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Carrefour abbandona il Sud d’Italia: dubbi e preoccupazioni.

Accade che quello che sembra un marchio forte d’improvviso mostri le sue debolezze.

Questa la vicenda che benché sia passata su tutte le pagine dei giornali italiani in un onanistico copia incolla non è stata riportata con adeguata enfasi dai media televisivi, forse più impegnati sul dibattito covid.

A detta dell’azienda francese con alla guida due grandi soci gli esuberi si sostanzierebbero in poco meno di 800 unità, dato che per i sindacati sarebbe di gran lunga superiore superando le 1800 unità.

La verità di questa vicenda che potrebbe essere facilmente archiviata in una mancata risposta di mercato e uno stato di decozione forse risiede proprio nelle maglie e interessi dei due soci della catena dei quali uno ha deciso di spingere per la vendita e capitalizzazione.

Così donne e uomini diventano numeri e i nostri soldi il mezzo per tenerli in un limbo quali sono le liste di mobilità per poi sbarcarli nelle liste di disoccupazione o cederli a terzi che spesso (e ci sono state già ampie prove di ciò in una regione del sud) non offrono alcuna garanzia finanche di retribuzione.

Che fare libera impresa sia determinare anche cosa fare dei propri beni e capitali è questione assodata e assolutamente condivisibile, ma se tale libero esercizio deve divenire strumento che grava sul futuro di lavoratori a spese dei contribuenti allora qualcosa non torna.

Nelle more della preoccupante licenza e il “sonnecchiamento” del nostro Ministero del Lavoro che come sempre attiva le procedure ma non pone limiti al loro ricorso in mancanza di piani industriali che siano degni di portare questo nome, l’azienda preannunzia la cessione di ben 106 punti vendita in tutta la penisola.

Questo il triste elenco: Lombardia 41, Campania 18, Liguria 17, Lazio 16, Toscana 6, Emilia-Romagna 4,

Piemonte 3, Abruzzo 1.

Il paradosso di tale cessione programmata starebbe nel fatto che molti di questi punti vendita risultano anche in attivo e quindi ben lontani dall’apparire improduttivi e da essere venduti onde evitare una “emorragia economica”.

Ma il problema è di ben altra portata anche per i posti di lavoro che si “salverebbero” dove per paradosso si verificherebbe addirittura una differente contrattualizzazione (ed evidentemente anche di trattamento) di lavoratori che svolgono le stesse mansioni, talvolta nello stesso punto vendita anche.

 

 

Per capire meglio la portata del problema abbiamo intervistato la Segretario FISASCAT – CISL AMB –Silvia Pergola.

 

  • I dipendenti della multinazionale francese sono in stato di agitazione dai primi di ottobre scorso. Che succede?

Nei primi giorni di ottobre Carrefour ha presentato un piano di ristrutturazione che presenta un conto salatissimo sul fronte occupazionale senza che vi sia un piano industriale di prospettiva e di effettivo rilancio. Infatti, ciò che l’azienda chiama “sviluppo”, consiste unicamente nella programmazione di nuove attività affidate in gestione ad aziende terze ed in un’ennesima procedura di licenziamento collettivo che si aggiunge a precedenti interventi che hanno ridotto l’organico diretto e peggiorato le condizioni di lavoro.

  • Di quali numeri stiamo parlando?

Difficile quantificare il numero preciso delle Lavoratrici e dei Lavoratori coinvolti effettivamente.  Nell’incontro nazionale del 1 ottobre scorso l’A.D. Rabatel ha annunciato 168 esuberi tra gli impiegati della sede e 447 equivalenti FT nella rete commerciale diretta. Tenuto conto che gli addetti, in prevalenza donne, hanno contratti PT anche al 50% (20 ore settimanali) la perdita di posti di lavoro rischia, evidentemente, di essere ben più alta. A questo si deve necessariamente aggiungere il piano di dismissione di 106 punti vendita tra Market e Express che usciranno dal perimetro in gestione diretta dell’azienda per passare al franchising.

  • Ci può spiegare cosa significa?

L’obiettivo della multinazionale è di diventare il primo franchisor italiano e già ad oggi la rete “indiretta” conta 1064 punti vendita a fronte dei 421 direttamente gestiti. Due sono i master franchisees, Etruria Retail (Etruria Società Cooperativa), e Apulia Distribuzione Srl, attiva nelle regioni Puglia, Basilicata, Calabria e Molise con 350 negozi e 4000 dipendenti. Spesso nella cessione dei rami aziendali non si è in grado di testare l’affidabilità imprenditoriale e si perdono diritti e certezze delle condizioni di lavoro sia per diverse applicazione dei contratti nazionali, visto che molti fanno riferimento a contratti di rete d’impresa o alla CISAL; circostanze che possono portare alla coesistenza, all’interno dello stesso punto vendita, di diversi trattamenti e casistiche di assunzione e, addirittura, ad avere datori di lavoro differenti per addetti che, per contro svolgono le stesse mansioni.

  • Qual è l’impatto del piano di esuberi in Campania?

Non si tratta di perdita di posti di lavoro veri e propri, perché i 500 addetti della Campania dovrebbero essere riassorbiti, in teoria alle medesime condizioni contrattuali in essere, dal Gruppo Apulia. Quello che preoccupa e che peraltro vede un pericoloso precedente in Calabria, dove i dipendenti, nel meccanismo dei passaggi burocratici tra un’azienda e l’altra, sono stati per oltre cinque mesi senza stipendio e senza lavoro pur non essendo formalmente licenziati, è che si rischia di lasciare per strada pezzi importanti di diritti e prerogative contrattuali e di non garantire, così come sarebbe previsto dalle leggi e dai contratti in essere, la continuità occupazionale dei dipendenti. Con la decisione di vendere 18 negozi, di cui 8 Carrefour express e 10 Carrefour market, in Campania, il colosso francese della grande distribuzione lascia di fatto il Sud. Non ci sarà più nessun negozio a gestione diretta; nel Mezzogiorno ci sarà solo il franchising: ovvero un marchio senza l’azienda. Questo ci fa allarmare, perché la nostra attenzione e il nostro scopo sono il mantenimento di condizioni di lavoro dignitose e parità di trattamento normativo ed economico per tutti i lavoratori del gruppo; il dualismo che si verrà a creare tra Nord e Sud non garantisce le nostre rivendicazioni.

  • Quali sono gli obiettivi delle OO.SS.?

Definire standard di trattamento normativo ed economico per i lavoratori impiegati nella rete gestita dai franchisee portando la direzione aziendale a cogliere quella che riteniamo essere un’opportunità e un’esigenza imprescindibile per qualificare maggiormente il ruolo delle lavoratrici e dei lavoratori impiegati nei negozi in franchising; possiamo farlo stabilendo delle condizioni minime da includere nei format contrattuali vincolanti fra franchisor e franchisee.  Aspiriamo ad una qualità del lavoro che garantisca diritti, certezza occupazionale e legalità, soprattutto nel Sud del Paese.



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