Gran Coronas Reserva 1978 Torres

Gran Coronas 1978

Il primo vino spagnolo che ho avuto occasione di apprezzare, nei lontani anni ’70, è stato il Sangre de Toro, mi attirava il nome e non costava molto. Oggi, addirittura, porta al collarino un simpatico torello di materiale plastico ed anche i bambini lo notano fra le tante bottiglie esposte nelle enoteche, perché i bambini le enoteche devono pur frequentarle, con la loro manina ben posata in quella del proprio padre, non bisogna dimenticarlo.

Da allora non sbaglio mai quando devo regalare un vino della caliente penisola iberica. Laggiù di vini buoni ne hanno tanti, specialmente in Priorato e nella Rioja, ma non tutti hanno un eccellente rapporto qualità/prezzo come quelli di questa grande cantina con un bagaglio di esperienze che risale a lungo nel tempo.

Chi l’ha detto che per trovare un vino almeno ottimo si debba cercare fra i produttori con un minuscolo fazzoletto di terra, magari con la cantina dentro il garage oppure nella cuccia del cane? Chi l’ha detto che un vino per saper invecchiare bene debba avere per forza un tenore alcoolico superiore al 13% o provenire esclusivamente da un’annata eccezionale? Chi l’ha detto che un vino possa essere eccezionale soltanto quando è griffato da winemakers che godano di larga fama fra gli autori delle guide? Il vino è prodotto da una simbiosi fra terra, sole e genio dell’uomo.

Con le analisi chimiche, fisiche e sensoriali possiamo registrarne con precisione tutte le caratteristiche finali e con la conoscenza dei metodi di coltura e di vinificazione, acquisita attraverso la stampa specializzata, possiamo valutare certamente meglio ciò che ha fatto la terra, ciò che ha aggiunto il sole e come hanno operato il vignaiolo e il vinattiere. Ma la perfetta simbiosi delle tre componenti che ne determinano la bontà ed il mutare nel tempo delle combinazioni di colore, aromi e sapori è un mistero che vale un sogno e che rimane una sorpresa fino al momento di stappare la bottiglia e di scaraffarla fra la gioia dei convitati.

Ricordo bene come abbiamo reagito all’assaggio di un Sassicaia del 1968, poche migliaia di bottiglie prodotte con tutta l’intelligenza di cui è stato capace quell’autentico mago che è sicuramente Giacomo Tachis, nell’ottobre del 1980 al Castello della Sala in Ficulle. Un vino che nelle annate successive, con tanto lavoro ed applicazione, sarebbe poi diventato un autentico portabandiera del meglio di tutta la produzione italiana. Ebbene, per dirla con il prof. Alberto Zaccone (diventato in seguito docente di analisi sensoriale presso l’Università di Piacenza) allora era ”tanto fumo e poco arrosto”, parole pronunciate alla presenza di Piero Antinori e condivise da me e da diversi partecipanti.

La poesia fa bene certamente ad un vino e una bella descrizione ne promuove l’immagine e la vendita, infatti l’annata 1973 aveva già riscosso enormi successi fra i poeti della critica nazionale ed internazionale, ma fa male al produttore perchè non ne ricava elementi per migliorare. E Piero, che ascoltava con vero interesse (ma sorrideva, perchè aveva già in cantina le annate 1977 e soprattutto 1978, questa davvero strepitosa), anche da quei commenti seri e soprattutto spassionati riuscì davvero a trarre la forza e l’entusiasmo per aiutare con i suoi uomini il suocero marchese Incisa della Rocchetta a decuplicarne la produzione migliorandone anno dopo anno la qualità. Le annate 1985, 1990 e 1997 dimostrano infatti quanto sia importante e determinante la simbiosi perfetta tra terra, sole e genio dell’uomo per mettere un sogno in bottiglia.

Non ho potuto fare la stessa cosa con il Sangre de Toro, perchè la Spagna è stata ed è ancora un po’ lontana per me, ma penso che questa grande casa con questo vino popolare abbia allietato le tavole di tutto il mondo e ancora le allieterà per decenni e forse più, a prezzi interessanti e non stratosferici. Potrei senz’altro sbagliare, come tutti, ma credo che senza troppa poesia e con tanta attenzione ai pareri realistici su quel vino, la Torres abbia davvero espresso il meglio di se stessa con la Reserva Gran Coronas, di cui conservavo una bottiglia del 1978 proprio per poterne valutare la capacità di sfidare il tempo acquisendo bouquet sempre più complessi.

Non c’è che il coniglio alla cacciatora, specialmente se è selvatico, cresciuto fra i ginepri, l’erica, le ginestre e il cisto di Fiumesanto, là dove si è salvato dalle volpi rosse in caccia prima dell’alba, ma non dalle ruote di una macchina lanciata a velocità sconsigliabile, con il suo sughetto di vernaccia, olive sarde, cipolle e pomodori estivi ben maturi, una spruzzata di buon Cognac, per esaltare un vino rosso invecchiato come si deve in cantine buie, tranquille, di temperatura stabile tra 12 e 13°C e con l’umidità capace di rovinare piano piano l’etichetta.

Ecco l’occasione tanto attesa per anni, stappiamoci dunque quella bottiglia laggiù in fondo, che ci metto la mano sul fuoco, e dopo averla decantata in caraffa ampia e dal collo largo (non quelle a forma d’oca, dalla pancia larghissima e con il collo allungato e stretto, che servono per i vini più giovani) dedichiamoci a cucinare il coniglio mentre il vino si rilassa e respira l’ossigeno che gli mancava da più di vent’anni „passati da un bè”.

Da Agostino, che ha offerto le verdure della sua campagna irrorate soltanto dall’acqua del pozzo scavato nella roccia di arenaria, Andrea ha portato le salsicce di Ittiri, Antonio il pecorino di Thiesi, Pierluigi il pane appena sfornato da Porto Torres e gli altri le olive insaporite o i dolcetti fatti in casa, papassini, piricchitti e tiricche.

Ma appena entrati in cucina per scaldarsi al fuoco, li vedevo guardarsi intorno cercando incuriositi qualcosa, per via di un profumo penetrante, soave, che invadeva la parte della casupola vicino al caminetto, ma senza trovarla perchè stava dietro al divano, per non ricevere i raggi del fuoco.

C’era chi pensava che mancasse il vino? Cosa impossibile dove cucino io e soprattutto nella campagnetta di Agostino, che produce un Cannonau rosato davvero squisito ma che imbottiglia dove riesce, e cioè nei bottiglioni. Però quel profumo… ma no, non può essere vino, forse qualcuno avrà portato dei fiori oppure… „cumpà, non ci sarà mica una donna?”.

Il mistero dunque perdurava, mentre in attesa del coniglio sparivano una fettina alla volta le salsicce, una dopo l’altra le olive, le spianate e le ciabatte di pane, i cardi in pinzimonio. Con quei profumi in bocca ci si poteva anche dimenticare quell’altro che intanto si sviluppava con una potenza insuperabile nel suo cantuccio.


Mano ai bottiglioni, dunque, „bravo Agostino che cominci a farlo davvero bene”. E lui di rimando „sto provando a fare anche lo spumante, ma non è ancora limpido, ce lo beviamo a Pasqua”. Intanto il profumo del coniglio in cottura con la spruzzata di Cognac attirava impazienti curiosi che andavano a sollevare il coperchio e ripiegavano su qualche fetta di pecorino di montagna („questo va in America, quest’anno, anche là ci sono tanti sardi e gli mancava il formaggio buono, fin’ora”).

Per farla breve, i tovaglioli di carta c’erano, ma col coniglio ci siamo leccati le dita, fra uomini si può, ma anche la pentola ha avuto i suoi zappetti col pane (pastadura, in questo caso, fragrante e bianca), lavarla è poi stata una fatica sprecata perchè neanche il cane avrebbe poi trovato da divertirsi a leccarla. Si cominciava a ridere, a raccontare barzellette, storielle, a cantare a tre voci come i tenores di Orgosolo o di Mamoiada, poi è arrivato il padre di Agostino, un uomo amato e stimato in tutto il paese ed eravamo talmente in tanti che l’allegria è regnata sovrana fino all’ora del commiato, qualcuno doveva fare il primo turno e ormai la notte lo richiamava al dovere.

Porta aperta, fuori i profumi, fuori il fumo, l’aria si rinfrescava ed ecco che ricominciava a farsi sentire… il nostro Gran Coronas Reserva 1978 Torres! „Éja, ce ne siamo dimenticati!”. „Ajò, tiralo fuori!”. Come un Porto, mannaggia, a fine pasto…

Le prime sorsate, un silenzio di tomba. Forse avevamo chiacchierato troppo, ma forse perchè ci faceva meditare, si faceva gustare, caldo e avvolgente, entrava in tutti gli angoli della bocca, risvegliava il naso, richiamava bei ricordi, la vicina (sì, adesso era proprio vicina) Spagna, dall’altra parte del mare, sembrava che ci si potesse andare in barca ormai.

Un colore risplendente, molto cristallino, rosso come il fuoco, diverso da quello che ricordavo del Sangre de Toro che invece è rubino e concentrato.
Prugna selvatica, marasca, ribes rosso, aromi penetranti che perduravano all’infinito e lasciavano appena il posto ad un crescendo di fiori, alla viola, al tamarindo, all’asfodelo, al ginepro e al mirto, infine alla cannella.

A scuola s’impara che i sapori sono solo quattro: dolce, salato, acido e amaro. Né gli uni, né gli altri. Quello fondeva in sè qualcosa che a scuola, appunto, non s’impara, ma col vino sì, perché non si riesce a catalogare in quattro categorie le emozioni, la soddisfazione, la ventata di vinosità con cui i profumi si esaltano fondendosi in modo magico con i sapori. Confetture spiritose di frutti neri e rossi, buona pelle di capretto, tabacco dolce da pipa, un tantino di confetto e la mandorla finale.

Ma a cercarne ancora, di aromi, ne avremmo trovati pure degli altri, solo che eravamo troppo impegnati a godercelo per spremerci anche il cervello. Era al cuore che quel vino mirava, alla commozione, ai tempi lontani, ci si lasciava andare a discorrere con pacatezza, profondità, si filosofeggiava della vita, del lavoro, di quei bei tempi, quando si andava nei campi a lavorare e si poteva tenere ancora le porte di casa tutte aperte e nessuno toccava niente”. Quello era un vino da contemplazione, più che da meditazione.

Una pace dell’anima, tutto il contrario dell’allegria da brigata che era esplosa invece poco prima con il rubicondo Cannonau dell’annata precedente. Benedetto anche il fine pasto per quel Gran Coronas Reserva che avrebbe dovuto invece accompagnarlo.


Mai un buon Porto fu tanto inutile anche soltanto da pensare. Ma perché non sostituire quei dolci vini rinforzati, una vera mania in poltrona, con degli eccellenti vini rossi ben invecchiati e che invitano ad una salutare passeggiata all’aria fresca con i loro profumi di terra, di selvatico, di cespugli? Non sono sommelier, stimo troppo questa missione per rovinarla con le mie trovate, però un tantino di fantasia in più non ci starebbe male.

Anche in quell’isola, solida, genuina e romantica, ma dura con quel mare e quel vento che ti riportano alla realtà delle emergenze da affrontare quando questi elementi si scatenano (e di sorprese ce n’è tutti i giorni), dove le regole sono interpretate come dei suggerimenti e le leggi sono considerate degli optional perché sono più deboli di quel codice di comportamento che risale ai millenni, dove i pranzi però non sono mai monotematici e se non ci sono contemporaneamente la carne ed il pesce non può esserci la festa per le grandi famiglie riunite alla domenica.

Qui, se si dimentica un vino da coniglio, come si fa poi a non berlo anche dopo il formaggio, la frutta, il dessert e magari (gesùmmarìa!) il caffè?

Mario Crosta

Di formazione tecnica industriale è stato professionalmente impegnato fin dal 1980 nell’assicurazione della Qualità in diverse aziende del settore gomma-plastica in Italia e in alcuni cantieri di costruzione d’impianti nel settore energetico in Polonia, dove ha promosso la cultura del vino attraverso alcune riviste specialistiche polacche come Rynki Alkoholowe e alcuni portali specializzati come collegiumvini.pl, vinisfera.pl, winnica.golesz.pl, podkarpackiewinnice.pl e altri. Ha collaborato ad alcune riviste web enogastronomiche come enotime.it, winereport.com, acquabuona.it e oggi scrive per lavinium.it, nonché per alcuni blog. Un fico d’India dal caratteraccio spinoso e dal cuore dolce, ma enostrippato come pochi.

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