Armenia e Georgia: le “viti” parallele

kvevri - tipica anfora georgiana

Armenia e Georgia: le “viti” parallele

Nel mondo enoico, tra esperti ed appassionati, spesso si dibatte, anche in modo un po’ campanilistico, sulle due grandi viticolture caucasiche – Armenia e Georgia – che mostrano alcuni tratti simili ed altri piuttosto diversi e distintivi. Senza pretesa di essere esaustivo, approfitto di questo spazio per condividere alcune riflessioni maturate dopo studi, confronti e ricerche che mi occupano da tempo assieme, ovviamente, ad un buon numero di bottiglie stappate. Sperando che la sintesi non risulti eccessiva, vorrei che chi leggesse queste poche righe avesse più l’idea di un “cantiere di ricerca” che non quello di una composizione ormai definita, con un’avvertenza: non sarò sempre politacally correct. Abbiate pazienza.

Identità

Certa pubblicistica (un po’ schierata, invero) ci presenta il mondo del vino in Georgia come ad un giardino dell’Eden che ospita un’identità pura e coesa, forte di una tradizione ortodossa cui si contrappone una visione Armena furba e “copiona”, quasi un po’ modaiola perché fin troppo sensibile alle logiche di mercato. Per altri, al contrario, la situazione è opposta: i Georgiani del vino sono troppo rigidi e chiusi, quasi provinciali nei loro assunti, a fronte dei loro dirimpettai più elastici, tolleranti e di visioni aperte all’evoluzione. La verità? E’ sempre più complessa e sfaccettata dei clichè che intendono descriverla.

Durante l’era sovietica

Nel lungo secolo (o quasi) sovietico, la Georgia era considerata la patria del vino (Stalin era Georgiano, amava l’Ojaleshi e spingeva le produzioni di casa sua) mentre agli Armeni la pianificazione socialista aveva assegnato il ruolo di produttrice di distillati, peraltro di ottima qualità: persino Churchill adorava il brandy Armeno, le cui tecniche erano palesemente ispirate a quelle dei grandi capolavori francesi. Così, mentre la Georgia, divenuta una delle più pregiate “cantine sociali” dell’intera ex URSS, aveva avuto modo di consolidare una propria identità vinicola (comunque al servizio della pragmaticità del regime)  l’Armenia si ritagliava una meritata fama sui distillati anche se, su scala minore, continuava a far vino per lo più per consumo locale, nel solco della sua tradizione antichissima (ricordiamoci che il sito di Areni 1 è il più antico enopolio al mondo mai scoperto dagli archeologi).

Per completare il quadro, tuttavia, dobbiamo ricordare che gli Armeni hanno subito nei secoli durissime e dolorosissime diaspore. Quando, nel 1991, la nazione ritrovò la sua indipendenza, gli Armeni sparsi per il mondo iniziarono a riversare in madrepatria una mole straordinaria di risorse economiche e culturali nella scienza, nell’arte e anche nel vino. Questo spiega perché, mentre i Georgiani siano rimasti incollati alle loro tradizioni ancestrali, gli Armeni si siano più aperti alle culture cui avevano attinto nei luoghi che li avevano ospitati. Conseguenze? Molti mecenati armeni, tornati in patria, hanno portato tecniche e conoscenze apprese altrove, fondendole o accostandole alle tradizioni locali; hanno avviato collaborazioni con istituti di studio e ricerca, enologi, ampelografi, agronomi, molto più che in Georgia. Potremmo dire che forse sono un po’ più cosmopoliti dei loro vicini di casa. Ad ogni buon conto, due modelli interessanti: perché contrapporli?

Non solo anfore …

Se c’è una cosa, però, su cui gli Armeni la sapevano (e la sanno) lunga è l’uso del legno. Il loro rovere, proveniente dalle foreste della regione settentrionale di Tavush, è straordinario: una via di mezzo tra quello francese e quello americano, di una porosità ideale per gestire lunghi affinamenti non solo per i loro eccellenti distillati, ma anche per i loro vini che, all’assaggio, mostrano una indiscussa eleganza nell’uso del legno. Già da tempo il mastro bottaioin Armenia è considerato un artigiano “nobile”; anche le grandi tonnellerie godono di ampia reputazione. Il rovescio della medaglia, tuttavia, è stata la seria compromissione di larga parte delle risorse boschive; ora le Autorità ed i ceti produttivi stanno correndo ai ripari per programmare un serio ripianamento delle foreste troppo sfruttate.

… ma comunque anfore

Tuttavia, quando si arriva a parlare di anfore, qvevri e karas, gli animi del pubblico e della critica si accendono e si schierano: meglio l’uno, meglio l’altro….

La tradizione georgiana è sicuramente meglio definita: il metodo tradizionale di vinificazione in qvevri è iscritto dal 2013 nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità ed anche la Risoluzione OIV-ECO 647-2020 la dice lunga sul consolidamento del modello. Tuttavia, guardando da un altro punto di vista, non si può certo negare che una certa elasticità tollerante nell’uso dei karas (e non solo) da parte degli Armeni aiuti, ad esempio, a rivelare nei loro vini caratteri finora nascosti conferiti dalle loro uve, sia quelle riconosciute come autoctone, sia gli incroci.  Eh sì, in Armenia si usano non pochi incroci, nati in epoca sovietica per sostenere l’industria distillatoria, ma poi rivelatisi “magnifici errori” perché sono risultati straordinariamente convincenti come uve da vino.

Ma tornando all’uso delle anfore, provo proporvi una breve e schematica scaletta che l’esperienza, le ricerche ed i numerosi quanto ripetuti assaggi mi hanno fatto toccare con mano.

Qvevri e karas

Nei vini georgiani, la circostanza che i qvevri – sempre interrati, assicurando una temperatura costante – siano rivestiti di cera al loro interno riduce lo scambio di ossigeno e il rischio riduzione è sempre dietro l’angolo, anche se non è il solo: ho incontrato palesi malolattiche finite male e la resa organolettica ne risentiva pesantemente. Peraltro, la macerazione lunga con bucce, vinaccioli e raspi rende questi vini molto strutturati ed «estrattivi», decisamente marcati e potenti anche all’olfatto. E’ questa personalità rustica e selvaggia che costituisce senz’altro l’elemento di fascino ed attrazione più evidente che questi vini riescono a esercitare sui loro estimatori.

Le vinificazioni nei karas armeni – non sempre interrati, spesso solo in parte, così da non assicurare una stabilità termica apri a quella dei loro “cugini” – lascia maggiore variabilità stilistica ai produttori che, peraltro, ha anche il compito di gestire un’argilla più porosa che induce una maggiore microssigenazione; pur nella etereogeneità dei risultati, il tratto comune è nel tannino, generalmente più morbido anche nella sua abbondanza. Anche le macerazioni più libere e, a rigore, nemmeno strettamente obbligatorie, alleggeriscono la struttura che va da media a importante ed i caratteri gusto-olfattivi sono più fini, sottili e sfaccettati. Azzardando un parallelismo automobilistico, se i vini Georgiani fanno pensare ad un massiccio e potente fuoristrada perfettamente a suo agio sullo sterrato e nel fango, quelli Armeni assomigliano ad un’elegante e scattante berlina da lunghi viaggi stradali, ma non certo priva di grinta.

Quale dei due è migliore? Impossibile a dirsi; al di là di tutto e come sempre, quelle che contano sono le personali scelte del produttore e, ovviamente, le nostre sensibilità di consumatori amatoriali e professionali.

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Duccio Armenio (9.11.1965) è nato a Napoli da genitori partenopei “doc” poi trasferiti a Brindisi - dove poi è cresciuto e ove ancora vive la famiglia di origine - e risiede a Ravenna. Laureato in giurisprudenza, lavora in ambito bancario occupandosi di tematiche di compliance. In ambito enogastronomico, opera attualmente in AIES – Accademia Internazionale Enogastronomi Sommeliers che ha sede nazionale a Bologna; quale docente insegna enografia italiana ed internazionale, tecnica della degustazione, di servizio e dell’abbinamento cibo/vino. E relatore per gli eventi ed é tra i principali consulenti della Presidenza e delle Delegazioni territoriali dell’Accademia, nella quale ha anche rivestito la carica, per due mandati, di Responsabile della Didattica, elaborando i piani, i protocolli di insegnamento e i supporti didattici tuttora vigenti. Collabora stabilmente con Puglia Expò ed è partner di enti formazione, associazioni di produttori e di promozione enogastronomica per eventi, manifestazioni, laboratori e degustazioni rivolte sia al pubblico, sia alla stampa specializzata italiana e internazionale. Collabora stabilmente con wine clubs per i quali realizza seminari e degustazioni di approfondimento; coadiuva sommeliers di diverse associazioni nella preparazione dei concorsi di categoria. Conoscitore eclettico dei vini di tutto il Mondo, ha conservato un rapporto molto stretto con la Puglia enoica (ma non solo); la profonda conoscenza accumulata nel tempo lo fanno riconoscere, fuori i confini regionali, tra i più stimati “ambasciatori” della Regione. Segue costantemente da anni corsi professionali di perfezionamento in analisi sensoriale ed enografia ed enologia; ha maturato significative competenze anche su specialità gastronomiche quali distillati, olio extravergine d’oliva e formaggi attraverso la frequenza dei corsi di formazione specialistici. Appassionato collezionista di libri sul vino (circa 400, in espansione) soprattutto di enografia nazionale e internazionale, molti dei quali in lingua estera. In precedenza ha lungamente collaborato con Slow Food sia nella quale docente, sia assumendo compiti di responsabilità e organizzazione in eventi e manifestazioni regionali e nazionali; è stato coordinatore regionale per la Puglia delle Guide dell’Associazione (Slowine, Guida al vino quotidiano), tutor locale di stages per l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e membro del board direttivo, quale referente per il Sud Italia, di “Figli di un Bacco Minore?”, rassegna nazionale sui vitigni autoctoni italiani. Sempre per Slow Food, ha guidato laboratori e masterclass in eventi quali Vinitaly (Verona), Gusto Balsamico (Modena) e Salone internazionale del Gusto (Torino).
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