Cucina ed arte: le varie interpretazioni
Il torrese Salvatore Bianco è uno chef stellato che ama le arti figurative.
Il “peccato originale” è del padre, che era pittore e collezionista.
Salvatore, però, ha saputo far propria questa eredità familiare, declinandola in ambito culinario.
Dopo molti anni passati come executive del ristorante Il Comandante, presso l’avveniristico hotel Romeo di Napoli, da circa un anno è approdato presso una delle terrazza più belle di Roma, quella dello splendido Hotel Eden.
Il ristorante si chiama appunto La Terrazza.
Quì Salvatore ha saputo mettere la molta tecnica appresa e sperimentata negli anni al servizio dell’arte.
Detta così, potrebbe sembrare che la sua sia l’ennesima cucina che fa masticare la testa, al posto delle mandibole, e invece i suoi molti piatti dedicati ad esempio al Surrealismo sono di piena soddisfazione anche per il palato.
Sono comunque numerosi gli chef che hanno amato o amano le interazioni fra le arti e la cucina: vediamone alcuni.
Fu il primo a portare consapevolmente le arti all’interno della cucina italiana.
È storico il suo “Riso oro e zafferano”, un piatto minimalista che si serve di un foglio d’oro per farci capire che il classico risotto alla milanese è sempre stato (ed è, come tutta la cucina tradizionale) un’opera d’arte.
Più recente il Dripping, ispirato alle opere di Jackson Pollock.
Con l’Osteria Francescana ha portato in tavola arte, musica e letteratura.
Piatti come “Oops! Mi è caduta la crostatina al limone” sono dei veri e propri racconti visivi.
È molto influenzato dal concettualismo.
Ferran Adrià (Spagna)
Lo chef di El Bulli è stato il più rivoluzionario.
Con la sua cucina molecolare ha trasformato il piatto in un esperimento scientifico ed estetico.
Ogni sua portata è stata una provocazione artistica, al limite della performance.
Dominique Crenn (Francia)
Unisce poesia, arte e gastronomia.
Il suo ristorante Atelier Crenn ha un menù scritto in versi.
Considera i piatti manifestazioni artistiche della propria interiorità.
Rasmus Munk (Danimarca)
Chef di Alchemist, a Copenaghen, crea esperienze immersive tra cibo, arti visive e messaggi sociali.
I suoi piatti provocano e raccontano storie.
Il caso di quello in cui si riproduce lo scheletro di un bambino per sollevare il problema della denutrizione, in tanti paesi del mondo.
Grant Achatz (USA)
Ogni sua proposta è un’esperienza teatrale multisensoriale.
Visionario, usa i piatti come fossero delle tele in movimento.
Celebre il suo “Table dessert” in cui dolci, salse e decorazioni vengono utilizzati per disegnare, davanti al cliente.
Andoni Luis Aduriz (Spagna)
Considerato il “filosofo della cucina”, i suoi piatti nascono con l’intento di porre domande, utilizzando delle materie prime che suscitano dei significati altri.
Ha spesso collaborato con scienziati, musicisti, e artisti visivi.
Virgilio Martínez (Perù)
La sua cucina è geopoetica.
Mappa altitudini, biodiversità, territori: i suoi piatti diventano dei paesaggi da assaporare, contaminati da scienza, antropologia e design naturale.
Ana Roš (Slovenia)
È un’autodidatta, il suo modo di fare cucina è artistico e culturale.
Con lei i sapori locali diventano dei protagonisti che la chef reinterpreta con una sensibilità quasi pittorica, dando vita a piatti che raccontano storie di confine, identità e natura.



