Con.Creta cucina materica e vegetale a Pove del Grappa

Con.Creta cucina materica e vegetale a Pove del Grappa

A Pove del Grappa, alle pendici del massiccio del Grappa e nella valle attraversata dal Brenta, la cucina di Con.Creta racconta una nuova idea di ristorazione per la storica “Conca degli Ulivi”.

In un territorio da sempre legato a olio extravergine d’oliva di qualità, carni alla brace e ricette della memoria veneta, il ristorante guidato da Arianna Sabbadin porta una visione contemporanea, concreta e lontana dagli effetti di puro stile.

Arianna Sabbadin

Il nome stesso del locale richiama la creta, materia viva da modellare, ma anche una scelta precisa: costruire un’identità solida, radicata e tutt’altro che decorativa.

La chef-proprietaria racconta un percorso iniziato da bambina, quando seguiva in tv i programmi di cucina invece dei cartoni animati.

Dopo l’istituto alberghiero, ha lavorato in un villaggio turistico francese e nel 2013 ha scelto di formarsi all’Università del Gusto di Creazzo, nel master dedicato alla cucina italiana.

Tra le esperienze più decisive cita lo stage da Ciccio Sultano al Duomo di Ragusa Ibla, vissuto come una prova impegnativa ma fondamentale per capire di aver scelto la strada giusta.

A questo percorso si sono aggiunte altre tappe importanti, come Giardino delle Esperidi, Dolomieu e In Viaggio, che hanno costruito la sua idea di cucina.

Da Con.Creta nasce così una proposta “materica”, fatta di consistenze, sapori netti e ingredienti valorizzati con attenzione.

Anche la sala e la tavola seguono questa filosofia: piatti in ceramica artigianale, con le impronte dei creatori ancora visibili, impiattamenti composti ma liberi, e una palette che richiama argilla, bruno, verde muschio e ocra.

È una cucina che rifiuta la perfezione geometrica per restare più umana e più vicina alla natura.

Nel menu entrano anche suggestioni orientali. Arianna Sabbadin usa la tecnica del Koji, la muffa nobile legata a sake e miso, non per imitare l’Asia, ma per trasformare ingredienti veneti e creare un umami profondo che parli il linguaggio del territorio.

Da qui nascono anche reinterpretazioni come un kimchi costruito con ingredienti locali.

Uno dei piatti più rappresentativi è l’indivia con salsa di tofu e Doenjang, completata da una salsa ricavata dalle foglie di scarto dell’indivia, whisky e polvere di ruta.

Il Doenjang, pasta di soia fermentata coreana, porta sapidità e profondità; il whisky aggiunge note torbate e legnose, un richiamo alla terra affumicata e alla creta passata nel forno.

La sfida, per la chef, è dare dignità al vegetale, trasformandolo in piatto principale e non in semplice contorno. Fermentazione, tostatura e riduzioni diventano strumenti per costruire complessità.

La fermentazione, in particolare, è una vera filosofia: permette di creare sapori che non esistono in natura e di estrarre l’anima dell’ingrediente.

Al tempo stesso, Sabbadin legge con lucidità la crisi della ristorazione contemporanea, sospesa tra iperspettacolarizzazione social e ritorno alla terra.

Il problema, dice, è che molti locali nascono per essere fotografati prima ancora che vissuti.

Per il futuro immagina un’evoluzione oltre le quattro mura del ristorante, verso un ecosistema circolare che includa altri locali, una gastronomia, ortaggi da un orto proprio o condiviso, piccoli produttori di carne e l’uso di erbe spontanee.

In un territorio che riscopre la propria vocazione turistica, Con.Creta si impone come una sfida vinta: a Pove del Grappa c’è spazio per una ristorazione che non vuole solo nutrire, ma raccontare una storia di tecnica, viaggi, materia e sostanza.

** articolo a cura della Redazione di Virtù Quotidiane che qui ringraziamo.

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