Donna Marta Rosso IGP Bergamasca 2011 Le Mojole

Sì, mi piace anche quest’annata del buon rosso della tenuta Le Mojole, come vengono chiamate con tipico accento dialettale le maiole a Tagliuno di Castelli Calepio. La maiola, cioè la fragolina di bosco (fragaria vesca), in primavera cresce spontaneamente a iosa nel bosco a monte che protegge queste vigne completamente circondate di rose. Ci sono rose dovunque, una vera marea, almeno 700, alle punte di ogni filare e tutto intorno alle singole vigne. Sono ancora indeciso, infatti, se soprannominare Donna di Rose piuttosto che Donna di Fragole la premiata “signora delle vigne”, Marta Mondonico, che dal 2002 è la regina di questa terrazza sulla pianura lombarda affacciata da un fianco scosceso su una graziosa conca dove il sole picchia dappertutto, dall’alba al tramonto, in ogni angolo di questo piccolo paradiso a oltre 300 metri sul livello del mare.

In questa pace campestre, raggiungibile attraversando le strette stradine in salita di una borgata tanto tranquilla che sembra fuori dal mondo, con lo sguardo che più in alto si spalanca e offre una vista mozzafiato sulla pianura lombarda, è difficile anche immaginare quanto siano stati difficili i primi passi, i primi anni. Il marito di Marta, Roberto Verderio, un vero intenditore di vino, aveva acquistato la villa con un po’ di bosco e di vigna per diletto, per realizzare un sogno, per fare un buon vino e rimanere così un po’ più vicino alla famiglia, dato che prima riusciva a liberarsi soltanto la domenica e, nel poco tempo libero che gli rimaneva, amava girare in continuazione per cantine. Facendo il costruttore edile, però, gli impegni di lavoro non gli hanno certo permesso di occuparsi del vigneto e della cantinetta, quindi si è reso quasi subito conto dell’enormità dell’impresa: sono ben 3,2 ettari, di cui 2,3 vitati e il resto a bosco. 

Marta, madre di due figli, un tempo maestra e poi casalinga, anche se astemia… ha deciso perciò di fargli uno straordinario dono d’amore: a 50 anni si è decisa a cambiare completamente vita e, vincendo i suoi primi, comprensibilissimi timori, si è buttata d’impegno in un mondo che non era certo quello delle sue passioni, dove si sentiva impreparata, inadeguata e non sapeva nemmeno da cosa cominciare. Si è fiondata con energia e determinazione a leggere libri, studiare manuali, girare per le migliori cantine d’Italia, frequentare esperti, scegliere dei validi collaboratori, scarpinare su e giù per un pendio da brivido (c’è stata anche una frana nel febbraio 2014), decisa a vincere una sfida che fino a poco prima era addirittura estranea ai suoi pensieri e al suo progetto di vita. Con la collaborazione dell’agronomo Matteo Pinzetta ha rifatto da capo a fondo quel vigneto decennale che giudicava disastrato, passando coraggiosamente al cordone speronato con potatura corta, diradamento fogliare e vendemmia verde. Con l’aiuto dell’enologo Paolo Posenato ha rifatto la cantina, scavata nella roccia, liberandosi del vecchiume e attrezzandola con gli impianti più moderni. Tutte quelle rose, poi, non le ha piantate perché alle donne piacciono i fiori, come si potrebbe pensare. Questo è vero in ogni caso, ma Marta le ha fortemente volute, nonostante che richiedano notevoli cure, perché attirano gli insetti utili all’impollinazione dei fiori dell’uva e perché soffrono degli stessi parassiti della vite, ma si ammalano prima e si riesce, perciò, a prepararsi ad intervenire in tempo.

Tutto questo con la grande umiltà della novizia, ma con l’ambizione di produrre un vino che ha poco o nulla da invidiare ai migliori. Giudice: il marito, ma non solo. Con i primi, incoraggianti, risultati si è messa anche a sognare di riunire le donne del vino della Valcalepio in un’associazione che riunisce tutta la filiera e se n’è fatta promotrice. Detto, fatto: ecco “Le signore della Valcalepio”, fondata da 16 socie e presentata ufficialmente il 6 maggio 2013 a Sarnico. Un fronte di donne provenienti da tutte le realtà, di tutte le professioni dalla cantina al consumo: dunque vignaiole, produttrici di vino, proprietarie d’enoteca o bar, sommelier, studiose e insegnanti nelle scuole alberghiere, ristoratrici, cuoche, commercianti e rappresentanti, giornaliste, scrittrici, esperte di comunicazione… tutte impegnate a trasmettere i valori della civiltà del vino. Pare niente, eh? Ma la bergamasca è una zona privilegiata da sempre per la villeggiatura, dove le viti sono sempre state coltivate piuttosto per avere qualcosa da fare e scaricare i nervi dal lavoro nel tempo libero, in piccoli appezzamenti intorno alle cascine e alle ville, in gran parte senza fini commerciali: il vino qui è stato considerato per troppo tempo come un’attività secondaria proprio dagli abitanti del luogo, con un ruolo inferiore alle loro altre occupazioni.

Il vino Valcalepio, però, un tempo poco qualificato al punto da allontanare pure me, è riuscito a scuotersi di dosso quest’immagine ed è cambiato grazie ai grandi sforzi compiuti da poche, ma coraggiose e lungimiranti, cantine per offrire finalmente un prodotto sano, gustoso e a giusto prezzo.

Il vino, per donne così, è come un figlio: lo generano, lo aspettano, lo partoriscono e lo aiutano ad affrontare il mondo con l’amore di una mamma. Marta ha chiamato una linea di vini proprio come lei, Donna Marta, perché vuole che questi vini le somiglino proprio, che trasmettano buon umore, calore umano, ma in modo quieto, sereno, limpido, secondo i suoi ritmi che sanno ascoltare la natura e non hanno fretta, ma soprattutto nel suo stile educato ed elegante.

E anziché scegliere una delle due DOC locali ha preferito l’indicazione geografica protetta Bergamasca per non accollarsi ulteriori oneri aggiuntivi che, per una produzione così limitata, si sarebbero riversati sui prezzi, soprattutto dei rossi d’eccellenza che avrebbero facilmente raggiunto i 35 euro a bottiglia (e fischia…

Nella visita in maggio avevo avuto modo di degustare quattro vini: Donna Marta Rosa 2014, Rosso Le Mojole 2011, Donna Marta Rosso 2011 e Cabernet Sauvignon Le Mojole 2010. Non c’era abbastanza tempo per poterli gustare meglio con le gustose pietanze locali ed Elena Miano mi aveva “risvegliato” dallo stato di trance in cui questi vini mi avevano mandato perché era già arrivata Cristina a stappare le bottiglie della sua azienda, vicina eppur diversa, e poi doveva riaccompagnarmi all’aeroporto. In questi mesi ho continuato a pensare al fascino, al mistero, alla realizzazione di un vino creato quasi dal niente da questa donna coraggiosa, determinata, di idee molto chiare, tanto che le farei volentieri potare un olivo… perciò non potevo lasciare incompleta la scoperta e a Novembre sono tornato a godermi una ed una sola bottiglia di vino, ma non a stomaco vuoto.

Il vino è re in tavola e queste colline a pochi chilometri da Milano sono la meta di tante gite perché famose per l’ospitalità, tanto che il Consorzio Tutela Valcalepio ha ideato il Circuito dell’Ospitalità e pubblicato un’utilissima guida disponibile anche sulla pagina internet (QUI).

L’enoturista non si accontenta di venire a conoscere il territorio, ma cerca buon ristoro, vuole gustare le specialità della cucina locale ed è particolarmente curioso di abbinarle a quel vino prodotto sul posto che le esalta meglio. Non parlo soltanto dei vini-bandiera, quelli che poi riuscirà anche ad acquistare in cantina o in enoteca (per esempio a Grumello, all’Enoteca Osteria Vino Buono, nella piazzetta del campanile in via Castello), ma anche di quelli che trova nei ristoranti, nelle trattorie e nelle osterie e che possono reggere, possibilmente, un pasto completo senza cambiare, come si fa in genere d’abitudine. Marta, con la sua sensibilità, ha inserito sul sito aziendale una pagina con gli indirizzi di molti punti di ristoro della zona dove poter gustare i suoi vini.

D’estate, con prosciutto crudo e melone e altre squisitezze a freddo non c’è di meglio che il Donna Marta rosa, questo luminoso vino color salmone da uve merlot di piccole vigne diverse che ha una stoffa importante, buon tenore alcolico, mineralità cristallina e aromi che richiamano confetto da sposa, melograno, moiola ed è piacevolmente delicato ed equilibrato. Quello del 2014, un’annata sfavorevole per le uve rosse, aveva fatto 6 ore di macerazione per guadagnarsi il pane. Avrei pensato che quest’anno sarebbe stato meglio aumentarle un po’ e invece il sole finalmente ha fatto la sua parte e quello del 2015, che è ancora in corso di affinamento, ne ha fatte soltanto 4 perché le uve erano già cariche di colore e di zuccheri naturali, tanto che secondo Elena Miano “è una bomba” già con così poco. E brava Marta! È la dimostrazione che il buon vino è proprio quello che viene dalla simbiosi tra terra, sole e genio del vignaiolo e non è invece un’alchimia di cantina.

Non si creda che la cucina bergamasca sia priva di raffinatezze; qui offre una gamma di pietanze ricca di sapori come poche altre e con un’adeguata dose di polenta di mais cotta in un paiolo di rame, possibilmente su fuoco di legna e, ancora fumante, accompagna arrosti, brasati, stufati, cacciagione e altre innumerevoli pietanze fino ai formaggi di montagna, che sono anche l’ingrediente principale della polenta taragna.

Si può far festa con primi come il risotto allo strachì tunt o gli scarpinòcc de Parr e con secondi come il coniglio al Valcalepio rosso o i capù (involtini di foglie di verza con un ricco ripieno).

Ottimo, in questo caso, il Donna Marta Rosso 2011, una selezione di uve in taglio bordolese alla pari tra Cabernet Sauvignon e Merlot, 24 mesi in tonneau e almeno un anno di affinamento in bottiglia, con un bouquet di lamponi, amarene, spezie dolci, molto piacevole con i suoi tannini rotondi e le sue note sensuali, di donna, foxy.

Un vino gustoso, pieno, da bere a sazietà per poi fare le corna all’etilometro e affidare il volante a chi è riuscito, bontà sua, a sacrificarsi per la compagnia e a restare nei limiti dell’assaggio. Lo consiglierei anche a fine pasto con il formaggio Branzi, quello grasso prodotto durante l’estate sugli alti pascoli della Val Carisole, della Val Sambuzza, della Val Borleggia, della conca di Foppolo e di altre valli laterali dell’Alta Val Brembana, stagionato per un mese e mezzo circa, oppure, in alternativa, anche quello semigrasso prodotto nel resto dell’anno nei fondovalle.  

Tenuta Le Mojole
Via Madonna delle Vigne (svoltare in via Gazzo e salire un centinaio di metri)
24060
Tagliuno di Castelli Calepio (BG)
cell. 338.9953632
sito (QUI)
e-mail: (QUI)
 
Mario Crosta

Di formazione tecnica industriale è stato professionalmente impegnato fin dal 1980 nell’assicurazione della Qualità in diverse aziende del settore gomma-plastica in Italia e in alcuni cantieri di costruzione d’impianti nel settore energetico in Polonia, dove ha promosso la cultura del vino attraverso alcune riviste specialistiche polacche come Rynki Alkoholowe e alcuni portali specializzati come collegiumvini.pl, vinisfera.pl, winnica.golesz.pl, podkarpackiewinnice.pl e altri. Ha collaborato ad alcune riviste web enogastronomiche come enotime.it, winereport.com, acquabuona.it e oggi scrive per lavinium.it, nonché per alcuni blog. Un fico d’India dal caratteraccio spinoso e dal cuore dolce, ma enostrippato come pochi.

Comments are closed.