Apriti… cubbaita!
In “Chi si ferma è… beccato!” (Ed. L’Arca di Noè, Febbraio 2026), racconto in italiano e siciliano di Margherita Musso (la scrivente!) che ha per protagonisti falchi e felini parlanti ma anche l’arcinoto Re Federico – figura ispirata a Federico II di Svevia detto lo “Stupor Mundi” – c’è una scena nella quale quest’ultimo giunge nel suo castello annunciando al gatto Pacchione.
“Pacchiuni, ho deciso che non sarai più solo in questo castello. Domani ti porterò Giggiulena, anzi Giggiù […] perché è una gattina sicca sicca come un semino di sesamo, che ho trovato per strada arrivando qua”.
Scoppierà l’amore tra i due? Sarà tormentato ed un po’ avventuroso; forse, ci sarà un lieto fine ma questo articolo odierno mira ad arrivare ad una gustosa ricetta, dopo avere proposto una riflessione etimologica sugli interessanti termini siciliani giggiulena e giuggiulena.
Giuggiulena (dall’arabo juljulān o giulgiulān) è stato introdotto in Sicilia durante la dominazione araba tra il IX e l’XI secolo e, soprattutto nella parte orientale, indicava i semi oleosi della pianta omonima.
La gattina Giggiulena
In “Chi si ferma è… beccato!” la gattina ha il nome di Giggiulena per tre ragioni: innanzitutto per una voluta storpiatura del termine ”giuggiulena” che risulta leggemente cacofonico; poi perché Giggiù è davvero mingherlina (sicca); infine perché, soprattutto nel palermitano, con l’espressione aviri a giggiulena indica proprio essere irrequieto o desiderare ardentemente qualcosa (o qualcuno) od anche avere arsura o molta fame.

Osservando gli occhi tristi di gatto Pacchione che scruta Giggiù una delle illustrazioni di Tiziana Viola-Massa è facile dedurre che questo felino bianco bello e cicciottello avi a giggiulena sia di una bella ciotola di sarde o di carne in umido ma, soprattutto, di una dolcissima Giggiù.
Restando in ambito di luccumarie (leccornie), sesamo e giuggiulene, nel palermitano, con evidenti derivazioni arabe, in passato un dolce tipico delle feste patronali era la cubbaita o cubaita o cupeta, da qubayt, dolce arabo a base di miele e frutta secca come mandorle, pistacchi o sesamo.
Che cos’è la cubbaita?
E‘ un durissimo torrone tipicamente festivo preparato con una base di zucchero semolato e miele mescolati e sciolti insieme in un tegame su fiamma bassa, poi mischiati con vari tipi di frutta secca tostata.
Non appena il composto avrà assunto un colore marrone-ambrato, dovrà essere steso sul marmo e livellato.
Appena si sarà raffreddato, potrà essere tagliato e gustato ma attenti ai denti, perchè è durissimo!
Esiste la cubbaita di mandorle, la cubbaita di pistacchi e la particolarissima cubbaita di giuggiulena, che unisce zucchero, miele e questi piccolissimi semi di Sesamum indicum.
Questo croccantissimo torrone siciliano a base di sesamo somiglia moltissimo al pasteli, un dolce tradizionale della Grecia e molto diffuso anche a Cipro, preparato con semi di sesamo e miele, pressati fino a formare una barretta o un croccante.
Rispetto alla cubbaita, il pasteli è molto più morbido e gommoso perchè è preparato unendo solo miele e sesamo.
In Sicilia, la cubbaita è un dolce così duro e forse un po‘ troppo testardo come i suoi abitanti che, in molti casi, per romperlo, ci voli u martieddu ma… è pur vero che i golosi sono ben disposti a superare questa “giggiulenosa” fatica.



