Eccellente da un più di un secolo e mezzo: il Brunello dei conti Costanti

A Montalcino c’è un’unica stazione di servizio, siete avvisati. Si trova sotto dei pini giganteschi presso la grande rotonda ai piedi della città per chi proviene Siena, da Roma e dall’autostrada. Ha tutto per rendere confortevole una sosta, non solo i carburanti, ma anche l’autolavaggio, il bar, la pizzeria, il parcheggio e si affittano pure le biciclette. A cento metri, proprio di fronte, in bella posizione panoramica e in mezzo alle storiche vigne dell’Osservanza, non manca nemmeno la possibilità di pernottare nelle tre camere e nella suite della bella villa quattrocentesca in pietra, la rinascimentale e ariosa residenza dei conti Costanti su questo Colle del Matrichese a ben 455 metri di altitudine (coordinate GPS lat. 43.051683 N, long. 11.507199 E).

C’è sicuramente da innamorarsene per tanti motivi.

In posizione aperta e dominante sui vigneti, con una vista dalla torretta che spazia su un panorama mozzafiato dal poggio della cittadina medioevale di Montalcino fino alle Crete Senesi e alla Val d’Orcia, è rinfrescata da un piccolo parco di piante secolari e da un giardino all’italiana in cui si trova una cappella romanica fin dall’ottavo secolo con un affresco della Vergine Piangente che risale al Duecento. Dell’impianto originale rimangono poche tracce e anche la cappella attuale fu ricostruita nel 1786. Qui sorgeva il convento di Santa Maria di Mater Ecclesiæ, da cui deriva il nome Matrichese, diventato un borgo circondato dai vigneti e dagli oliveti per la produzione di vino e di olio fino dalla metà del Cinquecento.

Le abitazioni oggi disponibili per le vacanze sono situate proprio sopra le storiche cantine di elevazione in legno del Brunello di Montalcino prodotto dai conti Costanti. A ben intenderci, direi Costanti nomen omen, cioè di nome e di destino, secondo la credenza degli antichi Romani oppure, se preferite, di nome e di fatto, perché qui al Colle del Matrichese fanno il vino e l’olio da ben cinque secoli, di generazione in generazione, fin dai tempi dell’ultima libera repubblica esistente nella nostra penisola prima della restaurazione delle varie monarchie. I Costanti, infatti, nel Cinquecento erano dei patrizi di Siena, allora una piccola città di 15.000 abitanti con delle mura possenti, regolata dallo statuto repubblicano del 1544-45. Nel 1553 le truppe imperiali e medicee invasero il suo territorio e nel 1554 l’assediarono fino alla capitolazione del 21 aprile 1555.

Scipione Costanti, che si era segnalato per il suo eroismo nella difesa della città, non poteva sottomettersi e i Costanti furono una delle 242 famiglie notabili senesi che con 435 famiglie del popolo seguirono i difensori sconfitti Pietro Strozzi e Blaise de Monluc per andare a rifugiarsi nell’indomita Montalcino nella speranza di erigervi un’ultima roccaforte dell’indipendenza. “Erano vecchi che si reggevano a stento, giovani scarni e lividi, donne smarrite che avevano al petto i piccini e si traevano dietro una nidiata di bimbi piangenti. Quanta vigoria di carattere e che altezza di patrio affetto in questi ultimi repubblicani di Siena. Commosso di ammirazione li vedo uscire dalla città vinta, salire le rocce di Montalcino con le cose loro più care, e in quest’ultimo asilo, protetto dalla natura, respirare aria di libertà” (Giuseppe Montanelli, uno degli intellettuali combattenti di cui è stato ricco il Risorgimento).

Scipione Costanti, che si era segnalato per il suo eroismo nella difesa della città, non poteva sottomettersi e i Costanti furono una delle 242 famiglie notabili senesi che con 435 famiglie del popolo seguirono i difensori sconfitti Pietro Strozzi e Blaise de Monluc per andare a rifugiarsi nell’indomita Montalcino nella speranza di erigervi un’ultima roccaforte dell’indipendenza. “Erano vecchi che si reggevano a stento, giovani scarni e lividi, donne smarrite che avevano al petto i piccini e si traevano dietro una nidiata di bimbi piangenti. Quanta vigoria di carattere e che altezza di patrio affetto in questi ultimi repubblicani di Siena. Commosso di ammirazione li vedo uscire dalla città vinta, salire le rocce di Montalcino con le cose loro più care, e in quest’ultimo asilo, protetto dalla natura, respirare aria di libertà” (Giuseppe Montanelli, uno degli intellettuali combattenti di cui è stato ricco il Risorgimento).

Nel 1559 il trattato di Cateau-Cambrésis sigla la pace tra Francia e Spagna e il 31 luglio 1559 anche il capitano del popolo e della nuova repubblica senese in Montalcino, Panfilo dell’Oca, dovette arrendersi a Cosimo I De’ Medici che, in segno di conquista, impose lo stemma mediceo con i suoi sei bisanti (le ”palle”, come dicevano a Firenze) sullo sperone dell’invitta Fortezza, sulla facciata della torre del Palazzo Civico e sulla Porta Cerbaia. I Costanti rimasero comunque a Montalcino, diventarono nobili nel Settecento per acquisiti meriti di guerra e con il lento trascorrere del tempo entrarono in possesso di altri vasti tenimenti in diverse zone del senese, per arrivare fino al conte e avvocato Tito Costanti, nato nel 1827, uno dei vitivinicoltori impegnati in sperimentazioni tecniche che avrebbero portato al moderno Brunello.

Nella seconda metà dell’Ottocento, a Colle del Matrichese il conte Tito abbandonò tutte le arretratezze ereditate nella coltivazione della vite, in particolare le potature allora squilibrate e la promiscuità di allevamento con altre colture, nonché i tradizionali metodi di vinificazione come la tecnica del governo e gli uvaggi di uve diverse, anche bianche, per fare allora il vino rosso. Una rivoluzione: solo vigneti a coltura specializzata e solo sangiovese in purezza. A quei tempi ci voleva grande coraggio. I fratelli Padelletti, Tito Costanti e Clemente Santi sono considerati i padri del Brunello di Montalcino, ma erano già in ottima compagnia con i Tamanti e gli Anghirelli. Come accade spesso in tutte le regioni d’Italia dove dominano adesso i migliori rossi, anche i vini di Montalcino nei secoli precedenti erano originariamente bianchi.

Tutti i riferimenti prima del Cinquecento al vino locale di Montalcino sono rivolti al vino bianco, in particolare al Moscadello. Il Brunello viene menzionato per la prima volta nel 1842 in una nota scritta dal canonico Vincenzo Chiarini di Montalcino. Le bottiglie di allora non ci sono più, le date erano stampate a fuoco sui tappi, ancora non c’erano le etichette (la prima è del 1870, disegnata dall’enologo Riccardo Paccagnini per il vino del notaio Raffaello Padelletti), ma nel 1869 Clemente Santi ottenne a Montepulciano una medaglia per il suo ”vino rosso Brunello” vendemmia 1865 e nel 1870 anche Tito Costanti presentò e ricevette dei premi a Siena per un suo Brunello della stessa annata.

Una storia di tutto rispetto, dunque, per una storica famiglia che dall’agricoltura ha sempre ricavato prodotti di pregio con metodi conosciuti e gelosamente custoditi solo in famiglia e fra pochi amici fino agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso. Soltanto dopo il riconoscimento della DOC del Brunello di Montalcino il conte Emilio Costanti permise ad alcune sue bottiglie di andare finalmente oltre le tavolate del club di cui era presidente (il Rotary di Pescara) e, dopo aver fatto finalmente conoscere al mondo il suo Brunello imbottigliato a partire dal 1964, mise al sicuro pure la trasmissione in famiglia dei beni e dei valori, nominando suo erede il nipote Andrea Costanti, classe 1960. Un uomo di grande valore già ben avviato agli studi di geologia conclusi presso l’Università di Siena con la laurea in geologia e che, sebbene non avesse proprio nessuna esperienza di vino, alla morte dello zio Emilio nel 1983 non aveva esitato ad affrontare le sue nuove, enormi responsabilità con grande entusiasmo e buona lena, migliorando ancora il Brunello di famiglia.

Sottolineo, qualora ce ne fosse proprio bisogno, la mia frase ”sebbene non avesse alcuna esperienza di vino”. Quando fu chiamato un neolaureato cavallino rampante a dirigere la Pneumatici Clément in cui lavoravo al Servizio Qualità, al posto di un riconosciuto maestro del lavoro con un’esperienza stratosferica, ero il più scettico del Consiglio di Fabbrica proprio per via della sua evidente mancanza di esperienza. Ho dovuto ricredermi. Una ventata di rinnovamento del genere non l’avevo mai vista e posso dire con la mano sulla coscienza che spesso si ha proprio un gran bisogno di confrontare le proprie polverose ”certezze” con i punti interrogativi degli ultimi arrivati, novellini, sbarbatelli, chiamateli come volete, eppure capaci di inchiodare al palo le titubanze dei più e di motivare l’uso di risorse fresche da adottare come trampolini verso il futuro.

Suggerisco sempre di non prendere per oro colato i salamelecchi spesso interessati di certi wine writers che si ergono a giudici dei vini dopo essere rimasti abbagliati dal marketing aggressivo di quei produttori che fanno a gomitate pur di farsi notare dai mass media. I vini eccellenti di queste parti non nascono da certe leggende né da certe medaglie che vengono cucite addosso a particolari cru e a singoli geni di chissà quale fascinosa enologia, ma crescono in una lunga storia di contributi di tanti produttori più umili e più seri, sempre in un rapporto tipico montalcinese di competizione e collaborazione fra loro con forte radicamento in questo terroir d’elezione per il sangiovese che può godere qui del gran buon lavoro che si sa fare da secoli in vigna e in cantina, senza troppe chiacchiere né riverenze alle luci della ribalta.

È stato così anche con Andrea Costanti, che ha immediatamente richiamato l’attenzione di tutta l’antica azienda, un po’ sorniona fino al suo ingresso, per impiantare nuove vigne oltre ai soli 2 ettari che aveva trovato, per togliere le ragnatele e mirare alla finezza e alla pulizia olfattiva, orientando le vigne e la cantina verso vini longevi e complessi, quindi non immediati e non faciloni, ma con un corredo aromatico reso più ampio e più ricco dal benvenuto apporto delle innovazioni che sono state tante e lungimiranti. L’azienda si estende oggi su 25 ettari, di cui oltre 10 vitati, 2 a oliveto specializzato e il resto a seminativo e bosco su suoli organicamente molto poveri, ma ricchi di galestro. L’altitudine delle vigne va da 310 a 440 metri s.l.m. e le viti hanno un’età da 6 a 25 anni, con una densità da 5.500 ceppi per ettaro delle più recenti fino ai 3.333 delle più vecchie.

Il Brunello di Montalcino 2012 Costanti proviene dalle uve di sangiovese di Colle al Matrichese vendemmiate nella prima settimana di ottobre alle pendici del colle dell’Osservanza che, come mi ripete sempre il sindaco emerito Ilio Raffaelli, è ”oro”, esposto nella zona più soleggiata, ma ventilato dalla Tramontana, nonché in altura, oltre i 400 metri sul livello del mare, su suoli scistosi e galestrosi ben drenati fino in profondità. Zona, dunque, ideale per maturazioni dell’uva più lente, quelle che soffrono di meno i millesimi torridi divenuti ormai sempre più frequenti. Un vino estrattivo e di ottima acidità proveniente da uve sanissime, come dimostrano le analisi: 33,6 g/l di estratto secco netto, acidità totale 5,81 g/l, acidità totale 0,60 g/l. Al palato il vino conferma il fruttato succoso e sapido, complesso, denso, con una dolcezza e una grazia avvolgenti, grazie a tannini sostanziosi, ma puliti e ben levigati. Il finale è armonioso e di lunghissima persistenza.

La fermentazione è avvenuta in vasche di acciaio inossidabile a contatto con le bucce per 2 settimane. La maturazione si è svolta per 18 mesi in tonneaux da 5 ettolitri e altri 18 in botti di rovere di Slavonia della capacità di 30 ettolitri e di età variabile tra 13 e 15 anni, l’affinamento è avvenuto in bottiglia per almeno 12 mesi. A differenza dell’annata 2013, all’attacco è già ampio, aperto, arioso, con fresche note floreali di rose rosse e di viole in armonia con quelle fruttate di ciliegia e frutti di bosco. Il bouquet ha un sottofondo agrumato da cui emergono tartufi neri e foglie secche di leccio. In bocca è pieno, succoso, con una bella polpa di ciliegia e di carruba ben amalgamate con tannini levigati e fini. Sembra di essere nel bosco reso umido da un po’ di pioggia, a raccogliere buoni funghi con un sigaro dolce in bocca. Nel finale si avverte la terra pulita e appena lavorata, un leggero speziato e un ricordo di pietra focaia. Il tenore alcolico è del 14,0%. Un gran vino capace di esaltare le buone pietanze della nonna: crostini con i fegatini di pollo alla toscana, tagliolini al tartufo, ravioli ai funghi porcini, trippa alla fiorentina, lampredotto alla diavola, stufatino di polmone con patate in umido, guanciola e zampa di vitella stracotte nel vino rosso, bollito di maiale rifatto alla francesina con le cipolle rosse, costata alla Fiorentina, tagliata di manzo.

Azienda Agraria Costanti

località Colle al Matrichese,

53024 Montalcino (SI)

tel. 0577.848195

fax 0577.849349

siti (QUI) e (QUI)

e-mail (QUI) e (QUI)

Mario Crosta

Di formazione tecnica industriale è stato professionalmente impegnato fin dal 1980 nell’assicurazione della Qualità in diverse aziende del settore gomma-plastica in Italia e in alcuni cantieri di costruzione d’impianti nel settore energetico in Polonia, dove ha promosso la cultura del vino attraverso alcune riviste specialistiche polacche come Rynki Alkoholowe e alcuni portali specializzati come collegiumvini.pl, vinisfera.pl, winnica.golesz.pl, podkarpackiewinnice.pl e altri. Ha collaborato ad alcune riviste web enogastronomiche come enotime.it, winereport.com, acquabuona.it e oggi scrive per lavinium.it, nonché per alcuni blog. Un fico d’India dal caratteraccio spinoso e dal cuore dolce, ma enostrippato come pochi.

Comments are closed.