Funghi: una raccolta divertente e popolare messa in pericolo dal business

Sono sicuro che con la bella stagione non andiamo tutti al mare. Qualcuno va in montagna e proprio in estate i boschi in altura sono già in pieno risveglio e si possono trovare molti funghi commestibili, I primi, i cosiddetti “fioroni”, che sono una vera delizia. La raccolta appassiona tutti, grandi e piccini e mai come in questa stagione i boschi fervono di grande animazione, ci s’incontra fra vecchi amici come se si fosse in piazza in pieno centro, tutti smaniosi di sbirciare che cos’ha l’altro nel cestino. Ma si rischiano anche delle brutte sorprese e non parlo delle vipere che in quei boschi strisciano da sempre e al minimo rumore vanno a rifugiarsi impaurite nell’erba alta e sono diventate rarissime proprio perché cercano di stare lontane dall’uomo.

Gli incontri più spiacevoli dei Cappuccetto Rosso contemporanei e di tutti i “fungiatt” sono quelli con quelle vipere che invece non strisciano per terra, ma ci camminano sopra con due gambe, un machete, un grande rastrello e che girano spesso in bande organizzate distruggendo il sottobosco e il prezioso micelio che si forma tra il terreno e il fogliame in disfacimento. Nonostante la Guardia Forestale sorvegli in modo capillare il territorio, di questi tipacci se ne possono incontrare parecchi mentre caricano in auto o in pick-up o sul camioncino enormi borsoni di funghi, raccolti spesso molto velocemente sul finire della notte grazie all’uso delle torce elettriche, per andare a rifornire le aziende che imbustano funghi secchi di altre regioni o i grandi mercati delle metropoli entro l’inizio della loro giornata lavorativa. Purtroppo, possono impunemente farlo perché per vendere i funghi comunque raccolti nel bosco non è previsto nessun certificato di origine, rilasciato magari proprio dalla Guardia Forestale che potrebbe così tenere sotto controllo appunto chi compie degli abusi.

Non mi si dica che sono poveri disoccupati senza nessun’altra occasioni di lavoro, perché sono stato disoccupato anch’io e tutti i disoccupati che conosco hanno un grande rispetto della natura che può dare loro continuamente da mangiare purché non venga spogliata di questa sua generosità. Si tratta di vere e proprie bande di malfattori, che vanno denunciati immediatamente agli abitanti del luogo, i quali sanno certamente come avvertire le autorità locali e fermare questo scempio. Ma anche nel nostro piccolo non sempre abbiamo rispetto per il bosco e a volte, presi dal raptus della passione, agiamo anche sconsideratamente durante la raccolta, togliendoci da soli la possibilità di nuove e più abbondanti raccolte nei giorni successivi.

La verità è che ci fanno più comodo le buste di plastica piuttosto che i cestini di vimini aperti, gli unici che fanno filtrare le spore dei funghi appena raccolti e restituiscono così al bosco la facoltà di farne nascere degli altri in breve tempo. I sacchetti di plastica piuttosto usiamoli per portarci a casa la mondezza che nel bosco produciamo anche in quantità limitate, come fazzoletti di carta, bottigliette di acqua minerale, mozziconi di sigaretta e altro. Non sempre ci ricordiamo di tagliare i funghi con la punta del coltello vicino alla radice, ma li strappiamo dal terreno e magari senza dare nemmeno una leggera rotazione al polso, cosa che permetterebbe di non rovinare troppo il micelio. E spesso per non perdere tempo non li puliamo nemmeno sul posto di raccolta, un’accortezza che aiuterebbe lo spargimento delle spore e il reintegro di sostanze nell’humus naturale. I più saggi sanno bene che spesso il fungo ricresce intorno agli stessi alberi o a poca distanza da essi; se invece non ricresce più vuol dire che raccogliendolo abbiamo sbagliato qualcosa e dobbiamo fare tesoro anche di questa esperienza per non ripetere gli stessi errori.

Ho notato invece che in Sardegna, un’isola dove le vipere notoriamente non sopravvivono nemmeno se introdotte apposta, come risulta da esperimenti condotti anni fa dalla Guardia Forestale, la gente si comporta in modo più rispettoso nei confronti del territorio. Ho chiesto ad alcuni anziani cosa significa la parola “antunna”, che definisce il fungo cardarello di ferula tipici di quella regione, e mi hanno risposto con un sorriso che vuol dire “funghi per tutti”. Quando ci sono, ci sono per tutti, sono così tanti che della terra e dei suoi frutti ne beneficiano tutti. Bisogna tener presente che in quest’isola soltanto meno di due secoli fa venne stabilita l’abolizione dell’uso comune delle terre. Per la prima volta dopo millenni i Savoia con l’editto delle Chiudende nel 1820 concessero i fondi demaniali in proprietà a quanti li recintassero e ciascuno recintò quant’era capace e se ne impossessò. I poveri recintarono ben poco, aiutati solo dal coniuge o dai figli, mentre i ricchi assunsero in fretta degli interi squadroni di lavoranti per recintare delle regioni enormi, dei veri latifondi che vennero chiamati “tanche”, un nome reso famoso dal vino Tanca Farrà che nasce appunto da un vigneto sorto in uno di questi territori ai Piani di Alghero, proprio dove abitavo io.

Quella fu l’origine dei muretti a secco nelle campagne sarde, ma sopravvive ancora oggi, soprattutto fra i pastori, un rispetto per la terra come patrimonio collettivo, perché lo è stata per millenni ed è il fondamento del codice di comportamento non scritto ma tramandato di generazione in generazione, che spesso è più radicato di quello imposto poi dai vari governi che si sono succeduti e dalle loro forze armate o di ordine pubblico. Vincenzo Sulis è ancora nel cuore di tutti i Sardi, non soltanto come figura storica importante fra i veri “balentes”, ma proprio come riferimento alla sardità, che non si acquisisce certo per nascita ma è una vera e propria scelta coerente di vita in simbiosi con l’isola, le sue tradizioni culturali e il modo sano di vivere in rapporto alla sua natura.

Il mondo è bello perché va sempre avanti, “gira il mondo, gira nello spazio senza fine” come dice una delle più belle canzoni italiane. Non sono certamente da osannare gli antichi sistemi tribali, ma un tantino in più di sana civiltà d’altri tempi ci vorrebbe davvero, quello sì che lo recupererei volentieri! Specialmente quando siamo a contatto con la natura e soprattutto nei boschi, che per continuare a offrire i loro preziosi frutti hanno bisogno in primis del nostro personale impegno.

Per i funghi c’è ancora un bel pezzo di estate davanti, fino alla fine dell’autunno. I primi a uscire sono i finferli, le cosiddette gallinelle, a forma di ombrello chiuso. Qualche boletus badius lo si può trovare nelle annate più calde e più umide da giugno e perfino sotto Natale, anche se striminzito, nei canaloni dove magari è già caduta una spolverata della prima neve e presso le radici degli alberi, se questa non le ha ancora toccate. I chiodini si trovano a ottobre e novembre. Lasciamo in pace i ciclamini selvatici e gli altri fiori rari segnalati da appositi cartelloni, accontentiamoci magari soltanto di fotografarli e chissà che questo non sia l’anno giusto per delle raccolte di funghi abbondanti, ma intelligenti.

E se qualche volta andasse buca, sarebbe meglio non passare dal mercatino a comprare quei funghi che magari provengono proprio da una scellerata distruzione del sottobosco o che arrivano dal Marocco e dai Balcani. Piuttosto si possono raccogliere i lamponi all’inizio dell’estate, poi i mirtilli e verso la fine anche le more e le castagne, frutti che sono molto ricchi di vitamine e sali minerali, per la felicità dei bambini che ne sono davvero ghiotti e ai quali farebbero molto bene, certamente più dei funghi.

Mario Crosta

Di formazione tecnica industriale è stato professionalmente impegnato fin dal 1980 nell’assicurazione della Qualità in diverse aziende del settore gomma-plastica in Italia e in alcuni cantieri di costruzione d’impianti nel settore energetico in Polonia, dove ha promosso la cultura del vino attraverso alcune riviste specialistiche polacche come Rynki Alkoholowe e alcuni portali specializzati come collegiumvini.pl, vinisfera.pl, winnica.golesz.pl, podkarpackiewinnice.pl e altri. Ha collaborato ad alcune riviste web enogastronomiche come enotime.it, winereport.com, acquabuona.it e oggi scrive per lavinium.it, nonché per alcuni blog. Un fico d’India dal caratteraccio spinoso e dal cuore dolce, ma enostrippato come pochi.

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