Apologia della patatina moscia

Apologia della patatina moscia

Un imperativo gentile. Come solo una donna elegante sa pronunciare.

Un’idea spiazzante, come solo una donna intelligente e dissacrante può porre.

Ed ecco che ci ritroviamo a scrivere l’apologia della patatina moscia.

Il benchmark delle patatine fritte è imposto dai fast food e dalla pubblicità. Spacciano per archetipo la patatina tutta uguale, croccante, croccantissima e morbida, ma sarebbe meglio dire vuota dentro (o quasi).

Quel modello ha anche un colore: un giallo brillante, innaturale, fotogenico. Il giallo dell’evidenziatore più che quello della terra.

La narrazione ha imposto al nostro gusto una necessità industriale:

patate lavate e rilavate, sbollentate, prefritte, congelate, rifritte.

Un processo efficace ed efficiente. Talmente efficace ed efficiente che anche tu, mio lettore, come me, hai più volte comprato al supermercato il bustone di patatine che poi ha (ri)fritto, magari ad aria (così, anche per avere l’idea di una scelta salutista). Buone, ottime, perfette. Da pensare, e spesso da dire: “a me non sarebbero mai uscite così bene”.

Non è solo una sensazione. Charles Spence, professore a Oxford, lo spiega con chiarezza in Gastrofisica – la nuova scienza del mangiare: il nostro gusto è stato educato — e in parte condizionato — dal marketing, dal colore, dalla forma, dalla ripetizione visiva. Fino a farci desiderare ciò che è più funzionale alla produzione che al piacere.

Ma davvero non saremmo riusciti a far di meglio?

I millennials non lo sanno, ma le nonne e anche le mamme di noi boomer friggevano le patate ogni domenica e non solo. E ciò che oggi siamo indotti a ritenere perfetto forse non è altrettanto buono.

Provate a farvi friggere patate tagliate in casa, per credere.

Oppure venite a Benevento da Alimenta, dove l’uomo che friggerebbe anche le sue dita, il profeta della frittura casalinga napoletana, il musicista della frittura — ossia colui che sa distinguere dal suono la frittura vera (cottura per immersione in olio bollente) da quella finta, senza immersione, in un filo d’olio — propone le patatine da cui è nata l’idea di questa apologia, sussurrata da una complice donna.

Tagliate a stick, sì, ma mosce, flosce.

Arrivano nel piatto più scure, brunite, irregolari, ammassate, profumate. E chiedono di essere mangiate, piuttosto che guardate.

Una patatina presa per un’estremità non si regge, non è impalcata come la patatina frigida e bollente del Mac. Si affloscia, cede.

Ed è proprio in quel cedimento che sta la sua forza: non oppone resistenza, ma restituisce.

Restituisce, addentata, quello che la patatina perfetta ha perso per strada: il sapore pieno della patata, la sua dolcezza opaca, la sua consistenza non addestrata, la sua succulenza libera e non mortificata.

La patatina moscia non è difettosa, è libera e umana.

E noi la difendiamo.

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Zang tumb tumb è il rumore del suo passo, del suo cuore e della sua mente. Giornalista, commercialista e docente, ha collaborato con diverse testate giornalistiche (Roma, Sannio quotidiano, giancristianodesiderio.com, Sonar Magazine), scrivendo di enogastronomia, cultura e paesaggi umani. Nel 2019 è stato premiato dal Centro Pannunzio di Torino come finalista del Premio Mario Soldati, sezione enogastronomia, per un articolo sui vini delle Cinque Terre. Nel 2021 ha pubblicato L'ingordo. La gola, il vino, le donne, il piacere e il dolore della forchetta. Ha un blog (www.ilgourman.it) su cui scrive saltuariamente storie ispirate alla sua relazione segreta e pubblica con Irene. È un lettore accanito, cinefilo indefesso e animatore di convivi. Vive con tre donne: Marina, Anna Stella e Marialaura. Insomma, fa… tante cose. Ma tutte con gusto.
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