Geografie del cuore, e del gusto
“Napoli, per noi è praticamente l’ottava provincia del Veneto”.
Detta così suona irreale, ma Lorenzo Palla (Loredan Gasparini e Ronco Blanchis, oltre a Distilleria Negroni e un po’ di distribuzioni con Venegazzù Vini) intende dire che Napoli è uno dei mercati principali per le sue etichette, e però forse sa che La Canzone del Piave, l’inno di riscossa della Grande Guerra è stato scritto da un napoletano, E. A. Mario.
L’incontro è avvenuto in occasione della tappa partenopea del roadshow che il gruppo guidato da Giancarlo e Lorenzo Palla ha iniziato: appuntamenti senza clamore, discreti, con pochi intervenuti. Contenitore di questa presentazione sussurrata il raffinatissimo Crudore’ di Via Carlo Poerio: protagoniste 9 (ma poi si arriverà in doppia cifra) bottiglie prodotte o distribuite dalle aziende di Lorenzo Palla e un menù goloso ed equilibrato, identitario e inclusivo pensato da Gianni e Lia Lotti con gli chef e il Restaurant Manager Mario Vitiello.
La partenza

Si parte dal Veneto, ovviamente e da Asolo, qui l’azienda nel 1975 ha impiantato Glera, provando a fare del Metodo Classico e dove orgogliosamente rivendicano la “Fascetta DOCG” numero 1. Assaggiamo la Cuvée indigena 2024: uno Charmat particolare perché fermenta con lieviti propri selezionati e depositati all’Università di Perugia, e la presa di spuma avviene con fermentazione spontanea, in tini a bassa temperatura, quindi per un tempo molto lungo, senza aggiunta di zuccheri e fin quando il processo continua.
Questa anarchia del vino lo fa essere a dosaggi diversi anno per anno: la 2024 è un extra brut molto profumata e assai piacevole in bocca: naso intenso e varietale, esuberante di frutta bianca e note vegetali, rimandi minerali e in bocca un perlage fitto e cremoso, quasi da metodo classico, che accompagna il sorso piacevolmente senza invadenza, come un buon amico; perfetto con i primi assaggi, il Pinzimonio di verdure fresche con salsa ponzu e la cialdina di mare al parmigiano.
Il secondo vino in degustazione ed abbinamento

Viaggio a Nord Ovest col secondo vino e il secondo abbinamento, crostino di pane, acciuga del Cantabrico, burro di Normandia e pomodorini: come rendere una specie di ovvietà un morso davvero goloso e suggestivo; per il vino voliamo in Francia, ma a Sud, appena nell’entroterra mediterraneo, verso il confine con la Spagna: Limoux è il luogo in cui è, in fondo, nato lo spumante rifermentato in bottiglia (ben prima che in Champagne) e noi assaggiamo un Limoux Aoc, il Mademoiselle Marguerite di Famille Antech, al 90% Chardonnay con il saldo in parti eguali di Mauzac e Chenin Blanc, con 24 mesi di affinamento sur lie, e un dosaggio molto accorto di vini di riserva. È un cremant molto piacevole, profumato di agrumi, fiori gialli e piccola pasticceria, che ha un’ottima bocca bilanciata tra la sostanza dello Chardonnay e i lampi freschi e sapidi dei due comprimari.

Champagne!
Perché nel catalogo non può mancare l’antonomasia delle bollicine. È Jean Michel di Moussy, villaggio dal nome evocativo pochi chilometri a Sud di Epernay: l’azienda, che è un Récoltant Manipulant, dalla metà del XIX secolo coltiva le tre varietà dello Champagne e realizza una interessante gamma di cuvée.
Blanc de Meunier 2019
Ne assaggiamo il Blanc de Meunier 2019 (vino biologico, ovviamente Meunier in purezza), tirato a maggio 2020, come riportato in etichetta, e sboccato 60 mesi dopo. Perlage delizioso, naso intenso, fruttato, di nespola, nocepesca su un ordito minerale; è un extra brut dosato 4 grammi per litro, tutt’altro che aggressivo, grazie sia al naso fruttato, sia, soprattutto, al lungo affinamento. Conquista il palato e si sposa perfettamente con un delizioso Pane al cioccolato con le mandorle, salmone coda nera affumicato e insalata russa, in cui quest’ultima riesce a rubare la scena persino all’affumicato buonissimo.

L’antipasto crudo è Tartare di tonno rosso con schiacciatina di patate e caviale di soia; Gambero Rosso di Mazara con tagliatelle di calamaro, dressing al lime e fava di cacao; Carpaccio di baccalà e doppia consistenza di pomodoro; Sashimi di Dentice gibboso con gocce di teriaki al wasabi: difficile dire se più buono o più complesso, viene abbinato a un altrettanto fantastica e complessa Cuvée Spéciale (2008) ancora di Jean Michel: Chardonnay e Meunier al 50%, stesso dosaggio extra brut del precedente.
Non mancheranno poi (tutt’altro, la batteria di assaggi è stata sontuosa) altri fuochi d’artificio, ma l’equilibrio di potenza ed eleganza, di complessità e piacere, di energia e grazia, di questo vino lo rende memorabile. Tredici anni e mezzo sur lattes, oltre 160 mesi di magia quasi alchemica, davvero la dimostrazione che prima del degorgement i vini maturano senza minimamente invecchiare, assommano caratteristiche e raffinatezze (esperienze, mi verrebbe da dire) senza indietreggiare in potenza. La descrizione gusto olfattiva, mai come in questo caso, è pleonastica, ridondante, certe emozioni non hanno descrittori: bastino le parole di Florence e Olivier Michel in retroetichetta, “ce vin vous sedurra par sa delicatesse et son elegance.”
I bianchi dal Collio

Dopo le bolle francesi si passa ai bianchi fermi dal Collio. Infatti nel 2001 la famiglia Palla ha deciso di investire anche nel Goriziano, terra di grandi bianchi, acquistando Ronco Blanchis. Sugli antipasti caldi, Cannolicchi grigliata con emulsione di olio, rosmarino e limone; Gateaux di Baccalà e Bon Bon di mozzarella di bufala e gambero rosso con tartare di pomodoro cuore di bue, è il momento di tre bianchi fermi: il Friulano, assai profumato e succoso, molto piacevole.
Il Collio Vino da uve autoctone è la versione Ronco Blanchis di un progetto di valorizzazione dei vitigni tradizionali nato nel 2018 da un gruppo di produttori con un proprio disciplinare anche di comunicazione, oltre che di vinificazione: buona complessità al naso, assai territoriale, bocca molto piacevole, discretamente lungo; il Blanc de Blanchis Riserva 2020 è purtroppo una specie di passo d’addio, essendo al momento uscito dalla gamma di produzione. Friulano e Chardonnay, con piccoli saldi di Malvasia e Sauvignon; solo acciaio tranne per lo Chardonnay che fa legno di primo e di secondo passaggio: il risultato è un vino quasi dorato, assai complesso negli aromi, denso e dinamico all’assaggio, ma setoso, a lungo carezzevole al palato.
Rossi infine, perché la storia di Loredan Gasparini fonda sui rossi.

È dalla fine del Medioevo che il Montello (nel trevigiano, 50 chilometri da Venezia) viene riconosciuto come area di eccellenza, meliora di altri, e perciò assoggettato a dazi maggiori. La famiglia Spineda prima e il conte Loredan poi hanno sempre saputo assecondare la vocazione internazionalista piantando, quest’ultimo, i quattro rossi bordolesi tradizionali e allevandoli in una vigna speciale, il Vigneto delle cento piante. Il vino che si produceva era speciale e il conte, forte della sua discendenza con un Doge, Leonardo Loredan, lo portò all’hotel Gritti dove, nel maggio del 1967, avrebbe avuto luogo un pranzo ufficiale col Presidente francese De Gaulle. Il Generale assaggiò il vino e (giustamente) lo prese per un Bordeaux e lo gradì convintamente. Da questo episodio nasce il nome del vino, Capo di Stato, e la consuetudine che ad ogni elezione di Presidente, all’Eliseo giungano due bottiglie di questo vino.
Della casa 2021
Partiamo col Della casa 2021, il vino domestico, per così dire: Venegazzù, in etichetta, è l’unica sottozona contemplata dal Disciplinare della Doc Montello Colli Asolani, ed è di fatto un monopole alla borgognona, essendo Loredan Gasparini gli unici viticoltori della frazione omonima. Della casa è stato uno dei primi tagli bordolesi prodotti in Italia nel secondo dopoguerra, e nella composizione attuale il Cabernet Sauvignon è in prevalenza, affiancato dal Merlot e completato da una piccola aggiunta di Cabernet Franc e Malbec: aromaticamente complesso ed elegante, in bocca volteggia bene anche grazie alla temperatura ottimale, appena fresco, alla quale lo ha servito Mario Vitiello, impareggiabile regista della giornata, e non sovrasta la Pasta mista con spollichini, frutti di mare e o’russ piccante, saporita e sorprendente.
Capo di Stato 2021
Il Capo di Stato 2021 accompagna la Fettuccia con soffritto di mare, un piatto sostanzioso e complesso che agisce, al gusto, per contrasti successivi e quindi si sposa benissimo con la complessità, la grandezza e la dinamicità del cru dalla Vigna delle cento piante. Naso intenso e molto modulato, frutta rossa matura, bacche nere, sottobosco, cacao e tabacco anticipano un sorso solido, imponente, in cui si rincorrono con grande ritmo le sensazioni calde, l’acidità, la sapidità, il tannino fitto ed elegante, dando vita a un’armonia precisa e davvero lunga.
Capo di Stato 2015

Mancava il coup de théâtre: dalla cantina di Crudore’ (da vedere, piccola ma molto densa, raffinatissima e con una selezione di Champagne che sembra di essere nelle craie di Reims, piuttosto che nel tufo giallo di Chiaia, ma Gianni Lotti non nasconde l’amore per la Maison Krug e altre gemme champenoise) Vitiello porta un Capo di Stato 2015 e intelligentemente decide di decantarlo col magnifico Cobra Rosso di Riedel.
L’operazione è stata un impeccabile e affascinante preludio all’assaggio di un vino cui i 6 anni in più hanno donato grazia senza scalfire il mordente: i profumi si sono appena addolciti, in confetture raffinate, gli aromi si sono arricchiti e il sorso ha ancor più levigato i tannini e solo cambiato il ritmo, rallentando appena, e avvicinandosi a quella specie di chimera enoica che è la souplesse; «Boire du vin, c’est boire du génie», bere vino è bere del genio, in un attimo, in queste geografie mescolate, siamo con Baudelaire a Saint-Germain-des-Prés.
Il dolce
Un golosissimo Brownie fondente con gelato alla vaniglia e torrone alle mandorle, è giustamente consolatorio del termine di questa esperienza geo-sensoriale, in cui sono stati protagonisti cru non bordolesi, province non venete, cantine non champenoise, bistrot non parigini, e un regista non hollywoodiano.
Il vino, dopo l’uomo, è il personaggio più capace di racconti: un genio visionario, Luigi Veronelli, per chiudere una mattinata davvero speciale.







