Cirò DOCG, il numero 78
Questa sarà la prima vendemmia di Cirò Classico Docg, infatti in agosto si è concluso l’iter burocratico per la variazione del disciplinare del Cirò Doc; in fondo è come uno spin off televisivo, un prodotto nuovo le cui origini sono in una serie precedente.
Esistevano già 77 DOCG nel nostro paese, e dunque il Cirò Classico conquista, nell’enografia italiana contemporanea, la posizione numero 78, nonostante la storia leggendaria di quello che è, in fondo. il bis nipote di uno dei vini italici più antichi.
Perché il vino è frequentissimamente intrecciato a miti o a storie che nella leggenda sublimano, e di leggende abbiamo sempre bisogno.
La leggenda
È certamente storia che la costa ionica sia stata una delle più antiche zone di approdo dei colonizzatori Greci: siamo poco a sud di Crotone, in quella che proprio per la preminenza della viticoltura gli Ellenici chiamavano Enotria, nome poi traslato all’intera nostra penisola.
Nome dalla doppia etimologia, la prima legata ad un mitico fondatore (nel IX secolo) venuto dall’Ellade, Enotrio, la seconda che deriva dal greco “oinotron”, cioè palo da vigna, in quanto qui la vite fu impiantata con la tecnica del palo centrale a cui si legavano tre viti, quasi in forma piramidale., una tecnica evoluta rispetto ad alcune zone della Grecia, dove la viticoltura era di viti libere, persino striscianti, o allevate ad alberello, se il portamento della vite stessa lo consentiva.
L’area
Cirò, e Cirò Marina, sono lì, insieme a parte degli adiacenti comuni di Crucoli e Melissa, la zona che è individuata nel disciplinare storico, il quale prevede ancora i tipi Cirò Bianco, Cirò Rosato e per il Cirò Rosso la possibilità di aggiungere menzioni ulteriori “Superiore” e “Superiore Riserva” perché, appunto, le vecchia attribuzioni “Classico”, “Classico Superiore”, “Classico Superiore Riserva” sono state cancellate dal disciplinare della DOC e unificate nel nuovo disciplinare “Cirò Classico DOCG”.

La composizione delle uve (la base ampelografica) non è stata toccata nel vecchio strumento normativo: il Bianco prevede l’uva Greco Bianco almeno all’80 %, potendosi aggiungere massimo il restante 20% (congiunto) di uve a bacca bianca delle varietà idonee alla coltivazione nella Regione Calabria; il Rosso e il Rosato devono essere fatti con almeno l’80% di Gaglioppo, cui si possono aggiungere altre uve a bacca rossa provenienti dalle varietà idonee alla coltivazione nella regione «fino ad un massimo del 20% ad esclusione delle varietà Barbera, Cabernet franc, Cabernet sauvignon, Sangiovese e Merlot, che possono concorrere fino ad un massimo del 10%».
Il Cirò Classico DOCG
Il Cirò Classico DOCG, invece, prescrive il Gaglioppo minimo al 90%, potendovi aggiungere il resto solo con le uve a bacca rossa assolutamente calabresi, Magliocco e Greco Nero.
Anche la resa massima delle uve ha avuto una stretta qualitativa ed è scesa da 11,5 a 8 tonnellate per ettaro, e anche l’invecchiamento minimo prima del consumo è stato portato, per la nuova DOCG, a 36 mesi – calcolati a decorrere dal 1°gennaio dell’anno successivo alla vendemmia – di cui almeno 6 mesi in contenitori di legno, mentre la DOC del Cirò Rosso continua a prevedere la commercializzazione dal 1° giugno dell’anno successivo all’annata di produzione delle uve, e per i Riserva DOC la vendita parte 2 anni dopo il 1° gennaio seguente alla vendemmia.

Il nuovo Cirò Rosso DOCG
Il nuovo Cirò Rosso DOCG sarà dunque la punta di diamante dell’enologia crotonese: un vino (nelle bevute dei vecchi Cirò Classico Riserva) di ottima serbevolezza, dal colore non intenso, ma al naso, pieno di frutta rossa (ciliegia, fragola, prugna) e quando passato in legno (soprattutto barrique e tonneaux) con nitidi aromi speziati, di vaniglia, o di tabacco, e spesso anche di liquirizia (altro vanto regionale), accompagnati di frequente da un netto rimando salmastro dal mare.
In bocca il vino è fresco, sapido, con un tannino che sa diventare molto elegante, quasi vellutato. Vini (sempre quelli omologhi quelli assaggiati prima della nuova normativa) spesso dotati di un buon allungo finale. Ottimi compagni a tavola della cucina speziata e succosa, riuscendo a volte anche ad affrontare la fantastica ‘nduja.
Dunque un nuovo orgoglio per il vino prodotto nelle zone del leggendario (l’aggettivo torna spesso) Krimisa, che era il nettare con sui si omaggiavano i vincitori dei Giochi Olimpici. Chissà che il consorzio non riesca di nuovo a farlo diventare un simbolo delle vittorie olimpiche italiane, come fu per l’anno precedente alla DOC, quando il Cirò venne donato ai vincitori della Olimpiade di Città del Messico.
Uno dei primi nella storia, il settantottesimo nella cronaca delle DOCG italiane: Γεια μας, alla nostra salute!


