Follie e valori: Pétrus
La follia della scorsa estate, vera o falsa che sia? La sangria da circa 40000 euro fatta con quattro bottiglie di preziosissimo Pétrus 2006.
Roba da pazzi anche se fosse un fake, perché certe cose è insano solo pensarle. Che cos’è la sangria è noto ai più: una bevanda spagnola a base di vino rosso, altri distillati, frutta in pezzi, succhi, spezie e persino la gassosa o l’aranciata.
Cosa invece sia il Pétrus è meno comune. Sintetizzando brutalmente, e partendo dalla cosa più eclatante, uno dei vini più costosi al mondo.
Andando un po’ più dentro la cosa, il Pétrus è il vino unico dell’omonimo domaine nella zona vincola di Bordeaux, più precisamente nella denominazione Pomerol.
I vini di questa denominazione non furono classificati alla nascita della classificazione di Bordeaux voluta da Napoleone III nel 1855, ma Petrus è considerato alla stregua dei celebratissimi Premiers Grands Crus. È una piccola tenuta di soli 11,4 ettari esclusivamente coltivata con uve Merlot.
La magia è frutto delle condizioni ambientali, della posizione, sul punto più alto di un altopiano in cima ad una collina chiamata la Boutonnière, e del suolo, un misto di ghiaia e argilla blu (con un’alta percentuale di ferro, molto più che nei suoli circostanti) che permette di trattenere una maggiore quantità d’acqua, garantendo condizioni migliori alle viti anche in caso di gravi siccità.
Era un vino che già alla fine del XIX secolo conquistava premi ed era apprezzato, da non classificato, come un Deuxième Cru.
Quando la prima proprietà iniziò a vendere la signora Loubat, proprietaria di un Hôtel a Libourne iniziò ad acquistare quote della tenuta e continuò progressivamente l’acquisizione fino al 1945, quando divenne l’unica proprietaria.
Ed è dopo la II Guerra Mondiale che cresce vertiginosamente l’apprezzamento per questo vino, grazie alla enorme capacità di marketing (si direbbe oggi) di Mme.
Loubat, che possedeva anche Château Latour à Pomerol, ma al Lord Mayor di Londra, per le nozze di Elisabetta II regalò due magnum di Petrus del 1938, l’annata prima della guerra.
La signora ebbe anche altre intuizioni, la più sorprendente (e imitata) delle quali fu, dopo la gelata del 1956 che devastò le vigne della regione di Bordeaux e uccise due terzi del vigneto di Pétrus, la decisione di non ripiantare ma di tagliare drasticamente le viti sui portainnesti sopravvissuti; questo processo (recépage) non era mai stato sperimentato prima nella regione, e permise di conservare il patrimonio genetico e la maturità dei ceppi assicurando che l’età media delle viti rimanesse elevata.
Poi continuò il successo di Pomerol e di Pétrus: Parigi, Le Pavillon a New York, Onassis, il jet-set e il diventare uno status symbol.
Dunque, aggiungere frutta, spezie, gassosa e brandy a un vino buono, anzi tra i migliori in assoluto, non è uno sfizio, e nemmeno una follia; piuttosto una sbruffonata, un affronto, una specie di lesa maestà, come colorare con colori fluo un capolavoro come il David di Michelangelo.
Detto ciò, il prezzo del Pétrus 2006, che sia i 12.000 euro riportati nel post dei folli o i 6 o 8000 trovato googlando il vino, deriva solo dalla sue qualità? No, ovviamente, nonostante sia universalmente acclamato come vino di eccezionale stoffa, bouquet incredibile e sapore mirabile, elegante, forte e avvolgente, definito da due guru come Bettana e Desseauve come «un vino che brilla e si impone gradualmente su di te».
Mi viene allora in soccorso il Tenente Colombo, che continuo ogni tanto a riguardare in TV. Uno degli episodi della terza stagione è ambientato nel mondo del vino, e Colombo per documentarsi entra in una prestigiosa enoteca di Los Angeles (siamo nel 1973) e chiede di diventare esperto, ma poi, come prima volta, si accontenta dei concetti basilari. La prima domanda che pone è: «Come si distingue un buon vino da un vino corrente?», e il commerciante risponde: «Beh… dal prezzo».
La cosa è ovviamente, banalmente e paradossalmente, sia vera che falsa, o meglio vera fino a un certo punto, e poi imprecisa e dipendente, come qualsiasi bene economico, raro, simbolico, ricercato e prestigioso, dai rapporti di domanda e offerta, dalle fluttuazioni del valore dovute anche alle speculazioni, dalla disponibilità a pagare, e anche da una specie di voluttà dello spreco di danaro.
Perché come dice l’assassino dell’episodio (come sapete non spoilero niente, quella serie mostra l’assassino praticamente all’avvio dell’episodio) «Nessuno ha veramente bisogno di una bottiglia da 5000 dollari … semplicemente non voglio che nessun altro l’abbia».


