Al Festival di Cannes l’agricoltura rigenerativa è “sponsorizzata”
Groundswell è il nome di una manifestazione sull’agricoltura rigenerativa che si tiene ogni anno in Gran Bretagna, ma è anche il nome di un documentario appena presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2026.
Il film comincia con il solito tormentone mai ascoltato per bene dai potenti.
Le temperature del pianeta salgono inesorabilmente, inducendo un processo di desertificazione che viene “aiutato” da uno scellerato abbattimento delle foreste, finalizzato a dare spazio alla cementificazione e a certe coltivazioni intensive.
Più nello specifico, il problema risiede nel fatto che una buona parte della (tanta) CO2 presente nell’aria in effetti dovrebbe trovarsi nel sottosuolo.
E questo per colpa di certe logiche industriali di breve periodo che da un lato hanno eliminato quelle piante che sarebbero in grado di trattenerla, dall’altro hanno introdotto un’aratura di profondità che finisce per liberarla (oltremodo) nell’aria.
Il film mostra tutta una serie di progetti virtuosi, sparsi per i vari continenti, che stanno cercando d’invertire questa scellerata tendenza.
Soprattutto in Australia, il continente che più di tutti – per estensione, e livello di gravità del problema – potrebbe deterninare una svolta.
Sarebbero però Uganda, India, Brasile e Colombia i paesi più attivi, a livello progettuale.
“Groundswell” trasmette speranza, ma anche alcuni sospetti “commerciali” che ne minano l’attendibilità.
Da un lato la scelta di due star come voci narranti, Demi Moore e Woody Harrelson.
Poi l’uso di un montaggio frenetico da videoclip, che non s’accorda armonicamente con il ritmo slow dei progetti di agricoltura rigenerativa.
I sospetti si fanno poi realtà quando, parlando di caffè, viene inquadrata più volte una tazzina silla quale campeggia il marchio della Nespresso (sfocato, per non dare l’idea della pubblicità, ma riconoscibile).
È allora che il film prepara la sua stoccata finale.
McDonald’s, Pepsi e naturalmente Nespresso, cioè tre fra i più grandi colossi multinazionali del mondo, hanno scelto e (sempre di più) scelgono come fornitori quei contadini che stanno seguendo i programmi di agricoltura rigenerativa.
É vero, tutto quello che sa di industria deve costantemente fare i conti con(tro) l’etichetta del male che, da molti anni, abbiamo affibbiato loro aprioristicamente.
Ma il sospetto di “una messa cantata solo per metà”, come diceva Montalbano nei libri di Andrea Camilleri, alla fine rimane.



