Chi mangia fichidindia s‘arricria
La Biblioteca delle Tradizioni Popolari Siciliane, opera monumentale in 25 volumi del medico e demologo palermitano Giuseppe Pitrè (1841-1916) è forse la più ampia raccolta di tradizioni popolari finora mai realizzata.
Essa riunisce canti, fiabe e novelle, proverbi, leggende, giochi, feste, usi, costumi, credenze, medicina popolare e numerosi altri aspetti della cultura siciliana, costituendo ancora oggi un punto di riferimento imprescindibile per gli studi sul folklore e sull’identità culturale dell’Isola.
Il volume XX è dedicato agli indovinelli, i dubbi e agli scioglilingua del popolo siciliano ed è frutto di attente ricerche in ben 58 comuni siciliani che hanno permesso a Pitrè di riunire 1141 testi per la maggior parte indovinelli o ’nnimina o ’nniminagghi come li chiamavano a fine Ottocento i palermitani.
All’epoca della raccoltà il folclorista palermitano distinse gli indovinelli in “onesti” e “osceni” o sconci e per un lungo periodo questo secondo tipo rimase inedito.
Riguardavano gesti come il defecare, oggetti come la sedia o il fiammifero e pietanze come il carciofo da indovinare sottolineando il lato malizioso e spesso afferente gli organi sessuali.
Nel 2003, per Antares Editrice, lo studioso Lucio Zinna ha voluto riunire questi “Indovinelli popolari siciliani vastasi” raccolti da Giuseppe Pitrè e ne riportiamo uno dedicato ad uno dei simboli, con le sue tipiche macchie, del paesaggio siciliano: il fico d’India o ficurigna o ficudinnia.

Lassami stari
Nun mi tuccari
Ora mi spogghiu
E ti fazzu arricriari
recita uno tra gli indovinelli meno licenzioso o meno vastasu ed è davvero interessante perché ha un significato letterale e metaforico insieme.
Questo indovinello sottolinea innanzitutto la difficoltà di sbucciare o spugghiari un ficodindia (Opuntia ficus-indica) ricoperto di minuscole spine che si conficcano sulle dita e che è fastidioso estrarre; ma vale comunque la pena correre il rischio perché questo frutto, anche se hanno la polpa piena di piccoli semi, ha un sapore dolcissimo e fa arricriari.
A livello metaforico poi, l’indovinello paragona i ficudinnia a belle donne che si vogliono denudare di fronte ad un uomo voglioso: la buccia è ora una camicia, ora un corpetto o un elegante vestito da sbottonare e appena questa donna-ficudinnia si spogghia, l’uomo può soddisfare i suoi più licenziosi desideri e, non con la gola in questo caso si può arricriari.
Tornando all’interpretazione letterale dell’indovinello, il ficodindia è un frutto carnoso ricco di acqua, zuccheri, vitamine e sali minerali che ha tre varietà: gialla, rossa e bianca.
Si raccoglie a partire dalla fine di luglio fino ad autunno inoltrato, quando si raccolgono i bastarduna, e può essere gustato come frutto o impiegato per produrre marmellate, liquori, il gelo di fichidindia e un po’ meno per realizzare granite o gelati.
Tra le ricette dolci più antiche delle cuoche siciliane a base di fichidindia c’è la mostarda, realizzata con il succo di questo frutto così particolare.

Ecco gli ingredienti:
20 fichi d’ india maturi
1 cucchiaio di chiodi di garofano
1 cucchiaio di cannella
Scorza d’arancia
100 grammi di amido
ancora 100 grammi di mandorle
poi 100 grammi di zucchero o più in base ai gusti
Ecco la preparazione:
Dopo avere sbucciato i frutti, si pongono in una pentola e si cuociono per circa 15-20 minuti finchè non raggiungono una consistenza cremosa.
Spenta la fiamma, si lascia passare questa crema attraverso un colino in modo da estrarre il solo succo e si lascia raffreddare.
A questo punto si prepara il composto mescolando con il succo l’amido, lo zucchero, la cannella, la scorza d’arancia e i chiodi di garofano.
Si rimette sul fuoco per circa 15-20 minuti finchè non si addensa e comincia a staccarsi dalle pareti della pentola.
Si versa, infine, la mostarda in stampi che saranno decorati con la granella di mandorle. E’ pronta per essere gustata dopo avere riposato per almeno 24 ore.



