Celebrità e cibo: Vittoria la vorace

Celebrità e cibo: Vittoria la vorace

La regina Vittoria non fu soltanto una sovrana che segnò un’epoca: fu anche una protagonista della cultura gastronomica dell’Ottocento.

Le sue abitudini alimentari, spesso sorprendenti, raccontano un’Inghilterra in trasformazione e una donna che visse il cibo come piacere, routine e potere.

Fin da bambina, infatti, Vittoria fu sottoposta al rigido Kensington System, che prevedeva pasti controllati e frugali come pane e latte.

Questa disciplina alimentare, secondo gli storici, contribuì a sviluppare in lei un forte desiderio di libertà a tavola una volta salita al trono.

Da adulta, la regina mostrò un appetito notevole e un modo di mangiare velocissimo: poteva terminare un pranzo di sette portate in mezz’ora, costringendo tutti i commensali a interrompere il pasto non appena lei posava la forchetta.

L’etichetta di corte imponeva che una volta che la regina terminava il pasto andava sparecchiata la tavola rapidamente.

Così, il mangiare lento e a piccoli bocconi non si confaceva alle tempistiche della sovrana, al punto tale che si narra che un ospite vistosi togliere il piatto da un servitore dopo pochi bocconi ad alta voce gli abbia intimato di riportarlo.

La cosa, benché violasse l’etichetta,  divertì molto la regina che lasciò che venisse violata.

A corte, per questo stile veniva soprannominato “the gobble”, la vorace.

La sua giornata iniziava con una colazione abbondante: porridge, pesce affumicato, uova su toast e fancy breads, anche se negli ultimi anni preferì una routine più semplice con uovo, pane tostato e caffè.

Il pranzo e la cena, invece, erano veri banchetti: fino a dieci portate, con carni pregiate, selvaggina, pesci diversi e dolci ricchi.

La regina amava particolarmente il montone, che cercava di mangiare ogni giorno, e non disdegnava piatti complessi come la celebre raised pie, una sorta di antesignano del “turducken” moderno.

La passione per i dolci era nota.

Prediligeva torte, creme, composte di frutta e la celebre Victoria sponge, la torta che porta il suo nome. Non mancavano frutti freschi, soprattutto mele e ananas coltivati appositamente per la corte o spesso omaggio dei Rothschild.

Curioso anche il rapporto con le bevande.

Vittoria non voleva ghiaccio nei drink, convinta che le bevande fredde causassero mal di gola.

Amava il whisky e il claret, che talvolta mescolava, suscitando lo sconcerto dei suoi ministri.

Negli ultimi decenni della sua vita, la regina sviluppò una forte predilezione per la cucina indiana, introdotta dal suo attendente Abdul Karim.

Il curry di pollo divenne un piatto ricorrente nei pranzi domenicali, simbolo dell’influenza culturale dell’Impero britannico sulla tavola reale.

Le abitudini alimentari di Vittoria non furono solo eccentricità personali.

Contribuirono a definire un nuovo modo di intendere la cucina nell’Inghilterra vittoriana.

La sua corte, con i suoi ritmi, le sue preferenze e le sue stravaganze, divenne un laboratorio gastronomico che influenzò l’intero Paese.

Oggi, studi come The Greedy Queen di Annie Gray mostrano come il cibo abbia accompagnato la sovrana per tutta la vita, diventando specchio della sua personalità e del suo tempo.

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Di formazione classica sono approdato al cibo per testa e per gola sin dall’infanzia. Un giorno, poi, a diciannove anni è scattata una molla improvvisa e mi sono ritrovato sempre con maggior impegno a provare prodotti, ad approfondire argomenti e categorie merceologiche, a conoscere produttori e ristoratori. Da questo mondo ho appreso molte cose ma più di ogni altra che esiste il cibo di qualità e il cibo spazzatura e che il secondo spesso si mistifica fin troppo bene nel primo. Infinitamente curioso cerco sempre qualcosa che mi dia quell’emozione che il cibo dovrebbe dare ad ognuno di noi, quel concetto o idea che dovrebbe essere ben leggibile dietro ogni piatto, quella produzione ormai dimenticata o sconosciuta. Quando ho immaginato questo sito non l’ho pensato per soddisfare un mio desiderio di visibilità ma per creare un contenitore di idee dove tutti coloro che avevano piacere di parteciparvi potessero apportare, secondo le proprie possibilità e conoscenze, un contributo alla conoscenza del cibo. Spero di esservi riuscito. Il mio è un viaggio continuo che ho consapevolezza non terminerà mai. Ma è il viaggio più bello che potessi fare.
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