Collio Pinot Grigio: quando il territorio demolisce il cliché del “bianco facile”
Masterclass al Gambero Rosso: diciannove vini, tre portate in abbinamento e un viaggio dal 2025 al 2015 tra identità, territorio e interpretazioni del Pinot Grigio del Collio.
Il territorio deve venire prima del vitigno. Questa la frase che, più di tutte, ha definito la masterclass dedicata al Pinot Grigio del Collio organizzata dal Gambero Rosso il 4 maggio scorso.

A pronunciarla è stato Giuseppe Carrus, curatore della guida Vini d’Italia del Gambero Rosso.
La degustazione si è trasformata rapidamente in qualcosa di molto diverso da una semplice verticale dedicata a uno dei vitigni bianchi più conosciuti al mondo. Perché il vero protagonista della serata non era il Pinot Grigio in sé, ma il Collio.
Un territorio che continua a sfuggire alle semplificazioni. E che attraverso una varietà spesso banalizzata dal mercato internazionale, riesce a raccontare profondità, identità, materia e capacità evolutiva.

La degustazione, guidata da Carrus insieme a Luca Raccaro, presidente del Consorzio Tutela Vini Collio, ha attraversato annate dal 2025 fino al 2015. Ed ha mostrato quanto il Pinot Grigio possa cambiare volto. quando viene interpretato attraverso terroir, microclima e filosofia produttiva.
Il Gambero Rosso e il gusto italiano
La serata si è aperta con un intervento istituzionale che ha collocato la masterclass dentro un ragionamento più ampio sul ruolo del Gambero Rosso. Il nuovo amministratore delegato, Marco Moroni, ha ricordato i quarant’anni del marchio. E la sfida di tenere insieme la tradizione costruita nel tempo con l’evoluzione digitale e comunicativa del presente.

Il passaggio più significativo ha riguardato l’idea del Gambero Rosso come custode del gusto italiano. Non soltanto una realtà editoriale o una guida, ma un soggetto capace di dare voce al patrimonio del vino e della gastronomia italiana. Rimettendo al centro un criterio di valutazione fondato sulla cultura del gusto del nostro Paese. “Noi siamo i custodi del gusto italiano.” Questa la frase chiave di Marco Moroni.
Da qui il senso della collaborazione con i consorzi e con i territori. Non limitarsi a premiare o valutare, ma contribuire a raccontare ciò che rende riconoscibili i vini italiani, in Italia e nel mondo.
Il Collio oltre il Pinot Grigio internazionale
Uno dei temi centrali della masterclass è stato proprio il contrasto tra il Pinot Grigio percepito a livello globale e quello che nasce nel Collio.
Negli Stati Uniti, come ha sottolineato Carrus, il Pinot Grigio è spesso associato a vini leggeri, semplici, immediati, quasi standardizzati. Un bianco facile, da bere giovane, dal profilo lineare e poco impegnativo. Una definizione che, nel corso della degustazione, è stata progressivamente smontata bicchiere dopo bicchiere.
“Parlare della singola varietà può voler dire tutto e il contrario di tutto. Parlare invece di una varietà in un territorio preciso cambia completamente le cose.”
Per Carrus, infatti, il punto non è bere un Pinot Grigio del Collio, ma bere in Collio interpretato attraverso il Pinot Grigio. Il nome del territorio deve precedere quello del vitigno, perché è il territorio a imprimere direzione, profondità e riconoscibilità al vino.
La presenza di un consorzio forte e di produttori riuniti attorno a una narrazione comune è stata letta proprio in questa prospettiva. Nel vino di qualità l’unione non ha soltanto valore promozionale, ma diventa strumento di costruzione dell’identità territoriale.
La ponca, il clima e il carattere del Collio
A spiegare le radici di questa identità è stato Luca Raccaro, raccontando il ruolo fondamentale della ponca, il terreno stratificato di marne e arenarie nato milioni di anni fa dall’emersione dei fondali marini.
È proprio questa composizione a dare ai vini quella sapidità lunga, profonda e quasi marina che ha attraversato tutta la degustazione. Indipendentemente dalle annate e dagli stili produttivi.
A questo si aggiunge un microclima unico, sospeso tra le correnti fresche provenienti dalle Alpi e l’influenza mitigatrice dell’Adriatico. Un equilibrio che permette maturazioni complete senza perdere freschezza e tensione.
Il risultato sono vini che uniscono materia e dinamismo: strutturati ma mai pesanti, ricchi ma capaci di mantenere slancio e bevibilità.
Un territorio di confine
Uno dei momenti più intensi della serata è arrivato quando Raccaro ha raccontato il Collio come luogo di confine non solo geografico, ma culturale. La sua stessa storia familiare diventa esempio di questa complessità: cognomi italianizzati, radici slovene, memoria austro-ungarica, lingua friulana, italiana e slovena che convivono nella quotidianità.
Nel Collio si incontrano cultura latina, cultura slava e cultura germanica. Questa stratificazione non è un dettaglio folcloristico, ma una chiave di lettura dei vini. Colori diversi, stili differenti, interpretazioni che possono apparire persino spiazzanti a chi guarda da fuori, ma che insieme compongono un’identità coerente.
Il Collio, insomma, non cerca l’uniformità. La sua forza è proprio nella pluralità delle sue espressioni.
Diciannove vini per raccontare un territorio
La degustazione si è sviluppata attraverso diciannove etichette, dalle anteprime 2025 fino alla profondità delle annate più mature. Il percorso ha alternato vini più classici, versioni ramate, interpretazioni con lavoro sulle bucce e campioni capaci di mostrare una sorprendente tenuta nel tempo.

I 2025: le anteprime e il primo cambio di prospettiva
I tre 2025 hanno subito mostrato che il Pinot Grigio del Collio non può essere ridotto all’immagine del bianco esile e neutro.
Humar 2025 ha aperto la degustazione con materia, frutto giallo, fiori di campo, bocca glicerica e una sapidità già molto evidente. Carrus ha parlato di vini di sapore, insistendo sulla persistenza come segnale della forza del suolo.
Russiz Superiore 2025 ha cambiato registro: più verticale, più cristallino, meno materico, giocato su fiori bianchi, frutta bianca e tensione. Il produttore ha ricordato la storicità dell’azienda, nata nel 1967.
E un lavoro che prevede una quota in legno grande e una parte prevalente in acciaio per conservare freschezza.
Scolaris 2025 si è posto in una posizione intermedia: meno opulento del primo, meno affilato del secondo. Ma già attraversato da una nota leggermente balsamica e di anice, letta come possibile traccia di futura evoluzione.

I 2024: freschezza, ramato e libertà stilistica
Con i 2024 la degustazione è entrata in una fase più articolata. Raccaro ha ricordato la differenza tra 2024 e 2025: entrambe annate piovose nella fase primaverile. Con una 2024 più umida anche durante l’estate, mentre la 2025 ha poi preso un andamento più caldo e asciutto.
Livon “Braide Grande” 2024 ha offerto lo spunto per parlare di cru, identità familiare e uso misurato del legno. Valentina Ursic, responsabile marketing ha raccontato il legame con la collina di Ruttars e con la linea cru aziendale. Circa il 70% del vino resta in acciaio, mentre una parte svolge affinamento in legno, con l’obiettivo di aggiungere complessità senza snaturare freschezza e denominazione.
Fruscalzo 2024 ha mostrato una lieve venatura ramata e una lettura più floreale che fruttata, con bevibilità vibrante e profondità. Pighin 2024, invece, ha colpito Carrus per la freschezza e per una possibile evoluzione balsamica, tra sensazioni mentolate ed eucaliptiche.
Tra i 2024 che hanno mostrato un profilo più materico e strutturato, interessante anche il Pinot Grigio di Pighin. Giocato più sull’ampiezza e sulla morbidezza che sulla sola verticalità. Un vino già capace di uscire dall’idea del Pinot Grigio immediato e solo floreale. Con una progressione gustativa più avvolgente che tendeva ad accompagnare meglio le preparazioni più ricche della masterclass.
Zorzon 2024 ha portato in primo piano il tema del colore. Giorgio Zorzon ha raccontato una storia legata al mercato milanese e poi a quello internazionale. il Pinot Grigio come vino richiesto per nome, spesso prima ancora che per identità. Il produttore ha ricordato anche le reazioni di alcuni clienti davanti a una tonalità più intensa. Letta erroneamente come ossidazione, quando invece rappresenta una delle espressioni naturali della varietà. “È il vero colore del Pinot Grigio.”
Ronco Blanchis 2024 ha offerto un’altra lettura del rapporto tra zona, suolo e tecnica: vigne in una parte più meridionale del Collio. Componenti argillose e marnose, vinificazione semplice in acciaio e attenzione alla permanenza sulle fecce fini. Il produttore ha accennato anche a una lieve carbonica naturale, utile a sostenere freschezza e dinamica di beva.
Borgo Savaian 2024 ha sorpreso per le note di mentuccia e per una luminosità aromatica molto netta. Il produttore ha spiegato come il Pinot Grigio, per molte aziende, sia spesso la porta d’ingresso con cui gli interlocutori internazionali si avvicinano al Collio. Un vitigno conosciuto che permette poi di raccontare il resto del territorio.
Skok 2024 ha chiuso la prima grande batteria con una tonalità più decisamente ramata, dando a Raccaro l’occasione per chiarire la posizione del Consorzio. Il disciplinare consente una gamma cromatica ampia, dalla vinificazione più “bianca” fino a leggere sfumature rosate o ramate. Non esiste un unico colore obbligato del Pinot Grigio del Collio, perché l’identità del territorio passa anche attraverso la libertà interpretativa dei produttori.
Il primo intermezzo gastronomico
Dopo i primi dieci vini, la degustazione si è aperta al primo momento gastronomico. Carrus aveva spiegato fin dall’inizio la scelta di alternare batterie di vini e piatti. Non soltanto per dare ritmo a una masterclass così ampia, ma per osservare come il Pinot Grigio del Collio si comportasse a tavola.

Gli abbinamenti firmati da Marco Brioschi, Resident Chef della Gambero Rosso Academy, sono stati pensati come parte integrante del racconto, non come semplice accompagnamento. Il percorso prevedeva uovo morbido e vignarola, plin ai tre arrosti e pollo alla cacciatora, distribuiti durante le diverse batterie di assaggio.

I 2023: il tempo comincia a parlare
Con il passaggio ai 2023, Carrus ha iniziato a ragionare sulla capacità del vino di mantenere gioventù, frutto e profondità a qualche anno dalla vendemmia. Raccaro ha ricordato la 2023 come annata generosa ma complessa, segnata da caldo, piogge ricorrenti e una fase vendemmiale non semplice.
Venica & Venica “Jesera” 2023 ha mostrato carattere, floralità di campo, materia e purezza. Pur attenuandosi la spinta acida più evidente dei vini giovanissimi, il bilanciamento tra materia, sapidità e durezze permettesse al vino di non sedersi.
Ferruccio Sgubin 2023 ha restituito un vino slanciato, dinamico, profondo, con una lunghezza gustativa importante e nessun segno di cedimento.
Il 2022: una vendemmia calda e siccitosa
Il 2022, rappresentato da Colmello di Grotta, ha portato dentro la degustazione il tema delle annate difficili. Raccaro lo ha definito un millesimo molto secco, opposto alla 2023 e arrivato dopo una 2021 considerata tra le più favorevoli degli ultimi anni.
Nel bicchiere, il vino ha mostrato maggiore calore, più materia, una componente glicerica evidente e una sensazione quasi caramellosa. Carrus ha però sottolineato come, anche in un’annata così, il vino conservasse valore e capacità di racconto. Nonostante il profilo più caldo, lo spettro aromatico non risultava coperto e la bocca manteneva equilibrio.
I 2021: macerazione, colore e materia
La 2021 è stata descritta da Raccaro come una delle annate più favorevoli degli ultimi anni nel Collio. È proprio qui che la degustazione ha cambiato passo, entrando nelle interpretazioni più intense del Pinot Grigio.
Paraschos NOT SVN Riserva 2021 è stato uno dei momenti centrali della serata. Iannis Paraschos ha raccontato una viticoltura estrema, in una zona molto ventilata, vicina al Sabotino. Con punte di vento molto elevate, suoli poveri, marne, argille pietrificate e una forte presenza ferrosa. Le rese sono bassissime e la vigna, secondo il produttore, è la vera protagonista del vino.
Il colore ramato intenso e la struttura del vino hanno permesso di affrontare il tema della macerazione non come moda. Ma come tecnica di cantina e come risposta a un vigneto specifico. Carrus ha insistito proprio su questo punto: la macerazione, in questo caso, non è un esercizio stilistico né una scelta commerciale. Ma un modo per estrarre dalla buccia ciò che quel luogo può dare
Quì la sensazione tannica diventa reale, non più soltanto un grip sapido o una percezione tattile. Il vino porta con sé note ferrose, una suggestione quasi ematica, struttura e secchezza, ma senza perdere scorrevolezza.
Tercic “Dar” 2021 ha mostrato un’altra faccia della stessa annata: più morbida, più glicerica, più avvolgente. Il confronto tra i due 2021 ha rafforzato l’idea che il Collio non sia un territorio da leggere attraverso un solo stile. Come ha detto Raccaro, “questo siamo”: una pluralità di interpretazioni che trova però un filo comune nella riconoscibilità territoriale.
Cambiamento climatico e nuova ricerca di equilibrio
Durante la seconda parte della degustazione, Raccaro ha affrontato anche il tema del cambiamento climatico e dell’evoluzione delle pratiche agronomiche. Nei primi anni Duemila, ha spiegato, si era arrivati spesso a una ricerca molto spinta della concentrazione e della perfezione qualitativa. Anche con tecniche che potevano stressare eccessivamente la pianta.
Negli anni a seguire, invece, molti produttori hanno recuperato una visione più equilibrata. Vigneti vecchi, naturalmente capaci di autoregolarsi, rese non esasperate e attenzione a ottenere uve sane senza snaturare ciò che l’annata consegna. Anche questo ha contribuito a contenere alcolicità estreme e a rendere i vini più coerenti con il modo di bere contemporaneo, senza perdere profondità.
Le vecchie annate: il tempo come prova definitiva
La chiusura della degustazione è stata affidata a quattro annate molto diverse: Primosic 2019, Renato Keber 2018, Tenuta Borgo Conventi 2016 e Muzic 2015.
Prima dei due campioni 2019 e 2018, Raccaro ha ricordato che non era presente alcun vino del 2020 non per rimuovere un’annata difficile. Ma semplicemente perché non erano arrivati campioni di quel millesimo. La 2019 è stata avvicinata per andamento climatico alla 2021, con un profilo molto friulano. La 2018 è stata definita l’annata principe della decade precedente: produttiva e qualitativamente eccellente, una combinazione rara.
Primosic 2019 ha richiamato le interpretazioni con macerazione: colore più intenso, struttura, anima più “rossista” e grande vitalità. Carrus ha sottolineato come, alla cieca, un vino del genere avrebbe potuto mettere in difficoltà molti degustatori per forza e vivacità.
Renato Keber 2018 ha mostrato invece un profilo più cremoso, setoso e glicerico. I terziari non apparivano come segni di decadenza, ma come complessità, con una bocca ancora piena di slancio. Un vino gastronomico, profondo, ma non stancante.
Tenuta Borgo Conventi 2016 ha rappresentato un altro passaggio importante con il produttore che ha raccontato la storia dell’azienda, nata intorno al 1975. Poi rilevata dal gruppo della famiglia Moretti Polegato, e il ruolo centrale dell’enologo storico Paolo Corso. Il vino non era nato con l’idea di un lunghissimo invecchiamento, ma il tempo ha dimostrato la forza del territorio. Vendemmie manuali da vigneti diversi, pressatura soffice, fermentazione a temperatura controllata e sosta sulle fecce prima dell’imbottigliamento nell’aprile 2017.
Muzic 2015 ha chiuso il percorso con un’annata più piovosa, definita da Raccaro “fredda” per gli standard del Collio. Insieme alla 2016, ha offerto un finale capace di confermare la vitalità del Pinot Grigio del Collio anche dopo dieci anni, con vini ancora leggibili, vivi e territoriali.
Gli abbinamenti: valore gastronomico e complessità dei tempi
Gli abbinamenti firmati da Marco Brioschi hanno confermato un livello gastronomico alto, sia per costruzione sia per idea di dialogo con i vini. Più difficile, invece la loro gestione all’interno di una degustazione così ampia ed articolata.

La difficoltà di abbinamento dei piatti a tanti vini
Sincronizzare l’uscita dei piatti per Brioschi è stato inevitabilmente un’operazione complessa, in una masterclass così articolata, con diciannove vini e numerosi interventi dei produttori. L’uovo morbido con vignarola era probabilmente il piatto più delicato del percorso, costruito su toni vegetali e primaverili. Un abbinamento concettualmente coerente con i vini più giovani, soprattutto quelli giocati su freschezza e sapidità.
Con dieci Pinot Grigio, appartenenti a interpretazioni molto diverse tra loro, non sempre risultava immediato comprendere quale vino valorizzasse davvero il piatto servito.
Alcuni campioni erano delicati e verticali, altri pur solo 2024, già più strutturati, evoluti e ciò ha inevitabilmente reso meno immediata l’efficacia dell’abbinamento.

La scelta dell’assiociazione del vino al piatto
In assenza di un’indicazione precisa sui vini da associare al piatto, la scelta veniva lasciata al degustatore. Che davanti a così tanti calici, rischiava facilmente di perdersi tra confronti, ritorni e nuove degustazioni.
Come risultato la delicatezza del piatto tendeva in alcuni momenti a essere sovrastata dalla personalità di alcuni vini.
Più centrato il passaggio dei plin ai tre arrosti, piatto legato alla formazione piemontese dello chef e alla sua memoria professionale. La maggiore struttura del ripieno e la componente ricca della preparazione riuscivano a dialogare meglio con la materia dei Pinot Grigio più evoluti, soprattutto quelli con sfumature ramate o affinamenti più complessi.
La portata più convincente
Il piatto che ha convinto maggiormente è stato però il pollo alla cacciatora, creando uno degli abbinamenti più interessanti della serata.

La sapidità del fondo, l’acidità della preparazione e la componente aromatica del piatto riuscivano a sostenere molto bene anche i vini più profondi e macerati.
La criticità stava nella consistenza della carne. Il boccone risultava piuttosto alto e questo, unito alla tipologia di cottura scelta, rendeva il pollo leggermente asciutto al morso. Probabilmente una lavorazione diversa (ad esempio una fetta più sottile) avrebbe reso il piatto più equilibrato e più armonico nell’abbinamento complessivo.
È possibile, però, che non sia stata soltanto una questione di ricetta o di taglio. In una degustazione, dove ogni vino aveva bisogno di essere contestualizzato e spesso accompagnato dall’intervento del produttore, la sincronizzazione con la cucina diventava inevitabilmente difficile. I piatti, soprattutto quelli che vanno serviti caldi e nel momento esatto della loro migliore espressione, rischiano di soffrire quando devono attendere il ritmo della spiegazione.
Le difficoltà
L’esigenza di mantenere in temperatura potrebbe aver contribuito ad asciugare la carne, riducendo parte della morbidezza che il piatto avrebbe potuto avere. Questo non toglie valore alla costruzione dell’abbinamento, che sulla carta e nel gusto complessivo era molto centrata: acidità, sapidità, fondo e note aromatiche dialogavano bene con la profondità dei vini più maturi. Purtroppo, un piccolo effetto collaterale della complessità organizzativa di una masterclass molto ricca, nella quale vino e piatto avevano entrambi bisogno di tempo e attenzione.
Va anche ricordato che in altre serate gli abbinamenti curati da Brioschi si sono dimostrati ottimamente gestiti e pienamente riusciti. Anche in questo caso i piatti erano pensati con intelligenza e coerenza. La sensazione è che la complessità della scaletta, più che la qualità delle preparazioni, abbia prodotto qualche squilibrio nella resa finale di servizio.
Il Collio oltre il Pinot Grigio
Alla fine della masterclass, la sensazione più forte è stata questa: il Pinot Grigio del Collio funziona quando smette di voler essere semplicemente “Pinot Grigio”. Quando il vitigno lascia spazio al territorio, alle annate, alle scelte produttive, alla cultura di confine che attraversa queste colline.
È lì che emergono vini capaci di sorprendere davvero: non più bianchi neutri e prevedibili, ma vini profondi, gastronomici, longevi, a volte persino spiazzanti. Vini che possono essere floreali o ferrosi, verticali o materici, luminosi o ramati. Ma che portano sempre con sé quella firma sapida, vibrante e identitaria che rende il Collio uno dei territori più riconoscibili del vino italiano.
Line-up della degustazione
| # | Produttore | Vino | Annata |
| 1 | Humar | Collio Pinot Grigio | 2025 |
| 2 | Russiz Superiore | Collio Pinot Grigio | 2025 |
| 3 | Marco Scolaris | Collio Pinot Grigio | 2025 |
| 4 | Livon | Braide Grande Collio Pinot Grigio | 2024 |
| 5 | Fruscalzo | Collio Pinot Grigio | 2024 |
| 6 | Pighin | Collio Pinot Grigio | 2024 |
| 7 | Zorzon | Collio Pinot Grigio | 2024 |
| 8 | Ronco Blanchis | Collio Pinot Grigio | 2024 |
| 9 | Borgo Savaian | Collio Pinot Grigio | 2024 |
| 10 | Skok | Collio Pinot Grigio | 2024 |
| 11 | Venica & Venica | Jesera Collio Pinot Grigio | 2023 |
| 12 | Ferruccio Sgubin | Collio Pinot Grigio | 2023 |
| 13 | Colmello di Grotta | Collio Pinot Grigio | 2022 |
| 14 | Paraschos | NOT SVN Riserva Collio Pinot Grigio | 2021 |
| 15 | Tercic | Dar Collio Pinot Grigio | 2021 |
| 16 | Primosic | Collio Pinot Grigio | 2019 |
| 17 | Renato Keber | Collio Pinot Grigio | 2018 |
| 18 | Tenuta Borgo Conventi | Collio Pinot Grigio | 2016 |
| 19 | Muzic | Collio Pinot Grigio | 2015 |
Portate in abbinamento
- Uovo morbido e vignarola
- Plin ai tre arrosti
- Pollo alla cacciatora



