Da Somarè nulla è lasciato al caso

Da Somarè nulla è lasciato al caso

La luce violenta che pervade ogni cosa.

Una nota guida turistica di circa mezzo secolo fa individuava nella magia dei suoi elementi la principale caratteristica della Costiera Amalfitana, dove i lineamenti aspri dei contrafforti di roccia, così possenti e fragili al tempo stesso, a picco sul mare, si incontrano e si completano con quelli sinuosi e arrotondati delle curve della strada che cinge i suoi borghi.

Dove le note cromatiche intense, che trasudano dall’incontro mistico tra cielo, terra e mare, si bilanciano con l’appagante e, a tratti, malinconico senso di pace che si respira nei borghi costieri, d’inverno silenziosi e solitari, in cui i flutti s’infrangono contro gli scogli.

Un mare, quello del golfo di Salerno, che è stato il motore di una tradizione culinaria povera ma orgogliosa della sua unicità, basata su pochi e semplici prodotti identitari, intrecciati tra loro in preparazioni dal gusto arcaico e suggestivo.

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Un percorso di unicità nel recupero di una tradizione essenziale, quasi fieramente minimalista e decisamente fuori dai circuiti del fine dining, è quello che da poco meno di un anno portano avanti Riccardo Faggiano e Gianmarco Baldi insieme allo chef Michele De Martino al Somarè.

È un’atmosfera magica e suggestiva quella che si respira all’ombra di un pergolato che ha fatto la storia del gusto nella città della ceramica, tornato agli antichi splendori e trasformato in un piacevole “giardino d’inverno” di libertiana memoria.

Terzo successo inanellato dal ristoratore vietrese, che da sedici anni guida Evù, dove protagonista è la cucina marinara in chiave contemporanea e in simbiosi con le espressioni artistiche locali, e, da poco più di due anni, Gallo – Salumeria con cucina, sempre lungo la strada principale del borgo che fa da porta ideale alla Divina.

Nell’avventura di Somarè nulla sembra lasciato al caso, a cominciare dal nome e dal logo, che riconducono la menta all’iconico “ciucciariello” vietrese, a ormai un secolo dalla sua invenzione.

Proprio come questo piccolo tempio del gusto locale, in cui trovano spazio, al contempo, a rispecchiare l’identità culinaria vietrese, la tradizione salernitana e quella partenopea, che si innestano tra loro e convivono sotto il segno della materia prima locale, rivisitata in piatti perlopiù ispirati ai grandi classici.

La salernitanità la fa da padrona ai fornelli con lo chef Michele De Martino, reduce da esperienze di successo in alcuni dei più rinomati indirizzi della città d’Arechi, e si incarna sin dagli antipasti.

Dalle alici dorate e fritte con le zucchine alla scapece e il pane raffermo, al totano con le patate arraganate, fino ad accostamenti più creativi come, in autunno, l’insalatina di gamberi e porcini e, in inverno, la zuppetta di fagioli e “maruzzielli” (lumache di mare, ndr).

C’è spazio anche per altri grandi classici in carta.

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Dalla parmigiana di melanzane alla caponata, prima di fare spazio ai primi piatti, rigorosamente ispirati alla tradizione locale: dagli spaghetti alla Nerano, in estate, alle fettuccine alla marinara – un “cult” della cucina povera della città d’Arechi – fino agli spaghetti “ammollicati” con la colatura di alici e a quelli, ancor più classici, alle vongole.

Come dimenticare, poi, un binomio emblematico di una napoletanità forse temporalmente più recente ma non meno autentica, con la pasta e patate con la provola e la pasta e fagioli con le cozze, solo per citare alcune tra le portate più rappresentative.

Ampio spazio, da attrice coprotagonista insieme alla cucina, lo ha la pizza, affidata a un fuoriclasse del settore come Michelangelo Casale, che ha sposato in modo egregio, pur non essendo un salernitano verace, le linee guida del progetto, grazie a un background più che decennale nel settore.

La sua non è una pizza contemporanea, ma di ispirazione popolare, con un cornicione basso e digeribile e un impasto soffice ma non privo di un tocco di croccantezza, abbinato a un topping efficace e senza troppi fronzoli.

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Insomma, nel solco del classico stile partenopeo, ma non senza innesti salernitani, come la classica “Carmine”, un omaggio al “Carminuccio” che quarant’anni fa fu il pioniere della pizza a libretto nella città d’Arechi.

Pescato locale tra i secondi e dolci sia artigianali home-made sia della Pasticceria Pantaleone, dalla delizia al limone alla scazzetta, fino al dolce della strega solo per citarne alcuni tra i più rappresentativi. Nota di merito per chiudere in dolcezza il sipario su un’esperienza convincente.

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Classe 1996, mi formo tra numeri e parole: Economia dopo la maturità classica, e oggi sono dottore commercialista e giornalista freelance: mi occupo non solo di food ma anche di cronaca e politica. Mi definisco un cittadino del Sud, un universo sconfinato che provo a conoscere giorno dopo giorno. Ho radici partenopee e salernitane, vivo la Puglia, conosco e frequento regolarmente la Basilicata e la Calabria. La mia prospettiva osservazionale è quella del territorio e delle sue peculiarità. Mi piace assaporare la magia di quel crogiolo di produzioni, identità e atmosfere tutte da gustare, lungo quel fil rouge ideale che va da Capo Miseno a Santa Maria di Leuca. Apprezzo un locale non solo per i piatti, ma anche per la storia che ha alle spalle.
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