Addio a Fofò Ferriere, l’uomo che sussurrava ai pomodori

Addio a Fofò Ferriere, l'uomo che sussurrava ai pomodori

Addio a Fofò Ferriere, l’uomo che sussurrava ai pomodori

Ci sono articoli che si scrivono con le dita e altri che si scrivono con lo stomaco chiuso. Questo è del secondo tipo. È il pezzo che non avrei mai voluto scrivere, perché per farlo devo accettare una cosa che il cuore ancora rifiuta: Fofò Ferriere non c’è più.

All’anagrafe era Raffaele, guai a non ricordarlo il giorno del suo onomastico. Ma per chi lo ha conosciuto era solo “Fofò”, corto, musicale e allegro come i suoi berretti e le bretelle, bambino nel cuore e gigante nel coraggio. Gastronomo, ristoratore, organizzatore di eventi, attore, un vero mediatore culturale del gusto. Etichette che gli stavano tutte strette, perché Fofò è stato soprattutto una cosa che non entra in nessuna definizione: un vero cultore del cibo di qualità. E, per me, molto di più. Un fratello maggiore.

Gran parte di ciò che so sul cibo lo devo a lui. Non alle nozioni, quelle si trovano ovunque, ma allo sguardo. Fofò guardava un barattolo di pomodori e ci vedeva dentro le mani che l’avevano fatto nascere, quanto erano stati remunerati e se erano stati raccolti dal palco centrale o da quello inferiore. Gli agricoltori non li chiamava produttori. Li chiamava custodi. Custodi di un sapere, di una terra, di una verità che il mercato prova ogni giorno a diluire, falsificare, dimenticare.

E non erano parole. Fofò ha fatto cose concrete per difenderli: ha ideato un premio, il “Contadino dell’Anno”, perché era convinto che l’onore andasse reso a chi lavora la terra con onestà, non solo a chi la racconta.

Non era disposto a scendere a compromessi. Sacrificare la verità del cibo, per lui, era un peccato che non si poteva perdonare. In un settore che vive di scorciatoie, di storie belle appiccicate su prodotti mediocri, la sua intransigenza era un faro. Scomodo, a volte. Ma un faro per chi sapeva ascoltare.

Se c’era un mondo in cui Fofò diventava un poeta, era quello dei pomodori. Non ho mai conosciuto nessuno che ne sapesse quanto lui. Sapeva tutto dei pomodori: le varietà, le stagioni, le storie, la ricerca, condotta anche con l’amica Patrizia Spigno.

C’era poi l’altro Fofò, quello dei grandi palcoscenici. Dal 1995 si occupava dell’aspetto gastronomico di manifestazioni enormi come Casa Sanremo, la Mostra del Cinema di Venezia, il David di Donatello, portando ovunque una selezione personalissima di prodotti e una sua idea di alimentazione sana e buona. Perchè come diceva lui “il cibo buono lo devi saper trattare, non maltrattare”

Come hospitality manager di eventi musicali internazionali, festival e programmi televisivi, entrava in contatto con le star con una naturalezza che lasciava senza parole. Personaggi schivi, riservati, abituati a diffidare di tutti, si fidavano di lui in un istante. E finivano per diventare suoi amici veri. Non c’era calcolo, non c’era strategia: c’era Fofò, e bastava.

La foto che meglio racconta tutto questo, per me, è quella scattata a Venezia, dove Fofò appare accanto a Willem Dafoe mentre veniva ritratto dal grande regista americano Abel Ferrara. Due mondi lontanissimi, la Napoli vesuviana e Hollywood, messi in posa dallo stesso sorriso. Perché Fofò questo faceva: avvicinava ciò che sembrava distante.

L’incontro con Carlin Petrini gli diede la cornice teorica di ciò che già praticava per istinto. Da lì un percorso di qualità a 360 gradi, tra ricercatori universitari, giornalisti, chef di caratura mondiale. Fofò era il mediatore, l’uomo che teneva insieme il contadino e lo chef stellato, convinto che appartenessero alla stessa storia.

Fofò Ferriere se ne va lasciando un vuoto che la comunità vesuviana e quella gastronomica sentono già, forte, in queste ore. Ma lascia anche qualcosa che non muore: una visione del cibo come esperienza autentica, dove selezione, racconto e convivialità sono un’unica cosa. Ha anticipato tendenze che oggi tutti rincorrono: la centralità del cibo locale, la difesa delle filiere, quando ancora nessuno le nominava.

Ma il ricordo che porterò con me non ha nulla di scientifico. È un’insalata di pomodori (plurale, mi raccomando). Fofò preparava un’insalata di pomodori con oltre 15 varietà diverse, un piccolo cosmo di biodiversità in un’enorme insalatiera, e mi insegnò a tagliare ognuna di esse per il verso giusto. Perché ogni pomodoro, diceva, ha una fibra, una consistenza, una direzione, un carattere. Tagliarlo storto significava non ascoltarlo, maltrattarlo. Ecco chi era Fofò: uno che ai pomodori sapeva parlare, e soprattutto sapeva ascoltarli.

Io perdo un maestro, un amico, un fratello maggiore. Il mondo del cibo perde uno dei suoi ultimi custodi veri.

Ciao Fofò. Sta senza pensieri, continuerò a tagliare i pomodori per il verso giusto.
Me l’hai insegnato tu.

 

 

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Pino Coletti, ingegnere napoletano, esperto di tecnologia & food da oltre 20 anni, dopo una brillante carriera internazionale che lo porta a ricoprire ruoli manageriali in importanti multinazionali hi-tech, da IBM ad Apple, torna a Napoli e fonda Authentico, una startup che aiuta i consumatori a riconoscere il vero cibo italiano e supporta le aziende agroalimentari nell'intraprendere percorsi di trasparenza delle materie prime utilizzate con la tecnologia blockchain. Gli amici lo definiscono un “bon vivant” per la sua ricerca spasmodica del buono. Per lavoro e per passione ha girato i 7 continenti mangiando e bevendo praticamente ovunque, dai baracchini dello street food dei peggiori mercatini asiatici ai ristoranti stellati delle grandi capitali. È diplomato sommelier AIS dal 2003, ha seguito numerosi corsi di degustazione di oli, formaggi e caffè, ed è sempre più convinto di non sapere.
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