Bere Rosa 2026: rosati italiani, identità o omologazione?
Per anni il vino rosato è stato considerato il “fratello minore” del bianco e del rosso. Un vino semplice, da aperitivo, spesso relegato ai mesi più caldi dell’anno. Oggi, fortunatamente, non è più così. Manifestazioni come Bere Rosa dimostrano quanto questa tipologia abbia conquistato un ruolo sempre più importante nel panorama enologico italiano. Grazie a una qualità in costante crescita e a una produzione che coinvolge ormai tutta la penisola.
Personalmente, sono una grande fan dei rosati perché li trovo gastronomicamente molto versatili, capaci di abbinamenti insospettabili.
Tra le numerose etichette presenti a Bere Rosa 2026 la mia attenzione si è concentrata soprattutto sulla Puglia. Non perché mancassero vini interessanti provenienti da altre regioni, ma perché la Puglia rappresenta una delle culle storiche del rosato italiano. Vitigni come Negroamaro, Bombino Nero, Malvasia Nera e Susumaniello raccontano una storia, un territorio e un’identità che meritano di essere valorizzati.
Ed è proprio durante la degustazione che è nata una riflessione.
Negli ultimi anni il mercato sembra aver premiato uno stile ben preciso: rosati dal colore sempre più tenue, eleganti, freschi e immediati. Un’immagine che il consumatore associa facilmente all’estate, alla leggerezza e alla facilità di beva.
È una scelta comprensibile. Chi si avvicina al vino senza particolari conoscenze tende spesso a pensare che un rosato molto chiaro sia più delicato, meno impegnativo. Perfetto per essere bevuto nelle giornate calde. Al contrario, un colore più intenso può essere percepito, anche se erroneamente, come sinonimo di maggiore struttura. Un vino più “importante” o addirittura più alcolico.
È normale che il mercato tenga conto di queste percezioni. La mia domanda, però, è un’altra.
Nel tentativo di rispondere alle richieste del consumatore, fino a che punto è giusto modificare lo stile di un vino senza rischiare di attenuarne la riconoscibilità? Un Primitivo di Manduria o Nero di Troia interpretati secondo uno stile molto delicato riescono a conservare la riconoscibilità del vitigno?
Non tutti i rosati degustati seguivano la stessa impostazione. Anzi. Alcuni dimostravano chiaramente come sia possibile interpretare il rosato mantenendo una forte identità territoriale e varietale.
La mia riflessione, infatti, non riguarda il colore in sé, né vuole essere una critica a uno specifico stile produttivo. Esistono denominazioni e produttori che hanno costruito la propria storia su rosati più delicati, così come altri hanno scelto interpretazioni più intense.
Quello che mi sono chiesta è altro.
Degustando consecutivamente rosati ottenuti da vitigni così diversi, mi aspettavo di cogliere con maggiore immediatezza le peculiarità di ciascuno. Mi aspettavo che un Negroamaro raccontasse qualcosa di diverso da un Bombino Nero, che una Malvasia Nera esprimesse sfumature differenti rispetto a un Susumaniello.
Qui entra anche un aspetto tecnico. Un rosato non deve essere per forza chiarissimo, né per forza più carico. Il colore e il profilo del vino dipendono da molti fattori: il tempo di contatto con le bucce, la pressatura, l’epoca di raccolta. La maturità delle uve, la gestione dell’acidità e l’obiettivo stilistico del produttore. Un contatto più lungo con le bucce può dare maggiore colore, più struttura e una diversa espressione aromatica. Ma se non gestito con equilibrio può anche portare a un vino meno agile, più tannico o meno scorrevole. Al contrario, una vinificazione molto delicata può esaltare freschezza e finezza, ma in alcuni casi rischia di rendere meno evidente la personalità del vitigno.
Per questo non esiste un solo modo “giusto” di fare un rosato. Esiste, piuttosto, un equilibrio da cercare tra bevibilità, identità, eleganza e riconoscibilità.
È proprio questo equilibrio che mi ha portato a riflettere davanti a vini diversi tra loro fra quelli assaggiati.
Rosamora di Cantine Paolo Leo, Malvasia Nera rosato Salento IGP; Jo (da Jonio) il Negroamaro in versione rosè di Gianfranco Fino. Le Pozzelle, Salice Salentino DOC, il rosato di Negroamaro e Malvasia Nera di CandidoWines; Fior di Ribes il Bombino Nero dell’azienda agricola Santa Lucia. Parchitello, rosato DOCG Castel del Monte da uve Bombino Nero e Almagia Castel del Monte DOC da Nero di Troia di Giancarlo Ceci. Pungirosa da Bombino Nero, il Castel del Monte DOCG di Rivera; MEX il Primitivo Salento IGT e il Susumaniello Rosato IGT Centocontrade di Cantina Pliniana. Accanto a questi, anche rosati provenienti da altri territori, come il toscano Quasi Quasi di Bosco alle Vigne, un blend di Merlot e Syrah. E il Costa d’Amalfi Rosato di Marisa Cuomo, blend di Piedirosso ed Aglianico espressione campana della Costiera Amalfitana.




Citare queste etichette non significa inserirle in una classifica, né contrapporle tra loro ma serve a ricordare quanto il panorama del rosato italiano sia ampio. E quanto ogni vino nasca da una combinazione di vitigno, territorio, annata e scelta produttiva.
Proprio per questo la riflessione diventa ancora più interessante. Se un produttore sceglie consapevolmente uno stile più delicato, è una scelta legittima. Se un altro sceglie un rosato più carico, più materico o più gastronomico, è altrettanto legittimo. Il punto non è stabilire quale stile sia superiore. Ma chiedersi quanto spazio resti, dentro le tendenze del mercato, per far emergere la voce del vitigno e del territorio.
Probabilmente anche il mercato, oggi orientato verso vini sempre più freschi, immediati e facili da bere, influenza alcune scelte stilistiche. È una dinamica comprensibile. Ma il vino italiano ha costruito il proprio prestigio internazionale grazie a un patrimonio unico: la biodiversità.
Ogni territorio possiede vitigni che raccontano una storia diversa. Ogni vitigno rappresenta un patrimonio di profumi, caratteristiche e identità che nessun altro luogo può replicare. Per questo mi domando se, nel desiderio di intercettare il gusto del consumatore contemporaneo, non esista talvolta il rischio di ridurre quella riconoscibilità. Che costituisce il vero valore aggiunto dei nostri vini.
Non è una questione di qualità. Non è una questione di stabilire quale stile sia migliore. È una riflessione sul delicato equilibrio tra identità e mercato.
Il vino deve certamente evolversi e dialogare con il consumatore. Ma sarebbe un peccato se questa evoluzione portasse, anche solo in parte, ad appiattire quelle differenze che rendono unico il patrimonio vitivinicolo italiano.
Perché è proprio la diversità ad aver reso grande il vino italiano nel mondo.
Bere Rosa 2026, più che offrirmi una risposta definitiva, mi ha lasciato una domanda.
È possibile continuare a conquistare nuovi consumatori senza rinunciare a quella straordinaria identità territoriale e varietale che rappresenta la vera ricchezza dei nostri rosati?
Credo che questa sia una delle sfide più interessanti che il mondo del rosato italiano sarà chiamato ad affrontare nei prossimi anni. Non scegliere tra tradizione e innovazione, ma trovare un equilibrio capace di valorizzare entrambe. Perché un rosato può essere moderno, elegante e piacevole da bere, senza smettere di raccontare il territorio e il vitigno da cui nasce.



