Buono…non lo conoscevo alla sua ventesima edizione
- Questo è il senso più autentico del nome dell’evento: arrivare davanti a un bicchiere e poter dire, appunto, “Buono… non lo conoscevo!”.
- Un itinerario che restituisce concretamente il significato di una manifestazione dedicata ai vitigni meno conosciuti e alla loro capacità di sorprendere.
- Dalle Marche ci spostiamo nel Lazio, a Poli, dove Tenuta Lungarella lavora su terreni tufacei posti a circa 400 metri di altitudine.
- Proprio lo Schioppettino Crepor 2021 rappresenta bene questa vocazione.
- È un vitigno a bacca rossa strettamente legato al territorio di Oriolo e La Sabbiona ne propone una versione intensa e territoriale.
- È un rosso che richiama immediatamente la cucina di terra, dalle carni alla selvaggina fino ai formaggi stagionati, e che restituisce nel bicchiere il carattere deciso di questo vitigno.
- Tra gli assaggi spiccava il Piculit-Neri, vitigno a bacca rossa coltivato sulle colline dell’area pedemontana del Pordenonese.
- Nel bicchiere offre profumi di melone, pesca bianca, litchi e fiori di glicine, mentre il sorso è pieno, fresco e pulito.
- Per l’occasione abbiamo intervistato, come ogni anno, il presidente Massimo Corrado, per provare a tracciare anche un breve quadro di quello che possiamo definire l’“enomondo”.
- Crisi di mercato, dunque, ma non necessariamente crisi di curiosità, di ricerca e di affetto per il vino.
A Roma la ricorrenza è stata celebrata il 22 settembre, nelle sale del Grand Hotel Palatino, con una giornata dedicata alla straordinaria biodiversità del vigneto italiano.
Oltre settanta vitigni rappresentati, tra varietà conosciute e altre rare, riscoperte o coltivate in aree molto circoscritte.

Questo è il senso più autentico del nome dell’evento: arrivare davanti a un bicchiere e poter dire, appunto, “Buono… non lo conoscevo!”.
Una formula semplice che racchiude l’idea di Go Wine: stimolare la curiosità dell’appassionato, accompagnandolo alla scoperta di un patrimonio vitivinicolo che non si esaurisce nei grandi nomi e nelle denominazioni più celebri.
Il vino italiano è infatti un viaggio fatto di territori, microclimi, suoli e soprattutto di vitigni, alcuni dei quali rischierebbero di rimanere confinati alla memoria locale senza il lavoro di quei produttori che continuano a coltivarli e interpretarli.

Il presidente Massimo Corrado, come sempre, ha guidato con competenza la giornata, ribadendo al termine dell’evento l’impegno dell’associazione nella diffusione della conoscenza e della qualità nel mondo del vino.
Un lavoro che passa attraverso eventi, degustazioni tematiche e incontri diretti con i produttori, chiamati non soltanto a presentare le proprie bottiglie, ma soprattutto a raccontare il territorio dal quale provengono.
È la filosofia stessa di Go Wine: il nome dell’associazione suggerisce movimento, viaggio, curiosità, e gli appuntamenti organizzati in tutta Italia diventano così altrettante occasioni per scoprire una parte diversa del mosaico vitivinicolo nazionale.

La ventesima edizione romana ha confermato pienamente questa vocazione, mettendo insieme realtà molto diverse per dimensione, territorio e storia.
Tra i banchi di assaggio abbiamo incontrato Umani Ronchi, Francone, La Sabbiona, Tenuta Lungarella, Borgo Conventi, L’Arco Antico ed Emilio Bulfon: sette aziende che, attraverso vini profondamente differenti, raccontano altrettanti modi di intendere il rapporto tra vitigno e territorio.
Particolarmente interessante è stato il percorso che si poteva costruire nel calice, passando dal Verdicchio marchigiano al Vermentino laziale, dalla Nascetta delle Langhe allo Schioppettino friulano, fino al Centesimino romagnolo e al Piculit-Neri del Friuli Occidentale.
Un itinerario che restituisce concretamente il significato di una manifestazione dedicata ai vitigni meno conosciuti e alla loro capacità di sorprendere.
A partire dalle Marche, Umani Ronchi rappresenta una realtà ormai storica del territorio: l’azienda nasce nel 1957 a Cupramontana e nel tempo ha costruito una forte identità intorno al Verdicchio e al Montepulciano, affiancando alla dimensione produttiva una costante ricerca qualitativa.
Umani Ronchi Tra gli assaggi, il LH2 Extra Brut Metodo Classico ha mostrato quanto il Verdicchio possa trovare una lettura insolita anche nella spumantizzazione.
LH2 è infatti un Metodo Classico ottenuto da un assemblaggio di Verdicchio e Chardonnay con un affinamento sui lieviti di 25-30 mesi. Ne nasce uno spumante verticale, minerale e dalla struttura importante, nel quale la freschezza del Verdicchio incontra la complessità dello Chardonnay.

Restando in casa Umani Ronchi, Vecchie Vigne è invece un’espressione più classica e profonda del Verdicchio dei Castelli di Jesi.
È ottenuto da Verdicchio in purezza proveniente da vecchie vigne di Montecarotto, con piante di oltre 45 anni.
L’affinamento in cemento a contatto con i lieviti e il successivo riposo in bottiglia contribuiscono a costruire un vino di struttura, fresco e sapido, caratterizzato da profumi di ginestra, camomilla, pera, erbe aromatiche e nocciola.
Dalle Marche ci spostiamo nel Lazio, a Poli, dove Tenuta Lungarella lavora su terreni tufacei posti a circa 400 metri di altitudine.
Qui il Vermentino assume una fisionomia particolarmente interessante: fermentato in acciaio e affinato per sei mesi sur lie, presenta profumi di frutta a polpa bianca e richiami esotici, accompagnati da una spiccata componente minerale.
In bocca è ampio e sapido, con quella freschezza che lo rende particolarmente adatto alla tavola e agli abbinamenti con pesce e carni bianche.

Il viaggio prosegue verso il Friuli-Venezia Giulia con Borgo Conventi, realtà fondata nel 1975 a Farra d’Isonzo e oggi distribuita tra i territori del Collio e dell’Isonzo.
La tenuta conta circa 30 ettari e interpreta sia i grandi bianchi friulani sia alcuni vitigni autoctoni, tra cui Refosco dal Peduncolo Rosso e Schioppettino.
Proprio lo Schioppettino Crepor 2021 rappresenta bene questa vocazione.
Ottenuto da uve Schioppettino raccolte manualmente, fermenta sulle bucce in tini di legno e affina in barrique di rovere francese. È un rosso intenso e strutturato, dai profumi di viola, frutti di bosco e spezie, con tannini fini e una trama vellutata.

Dalla grande tradizione del Collio passiamo poi a un altro territorio dove il recupero delle varietà locali diventa protagonista: quello romagnolo. La Sabbiona, sulle colline di Oriolo dei Fichi, nei pressi di Faenza, possiede circa 15 ettari di vigneto e ha fatto della valorizzazione di antiche varietà autoctone una parte importante della propria identità, con particolare attenzione al Centesimino e al Famoso.
Il Centesimino è forse uno degli esempi più calzanti dello spirito di “Buono… non lo conoscevo!”.
È un vitigno a bacca rossa strettamente legato al territorio di Oriolo e La Sabbiona ne propone una versione intensa e territoriale.
La fermentazione sulle bucce dura circa 15-16 giorni; il vino presenta un colore rubino intenso, profumi floreali ed erbacei e un sorso secco, intenso, sostenuto da tannini giovani ma piacevoli e morbidi.

Nel percorso dedicato ai vitigni meno conosciuti non poteva mancare il Molise, rappresentato dall’Azienda Agricola L’Arco Antico di Pozzilli, in provincia di Isernia, una realtà nata nel 2008 che ha scelto di mettere al centro della propria produzione i vitigni del territorio.
E qui il protagonista assoluto è la Tintilia, varietà identitaria del Molise, proposta in diverse interpretazioni.
Il Vinea Benedictina Tintilia del Molise DOC è l’espressione più strutturata: Tintilia in purezza, dal colore profondo, con profumi di frutta rossa e scura, sfumature floreali e speziate e un sorso pieno, morbido e sostenuto da una trama tannica importante.
È un rosso che richiama immediatamente la cucina di terra, dalle carni alla selvaggina fino ai formaggi stagionati, e che restituisce nel bicchiere il carattere deciso di questo vitigno.

Ma è con la L’Orma del Diavolo, Passito di Tintilia Doc che L’Arco Antico ci sorprende .
La trasformazione del vitigno in un passito ne mette in evidenza un volto completamente diverso, più concentrato e avvolgente, ricco di note di prugna e lampone, oltre a liquirizia e cioccolato.
Ideale come vino da meditazione e in abbinamento alla pasticceria secca e ai dolci della tradizione.
Nello spirito dell’evento, questo è l’esempio di come lo stesso vitigno può cambiare registro e raccontare il territorio attraverso esperienze gustative diverse.
Proprio la biodiversità raggiunge uno dei suoi punti più interessanti con Emilio Bulfon, azienda del Friuli Occidentale impegnata nella salvaguardia e nella valorizzazione di varietà friulane rare.
Tra gli assaggi spiccava il Piculit-Neri, vitigno a bacca rossa coltivato sulle colline dell’area pedemontana del Pordenonese.
Il vino viene prodotto con uve raccolte manualmente, macerazione e fermentazione a temperatura controllata, con 10-15 giorni di contatto con le bucce e successivo affinamento in acciaio. Il risultato è un rosso rubino intenso, dai profumi di frutti rossi e di bosco, violetta e pepe, morbido e avvolgente al palato, con tannini destinati a integrarsi ulteriormente con l’evoluzione.

Infine, il Piemonte, con Francone, ci riporta nel cuore delle Langhe e dimostra come anche in un territorio celebre soprattutto per Nebbiolo e Barbera ci sia spazio per vitigni meno conosciuti. È il caso della Nascetta, varietà bianca autoctona delle Langhe, protagonista di Leonina Langhe DOC Nascetta.
La vendemmia manuale avviene nella prima metà di settembre, la fermentazione si svolge a bassa temperatura e il vino riposa circa cinque mesi sulle fecce fini.
Nel bicchiere offre profumi di melone, pesca bianca, litchi e fiori di glicine, mentre il sorso è pieno, fresco e pulito.
Un bianco che rappresenta perfettamente la filosofia della manifestazione: partire da una varietà poco conosciuta per arrivare a un’esperienza capace di lasciare il segno.

Accanto alla Nascetta, Francone ha proposto anche il Barbaresco 2021, nella versione Albesani, espressione di uno dei grandi Cru di Neive.
Ottenuto da Nebbiolo, nasce da una collina caratterizzata da calcare, argilla e limo e dà vita a un vino di struttura, caldo e longevo, con un profilo fruttato accompagnato da note floreali e tostate.
È un’interpretazione che richiama invece il volto più conosciuto e prestigioso delle Langhe, quello dei grandi rossi da Nebbiolo e dell’invecchiamento.
Per l’occasione abbiamo intervistato, come ogni anno, il presidente Massimo Corrado, per provare a tracciare anche un breve quadro di quello che possiamo definire l’“enomondo”.
Il contesto non è semplice: il vino sta attraversando una fase nella quale il mercato, i consumi e le abitudini dei consumatori stanno cambiando, mentre cresce la concorrenza di altre bevande e si modificano le occasioni di consumo.
Eppure, osservando ciò che accade nelle sale degli eventi, emerge un altro dato: la curiosità non sembra essere venuta meno.

Anzi, la quantità di appuntamenti, la varietà delle degustazioni e la presenza di un pubblico attento raccontano una realtà forse più articolata di quanto suggeriscano i soli numeri del mercato.
Il consumatore interessato vuole conoscere, confrontare, ascoltare il produttore, comprendere il territorio e scoprire qualcosa che ancora non conosce.
Crisi di mercato, dunque, ma non necessariamente crisi di curiosità, di ricerca e di affetto per il vino.
In questo spazio, iniziative come “Buono… non lo conoscevo!” continuano ad avere un ruolo importante: ricordarci che dietro ogni bottiglia esiste una storia e che, in un Paese con una biodiversità vitivinicola straordinaria, il prossimo bicchiere può ancora riservarci qualcosa di nuovo.



