunello appena usciti, è dritto e deciso, garbato e affabile, pronto anche in una bottiglia aperta da poco, ma sicuramente, stante le qualità, la freschezza e il tannino, destinato ad evolvere fruttuosamente. Esce a un prezzo interessante per la sua categoria, assolutamente da comprare per vederlo evolvere negli anni.

La Martoccia
La Martoccia

I Tatanni de Il Casino di Sala a Panzano

Con i “Tatanni” de Il Casino di Sala chiudiamo il giro, a Panzano in Chianti, il baricentro quasi, se non il cuore del Chianti Classico DOCG ; siamo infatti nella Conca d’Oro, dove si intricano confini amministrativi, caratteristiche pedoclimatiche, e addirittura, vedremo, Santi Protettori. La storia dei vini assaggiati è una fusione di svolte di vita, desiderio di natura, savoir-faire, imprenditorialità quasi imposta dal vino stesso.

I Morace all’inizio del millennio comprano il podere al Casino della Sala, e quando nel 2013 pensano di dover fare bene, chiamano Giampaolo Motta, che il territorio conosceva già bene.

Dopo anni un po’ alterni, Bacco del Chianti si impone: nel frattempo ai margini del vigneto acquistato si era assai deteriorata l’edicola votiva con una Madonna: nel ricostruire l’edicola fu inserito il protettore di Napoli, per devozione tradizionale e perché a Panzano ce n’era anche un altro di San Gennaro.

E qui avviene una specie di prodigio: Panzano fu l’unica località salvata dalla terribile grandinata del 19 settembre 2014 (giorno del prodigio del sangue), che si arrestò, come davanti ad una muraglia, proprio in corrispondenza delle due edicole del santo, quella antica e quella nuova del Casino della Sala; prodigio che spinse Dario Cecchini, il celebratissimo macellaio, a fondare una Confraternita dei San Gennaro di Panzano.

I vini: una tripletta di bottiglie denominate Toscana IGT, che in etichetta, devotamente, riportano la sontuosa tiara di San Gennaro (appena modificata nelle gemme). Il vino è quasi altrettanto prodigioso, vinificazione in inox a temperatura controllata, e successivamente malolattica e poi elevage in rovere francese di medie e piccole dimensioni per circa 12 mesi.

I risultati sono tre vini assai gustosi, profumati di molta frutta rossa matura, frutta nera e eleganti sentori boisée: i millesimi 2021, 2019 e 2018 sono tre evoluzioni di uno stesso concetto vinoso decisamente chiaro e intelligente, vini di grande stoffa, golosi, gioiosi e vellutati. Il mio assaggio preferito è stato quello della annata 2019, in equilibrio mirabile di aromi e gusti, cortese, elegante e lunghissimo.

I Tatanni

I TatanniQuattro tappe gustative di vini che rimanendo assolutamente e indubitabilmente toscani sono riusciti a non essere in fila, aggiungendo una visione un po’ inconsueta, appena laterale, ma assai piacevole, all’enografia toscana.

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Come e perché, sono le mie domande preferite. Studi classici e poi Architettura, mi sono sempre occupato di design, fotografia e arte. Sono giornalista pubblicista e dirigo il Caffè, settimanale di politica e cultura a Caserta, scrivendoci, dalla fondazione, soprattutto di fotografia e arte contemporanea. La “chiamata di Bacco” è arrivata grazie ad alcune visite in vigna insieme a produttori appassionatissimi (uno per tutti, Corrado D’Ambra, quanto ci manca!) che di questa passione mi hanno evidentemente contagiato. Docente dei Master of Food sul vino di Slow Food e della Fisar, ritengo che il vino sia un fenomenale condensato di sapere e, soprattutto, di piacere, da trattare, però, senza troppe spocchie.
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