- E questo stretto legame vale per tutta Italia, benché avvinto quanto mai al “tacco” della nazione, in cui l’ulivo ha trovato casa in epoche remote, provenendo dal medio Oriente.
- Nel più recente periodo, questa altalena di emozioni ed aspettative è stata alimentata dai risultati dell’ anno “horribilis” 2016/17 dell’EVO in tutto lo stivale, campagna che si era succeduta alla stagione olearia 2015/16 (eccezionale sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo).
- Da una parte, per i motivi già citati, vi è una netta diminuzione della quantità del prodotto in questione (un disavanzo di circa il 40%); dall’altra, l’invasione sistematica di prodotti provenienti da aree di produzione extraeuropea (come nel caso del prodotto tunisino), fenomeno che mina dalle fondamenta le regole di un mercato degno ed equo per i produttori italiani.
Extraverginità extravagante
Con buona probabilità è stata proprio la dea Athena, divinità della sapienza del pantheon ellenico, il più antico testimonial del turismo gastronomico d’Italia.
Non a caso, appare sul lato dispari della moneta dell’amata cento lire.
Un particolare: la dea in elmo, nell’abbigliamento classico, allunga la mano benevola verso un arbusto con le foglie lanceolate.
E questo stretto legame vale per tutta Italia, benché avvinto quanto mai al “tacco” della nazione, in cui l’ulivo ha trovato casa in epoche remote, provenendo dal medio Oriente.
A conti fatti, la comunità olivicola internazionale riconosce all’Italia un ruolo di spicco nel panorama Europeo, con una produzione che spinge (a seconda della portata stagionale) frequentemente la nostra nazione al secondo posto al mondo per produzione quantitativa.
Le regioni più “virtuose” risultano Sicilia, Calabria e Puglia, i cui prodotti, oltre a presentare una ricchezza indiscussa in termini varietali, si distinguono per gli alti standard qualitativi, tanto dal punto di vista sanitario, che da quello merceologico.

Un matrimonio opulento, quindi, grazie all’incontro tra un imponente bagaglio di caratteristiche nutrizionali ed una poderosa piacevolezza gusto-olfattiva.
Anche questa è storia.
La stagionalità dell’ulivo ci consegna perennemente motivi di gioia e di apprensione.

Nel più recente periodo, questa altalena di emozioni ed aspettative è stata alimentata dai risultati dell’ anno “horribilis” 2016/17 dell’EVO in tutto lo stivale, campagna che si era succeduta alla stagione olearia 2015/16 (eccezionale sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo).
Tutta colpa di ricorrenti squilibri climatici, estremamente sfavorevoli alle produzioni di qualità.
Per quasi esclusiva responsabilità di fenomeni atmosferici difficilmente prevedibili, infatti, hanno luogo manifestazioni perniciose come la ricorrente cascola precoce o ripetuti attacchi della “mosca olearia”.
Tali evenienze determinano un drastico calo delle produzioni in oggetto.
La notevole eterogeneità delle cultivar allevate in Puglia, ognuna portatrice di un patrimonio identitario, da cui nascono svariate tipologie olearie dalle infinite complessità di aromi, rende necessario uno scrupoloso impianto didattico, che guidi in maniera consapevole le scelte del consumatore più attento, attraverso un percorso all’insegna dell’approfondimento e dell’analisi.
Affrontando l’aspetto più legato alle problematiche di mercato, non si possono ignorare due fattori importanti legati alla produzione ed alla commercializzazione del prodotto.

Da una parte, per i motivi già citati, vi è una netta diminuzione della quantità del prodotto in questione (un disavanzo di circa il 40%); dall’altra, l’invasione sistematica di prodotti provenienti da aree di produzione extraeuropea (come nel caso del prodotto tunisino), fenomeno che mina dalle fondamenta le regole di un mercato degno ed equo per i produttori italiani.
Una comparazione effettuata nel 2018 ha evidenziato un gap di prezzo esorbitante: dai 4,50 € kg/litro di prodotto tricolore, ai 2,00 € al kg/litro proposti dalla Tunisia.
Una sfortunata combinazione, insomma, per una speculazione in grande stile.
Ma questo è ancora poco, se in ballo rientrano anche questioni come quelle relative alla sicurezza alimentare.
Produzioni più contenute dall’uso corretto di fitofarmaci, in tema di numeri produttivi, sono decisamente perdenti contro metodiche agronomiche più spregiudicate attuate in alcuni paesi concorrenti, sui quali si allunga l’ombra speculativa delle multinazionali del cibo.



