“Giovedì gnocchi”. Quando il cibo scandisce il tempo.

gnocchi di patate e canellini (Foto: Francesca Luise)

“Giovedì gnocchi”. Quando il cibo scandisce il tempo.

“Giovedì gnocchi”: chi ha sentito almeno una volta questa espressione?

Sono sicura che siamo in tanti e, sebbene io sia veneta e non romana, alla faccia del regionalismo questo modo di dire è entrato a far parte del mio lessico già da qualche tempo.

Si tratta infatti di un’espressione che appartiene a Roma ma che nella sua sinteticità riesce a dire molto di più di un’abitudine locale.

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Dietro queste due parole si nasconde una vera e propria grammatica del tempo, un calendario che usa il cibo per dare ritmo alla settimana e che riflette la necessità di conciliare vari aspetti del quotidiano: dai precetti religiosi, alla disponibilità economiche, alla memoria collettiva.

Il ritmo settimanale tra famiglia e osterie

A Roma, tra Ottocento e Novecento, la scansione settimanale era diventata una regola quasi istituzionale: giovedì gnocchi, venerdì piatti di magro, sabato trippa.

Non si trattava soltanto di una scelta gastronomica, ma di un rituale che teneva insieme le esigenze della Chiesa cattolica con quelle della società urbana.

Il giovedì anticipava il venerdì di astinenza dalla carne e diventava quindi il giorno in cui rinforzarsi con un cibo calorico, morbido, avvolgente come gli gnocchi di patate.

Il venerdì era sobrio, spesso a base di pesce o di legumi e il sabato segnava un ritorno alla convivialità più generosa, preludio alla domenica che rimaneva il giorno simbolo del pranzo in famiglia.

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Questa ritualità era talmente radicata che le osterie esponevano cartelli con scritto “giovedì gnocchi”, divenuti un vero e proprio marchio di riconoscimento.[1]

Il modello romano è rimasto il più codificato e noto, ma non era un caso isolato.

La ritualità nelle varie regioni

In tutta Italia, soprattutto nei centri urbani, il cibo seguiva un andamento regolare settimanale che dava ordine alla vita domestica e comunitaria.

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La Campania

A Napoli, per esempio, il giovedì significava pasta con condimenti più ricchi, mentre il venerdì era consacrato a pietanze sobrie: piatti di baccalà, di alici o più spesso di legumi, che garantivano sostegno energetico con semplicità.

Il sabato anticipava la festa con piatti dal gusto intenso, mentre la domenica segnava l’apice della convivialità, il giorno in cui si mangiava in modo più abbondante, non solo per nutrirsi ma per celebrare la comunità familiare.[2]

La Toscana

In Toscana, la scansione si esprimeva nel venerdì dei legumi.

Fagioli, ceci, lenticchie costituivano la risposta contadina al bisogno di piatti nutrienti ma privi di carne.

Non era solo un obbligo religioso, ma anche un modo per valorizzare le colture locali e per marcare una differenza simbolica tra giorni ordinari e giorni festivi.

Qui la zuppa, piatto che si ripeteva con piccole variazioni, aveva un valore identitario: il venerdì diventava così il giorno della semplicità, della misura, del ritorno a ingredienti che custodivano la memoria del lavoro nei campi.[3]

La Lombardia

In Lombardia il venerdì coincideva spesso con il riso.

Minestre di riso e verze, riso e zucca, riso e spinaci scandivano i pasti feriali, in contrasto con le pietanze più sostanziose che caratterizzavano la domenica.

Qui la ritualità era meno legata a un motto popolare e più a una prassi diffusa che si trasmetteva nelle famiglie, capace di trasformare la ripetizione in memoria condivisa.[4]

Il Piemonte

In Piemonte, infine, il ritmo settimanale si rifletteva nell’alternanza tra i giorni della polenta, cibo quotidiano, e i giorni della festa, in cui la tavola si arricchiva di preparazioni più elaborate.

La polenta era il simbolo della continuità, un piatto che segnalava la normalità feriale e che diventava la base da cui partire per i pasti più ricchi del fine settimana.[5]

Il rapporto tra cibo e ritualità

Questi esempi mostrano come la ritualità alimentare non fosse una questione di singole ricette, ma di un ordine simbolico che dava senso al tempo.

Il cibo diventava una forma di misurazione che permetteva di distinguere i giorni di lavoro dai giorni di festa, le vigilie dalle celebrazioni.

E lo faceva non solo rispondendo ai precetti religiosi, ma anche organizzando la vita economica delle famiglie: sapere che il giovedì ci sarebbero stati gli gnocchi o che il venerdì sarebbe arrivata la zuppa di fagioli significava poter pianificare la spesa, ridurre gli sprechi, dare stabilità all’alimentazione.

Oggi l’espressione “giovedì gnocchi” sopravvive soprattutto a Roma ed è spesso usata in senso affettuoso o ironico, ma la sua forza resta intatta.

Ricorda che il cibo non è mai soltanto nutrimento ma diviene linguaggio e rito.

Ripetere un piatto in un giorno preciso significava e significa ancora oggi riconoscersi in una comunità e dare ordine al fluire del tempo.

Il calendario alimentare, anche quando non è più seguito rigidamente, continua a vivere nella memoria e nel linguaggio, lasciando tracce che sopravvivono nei proverbi, nei menù delle trattorie e nell’immaginario collettivo.

Il cibo come misurazione del tempo

Il detto romano non indica solo un piatto, ma un modo di pensare la vita quotidiana.

“Giovedì gnocchi” racconta una scansione del tempo che apparteneva alle famiglie e alle comunità, e che oggi sopravvive come testimonianza di un rapporto profondo tra cibo e ritualità.

Non è nostalgia, ma memoria viva di come il cibo, giorno dopo giorno, abbia sempre saputo organizzare la vita sociale e culturale.

La mia interpretazione degli gnocchi vuole da un lato attualizzare la ricetta per via dell’assenza di uova nell’impasto e il condimento usato e, dall’altro, strizzare l’occhio alle esigenze nutrizionali di chi segue una alimentazione vegetale, diminuendo la quantità di patata a favore dei fagioli cannellini.

Dal gusto delicato e dalla consistenza vellutata, i fagioli cannellini si prestano particolarmente per diventare una base neutra facilmente lavorabile, che non caratterizzerà troppo dal punto di vista del gusto il nostro piatto, ma apporterà i nutrienti utili del legume.

Gnocchi di patate e cannellini con paté di olive e cipolle

Ingredienti per 4 persone:

400 g fagioli cannellini (peso da lessati e sgocciolati); 2 patate di media grandezza lessate; farina tipo 0; 250 g di olive nere denocciolate; 2 cipolle dorate; 1 bicchiere di passata di pomodoro; 1 foglia di alloro; olio extravergine di oliva; sale e pepe.

 Procedimento:

Frulla le olive aggiungendo poco olio a filo, fino a ottenere una pasta morbida.

Sbuccia, lava e affetta sottile le cipolle, rosolale con 1 cucchiaio di olio e la foglia di alloro, salale e aggiungi la passata.

Cuocile finché non saranno tenere.

Schiaccia i fagioli e le patate quando si sono raffreddati entrambi.

Poi mescolali e aggiungi un pizzico di sale e poca farina, lavora il tutto rapidamente fino a creare un impasto omogeneo.

Dividilo in panetti e poi da ciascun panetto ottieni dei filoncini spessi circa 2 cm, poi tagliali a tocchetti.

Infine rigali con un riga gnocchi o passandoli uno a uno sui rebbi di una forchetta.

Cuoci gli gnocchi in abbondante acqua calda e salata fino a che non vengono a galla (ci vorranno davvero pochi minuti), adagia su ciascun piatto un paio di cucchiai di cipolla, poi procedi con gli gnocchi conditi con il paté di olive e guarnisci con erba cipollina o altra erba aromatica di tuo gradimento.

Note

[1]Capatti, Montanari, La cucina italiana. Storia di una cultura, Laterza, 1999; Andreoli, Roma in tavola, Newton Compton, 2015.

[2]Francesconi, La cucina napoletana, Fausto Fiorentino Editore, 1965.

[3]Righi Parenti, La cucina toscana, Newton Compton, 1993.

[4]Bergamaschi, La cucina lombarda, Newton Compton, 2011.

[5]Lodi, Cucina piemontese di casa, Gribaudo, 2005.

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Sono Francesca Luise, in arte Cookeneim. Ho un PhD in filosofia e nella vita ricerco, spadello, scrivo e fotografo—grandi passioni che, strada facendo, sono diventate la mia professione. Vivo a Venezia e la città lagunare non solo fa da sfondo, ma ispira e nutre i miei piatti. Nel 2021 ho aperto una IAD (impresa alimentare domestica). La mia cucina è vegetale per motivazioni etiche e di salvaguardia dell'ambiente, convinta che questo rappresenti un'opportunità per il futuro. Mi puoi leggere su www.francescaluise.it dove pubblico tutte le mie sperimentazioni in ambito gastronomico e ogni mese sulla rivista Terra Nuova, con cui collaboro dal 2000.
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