Cibaria non è un libro da leggere. È un libro da lasciare in giro.

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Cibaria non è un libro da leggere. È un libro da lasciare in giro.

Non è da affrontare in modo lineare. Piuttosto, si sfoglia. Si apre a caso. Si legge una storia, poi ci si ferma. E magari ci si torna più tardi, senza preoccuparsi di dove si era rimasti.

Il libro è costruito come una raccolta di microstorie, brevi frammenti che attraversano il mondo del cibo senza volerlo ordinare né spiegare davvero. Più che un percorso, è una sequenza di deviazioni: curiosità, abitudini, riti, dettagli che spesso sfuggono ai racconti più sistematici. Il cibo, in questo senso, è quasi un pretesto. O meglio: è il filo che tiene insieme una serie di osservazioni sull’umano.

Cibaria è, allo stesso tempo, molte cose: un piccolo libro di viaggio, una raccolta di microstorie, un oggetto illustrato, una sorta di memorabilia alimentare. Non nel senso nostalgico, ma come archivio leggero di tracce e immagini legate al cibo.

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Non prova a costruire un discorso organico sul cibo né a offrire una visione d’insieme. Rimane volutamente frammentario. Ed è proprio questa mancanza di sistematicità a renderlo interessante: ogni storia resta aperta, non conclusa, come accade spesso con le esperienze reali.

Si potrebbe definirlo, anche se la parola è abusata, un libro “esperienziale”. Non perché costruisca un’esperienza artificiale, ma perché si comporta come un’esperienza reale: non lineare, fatta di interruzioni, ritorni e piccoli spostamenti.

In questo equilibrio tra leggerezza e contenuto, le illustrazioni di Gabriele Pinotrovano hanno un ruolo fondamentale. Non si limitano ad accompagnare i testi, ma li rendono più profondi senza appesantirli. Aggiungono una dimensione visiva che aiuta a entrare nelle storie, mantenendo però una certa distanza. È un dialogo riuscito, mai invadente.

Dalla copertina alle pagine, dai testi alle immagini, Cibaria è un oggetto coerente, pensato per essere sfogliato più che consumato. Un libro che non si finisce davvero, ma che è bello visitare: in un minuto il libro ti porta in un micro-viaggio, dalla Scozia al Giappone, dall’Armenia alle Filippine, sulle tracce di tesori alimentari perduti (o in via di estinzione).

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Mi sono persa nel labirinto gastronomico circa vent’anni fa. Mi chiamo WildKitchen perché un giorno sono scappata. Ho cucinato per miliardari e per emarginati (credo in egual misura). Esploro la cucina olistica e la sostenibilità, cercando di far incontrare gli attori delle catene alimentari prima che diventino fantasmi. Scrivo di cibo perché cucinarlo e mangiarlo non mi basta. linkedin https://www.linkedin.com/in/valeria-wildkitchen
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