Franco Pepe e il suo ultimo libro, Pizza Chef: raccontare comunità? Lo ha fatto bene.
Nota dell’Autore
Lo so, è un caso abbastanza raro vedermi scrivere apertamente una “fotografia monolitica” di qualcuno. Non è proprio nelle mie abitudini. Io preferisco osservare, ascoltare, lasciare che le storie camminino da sole, senza bisogno del mio fiato addosso. È ancora più raro vedermi fermare nero su bianco qualcosa che riguarda un amico, perché la linea tra affetto e scrittura è un terreno scivoloso, e io ho sempre paura di sciuparlo con le parole sbagliate.
Ma chi mi conosce bene sa che, quando la mia penna digitale decide di uscire dal silenzio, lo fa solo per una buona causa. E questo spazio digitale, questo giardino ben curato – che spesso si prende il compito di raccontare ciò che spesso non si vede – è sicuramente una buona causa.
E Franco Pepe, se è possibile, lo è altrettanto.
Scrivere di lui non significa celebrarlo, di ‘celebripost’ ce ne sono a bizzeffe, ma restituire fedelmente ciò che accade quando una persona fa da collante a un territorio intero senza mai dirsene merito. Scrivere di lui significa raccontare un sistema di vite che si intrecciano, un modo di lavorare che funziona perché nessuno vuole essere il protagonista. Significa mostrare come, a volte, la verità di una storia gastronomica non sia nel piatto, ma nel percorso che attraversa per arrivare lì.
E allora questa volta ho scelto di scrivere. Per dovere? Nah. Per “mestiere”? Doppio, nah. Direi più che altro per una forma di gratitudine. Perché quando incontri un uomo che riesce a creare comunità usando una “semplice” pizza come pretesto, vale la pena raccontarlo.
Franco Pepe ha scritto un libro e si chiama Pizza Chef.
Questa è la verità incontrovertibile.
E questo, secondo qualcuno, potrebbe anche non essere una novità. Siamo d’accordo.
Ma ritengo questo libro importante (e Franco, insieme ad esso, çava sans dire) perché questo libro significa sicuramente una cosa: vedere la pizza per ultima e le persone per prime.
È questo il paradosso più grande del lavoro di Franco, uomo dell’alto casertano: il prodotto è celebre, celebrato, immortalato ovunque; ma ciò che lo rende davvero unico difficilmente può rientrare in un primo piano.
È nel fuori campo.
È nella folla di volti che gli gravitano attorno, come se quella pizzeria, quei campi, quelle serre, quel pezzo di territorio campano che a tratti sembra restituire un’America di John Fahey per panorami da fotografia (anzi, forse il suo “America” è uno dei miei preferiti da mettere in auto andando sul cocuzzolo caiatino) fossero da sempre la loro casa.
Lì dentro, osservandolo senza intervenire, si capisce che Franco non ha costruito un “mondo della pizza”: ha costruito una comunità.
Una di quelle vere, che nascono senza proclami e senza retorica, semplicemente perché le persone si riconoscono nel posto e nel modo in cui si fa qualcosa.
Quando ormai molto tempo fa (nemmeno tanto, ma il tempo del web ha letteralmente stravolto la percezione.
Chissà cosa ne penserebbe Virginia Woolf!) rumoreggiava con discrezione il progetto del libro – ufficialmente inesistente, ufficiosamente vivo come le cose che contano davvero – era chiaro che sarebbe stato un lavoro diverso dagli altri.
Non c’era un set, non c’erano storyboard, non c’era la volontà di “raccontare” Franco.
C’era la volontà di lasciarlo emergere.
E allora tutto è accaduto così.
La luce naturale che cadeva su un contadino scalzo mentre sollevava un pomodoro come si solleva qualcosa che si conosce da anni.
Le mani segnate di chi lavora la terra, che si offrivano spontaneamente all’obiettivo senza cercarlo.
Il silenzio delle serre, rotto solo dal rumore delle foglie.
L’aria ultima del pomeriggio nei campi, quando il sole colpisce gli alberi in diagonale e tutto sembra avere un colore più sincero.
In quei giorni si è capito che il libro non sarebbe nato da una costruzione ma da una sottrazione: togliere il superfluo, togliere la posa, togliere la tentazione di mettere in scena.
Lasciare, invece, che la storia si rivelasse da sé.
Franco in questo è maestro senza volerlo essere: non guida, non dirige, non impone.
Si muove come uno che conosce perfettamente il ritmo delle cose e ci si adegua.
Chi lo osserva lo nota subito: ha la capacità, rarissima, di lasciare spazio.
E quando un protagonista lascia spazio, tutto ciò che lo circonda prende vita.
Il fotografo non deve cercare un focus: ce n’è già uno naturale, fatto di legami, di sguardi, di mani che arrivano a completare un gesto.
E proprio per questo il lavoro non diventa mai autoreferenziale: l’autore non serve, basta l’occhio.
Le scene esistono già, bisogna solo non disturbarle.
Il libro: Pizza Chef, una mappa visiva di un mondo “semplice” ma che non si lascia semplificare
Pizza Chef, edito da L’Ippocampo e da Phaidon, è un libro che rientra sia in categorie “comode” che “poco comode”, dipende dal livello di lettura che si vuole applicare.
Non è un manuale, anche se può insegnare più di tanti manuali.
Non è un libro fotografico, anche se guarda il mondo con una precisione che solo la fotografia può permettersi.
E non è una biografia, perché la vita di Franco Pepe è così intrecciata a quella del suo territorio che raccontarlo da solo sarebbe impossibile.
È piuttosto una mappa, un atlante sensoriale e visivo che mostra cosa succede quando la pizza smette di essere un oggetto e diventa un movimento.
Sfogliandolo, si capisce subito che l’intento non è “spiegare Franco”, ma rivelare ciò che lo circonda.
La fotografia qui non è un ornamento, ma un sistema di verità: non cerca l’estetica della pizza, ma l’etica che la sostiene.
Le immagini mostrano ciò che il racconto gastronomico tradizionale tende a ignorare oppure a romanzare senza capirci granché attorno.
Parlo di la fatica, la pazienza, la cura, la collaborazione e lo fanno con una sincerità che non ha bisogno di parole in lode o di superlativi.
È un libro che non mette Franco sul piedistallo, ma lo rimette tra la sua gente.
E mentre lo si sfoglia, si comprende che Pizza Chef non è nato per essere “regalato” come un bel coffee table book, cioè un “libro da caffè” bello da esporre: è nato per essere consultato, interpretato, respirato come si respira un luogo.
È uno di quei rari lavori editoriali che non cercano di fissare un mito, ma di custodire un ecosistema.
Ed è forse per questo che, pagina dopo pagina, si ha la sensazione di assistere non alla nascita di un libro sulla pizza, ma alla documentazione di un mondo che la pizza la crea e la sostiene ogni giorno.
Il risultato è un archivio visivo che racconta ciò che solitamente rimane fuori da ogni racconto gastronomico.
Non il piatto, ma il percorso.
Non la pizza, ma la filiera emotiva e fisica che la precede. Non l’artigiano, ma il contesto che lo sostiene.
La verità è che la pizza di Franco Pepe, osservata da vicino, è una somma di vite.
Quelle dei contadini che tornano ogni giorno nei campi, quelle dei ragazzi che lavorano al forno come se fosse una bottega di famiglia allargata, quelle degli ospiti che arrivano da lontano ma finiscono sempre per restare più del previsto.
E allora diventa evidente perché Caiazzo non è solo un luogo geografico ma uno stato mentale.
Il punto esatto in cui tradizione e innovazione smettono di essere slogan e tornano a essere gesto quotidiano.
Dentro il libro si ritrova tutto questo, anche se nessuno lo dice apertamente.
È un lavoro che non vuole stupire, ma raccontare.
Non esibisce la perfezione, ma la verità di un territorio che funziona solo quando le persone si muovono insieme.
Non cerca di convincere il lettore dell’importanza di Franco: lascia che siano le immagini a mostrare la grandezza del sistema che gli ruota intorno.
E per una volta, in un’epoca dominata da narrazioni gonfiate, questo è l’aspetto più rivoluzionario: non c’è un eroe.
Ci sono molti protagonisti.
Franco Pepe, filtrato da un obiettivo, non è un genio solitario né un personaggio costruito: è un uomo dentro la sua comunità, immerso nel suo territorio, circondato da storie che vale la pena ascoltare ancora prima di assaggiare ciò che produce.
E il suo libro, oggi, non è l’ennesimo volume patinato da collezionisti del food: è un documento che mostra come l’Italia gastronomica più autentica sia fatta di relazioni, di fatica, di umiltà e di un senso di responsabilità condiviso.
È un libro che non chiede attenzione: la merita semplicemente perché è vero.
E forse è proprio questo il punto: quando si guarda Franco Pepe e i suoi ecosistemi dal punto di vista di chi sta dietro una lente – invisibile, discreto, con la sola ambizione di non rovinare la scena – ci si accorge che la pizza, dopotutto, è solo la scusa.
La storia è tutto il resto.



