Breve storia del cappone natalizio

La tradizione natalizia del cappone (giovane galletto castrato allo scopo di farlo ingrassare meglio e in fretta) risale già al Medioevo. A Milano i capponi delle feste dovevano essere quattro: uno per Sant’Ambrogio, uno per Natale, uno per Capodanno e uno per l’Epifania. Era considerato un cibo da signori (basti pensare ai capponi del Manzoni, portati da Renzo in dono al leguleio Azzeccagarbugli).

I capponi di Renzo - I NOSTRI LETTORI CI SCRIVONO – Ieri Oggi Domani
I capponi di Renzo

Anche in Friuli il cappone era allevato dalle famiglie di contadini: destinato a rappresentare una preziosa regalìa al padrone o al parroco. Regalìa, termine dal sapore assai medievale, la cui usanza perdurò da noi fino agli anni Sessanta del secolo scorso, scrive su Tiere furlane n. 14 Enos Costantini, che continua: “In verità i Furlani usavano una parola dalla connotazione ancor più eufemistica: onoranze. Così esemplifica il Nuovo Pirona: I massârs a pain par onoranze dodis poleçs e sîs cjapons.

E le “onoranze”, fatte di polli e capponi, sono tuttora ricordate come una specie di disgrazia da quelle donne che vi vedevano tanto lavoro andare in fumo il giorno in cui dovevano recarsi dal conte per la consegna dei pennuti, talora neppure degnate di un grazie, o di uno sguardo, da parte di Chel masse passût (da testimonianze orali raccolte nel Cividalese). (…) Una informatrice di Tricesimo ci dice che, fino agli anni Cinquanta, nella ricorrenza del Santo Natale, doveva portare la brovade e il cjapon (puartâlu spelât! -portarlo già spiumato!) al paron, al miedi e al predi. (al padrone, al medico, al prete). – Quindi – le diciamo – o tiravis sù trê cjapons (allevavate tre capponi). No – ci risponde – o ‘n tiravin sù cuatri, un al jere pe famee… nome che o jerin in disesiet! (ne allevavamo quattro, uno era per la famiglia, solo che… eravamo in diciassette).”

Romanutti

Friulana di nascita, triestina di adozione. Quanto basta per conoscere da vicino la realtà di una regione dal nome doppio, Friuli e Venezia Giulia. Di un’età tale da poter considerare la cucina della memoria come la cucina concreta della sua infanzia, ma curiosa quanto basta per lasciarsi affascinare da tutte le nuove proposte gourmettare. Studi di
filosofia e di storia l’hanno spinta all’approfondimento e della divulgazione. Lettrice accanita quanto basta da scoprire nei libri la seduzione di piatti e ricette. Infine ha deciso di fare un giornale che racconti quello che a lei piacerebbe leggere. Così è nato q.b. Quanto basta, appunto.

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