Grano duro, quotazioni sotto i costi: a Bologna le prossime semine sono a rischio
- Prezzi del grano duro sotto i 300 euro a tonnellata
- A Bologna fino a 20.000 ettari coltivati a grano duro
- Confagricoltura Bologna: “Senza redditività diminuiranno le semine”
- Sovranità alimentare e accordi di filiera
- Le aziende agricole: “Produrre grano non è più sostenibile”
- Alberto Zanetti: quattro anni difficili tra alluvioni e siccità
- Il futuro del grano duro italiano è legato alla redditività delle imprese
Le quotazioni del grano duro restano al di sotto dei costi di produzione e mettono a rischio le prossime semine nel territorio bolognese. È l’allarme lanciato da Confagricoltura Bologna, che evidenzia come gli attuali prezzi del frumento duro non garantiscano la sostenibilità economica delle aziende agricole, con possibili ripercussioni sull’intera filiera della pasta Made in Italy.
Prezzi del grano duro sotto i 300 euro a tonnellata
Secondo l’ultimo listino della Commissione Unica Nazionale (CUN) del grano duro, le quotazioni del prodotto del Nord Italia oscillano tra 245 e 295 euro a tonnellata, in base alle caratteristiche qualitative.
Per gli agricoltori, questi valori risultano insufficienti a coprire i costi di produzione, aumentati sensibilmente negli ultimi anni a causa del rincaro di concimi, prodotti per la difesa delle colture, energia e lavorazioni agricole.
La conseguenza è un crescente rischio di riduzione delle superfici coltivate a grano duro già dalla prossima campagna di semina.
A Bologna fino a 20.000 ettari coltivati a grano duro
Nell’area metropolitana di Bologna il grano duro occupa storicamente tra 17.000 e 20.000 ettari, su una superficie cerealicola complessiva di circa 54.000 ettari.
Si tratta di una coltura strategica per l’agricoltura emiliano-romagnola e per la filiera nazionale della pasta, che potrebbe però subire un ridimensionamento se non verranno garantite condizioni economiche più favorevoli alle imprese.
Confagricoltura Bologna: “Senza redditività diminuiranno le semine”
Secondo Davide Venturi, presidente di Confagricoltura Bologna, la situazione rischia di compromettere il futuro del comparto.
“Parliamo di una coltura che nel Bolognese interessa fino a 20.000 ettari e alimenta una filiera fondamentale per l’economia regionale e per il Made in Italy agroalimentare. Nessuna impresa può continuare a produrre senza una prospettiva di reddito. Se le quotazioni non coprono i costi, assisteremo inevitabilmente a meno semine, meno produzione italiana e una maggiore dipendenza dalle importazioni.”
L’organizzazione agricola sottolinea che il progressivo calo della redditività potrebbe tradursi in una riduzione delle superfici coltivate, con effetti negativi sulla continuità delle aziende agricole, sull’economia delle aree rurali e sulla capacità produttiva della filiera cerealicola italiana.
Sovranità alimentare e accordi di filiera
Per Confagricoltura Bologna, il tema riguarda anche la sovranità alimentare.
L’associazione chiede accordi di filiera più equilibrati, capaci di distribuire in modo equo il valore lungo tutta la catena produttiva, valorizzando la qualità del grano italiano e garantendo agli agricoltori una remunerazione adeguata.
Senza interventi concreti, il rischio è quello di una progressiva concentrazione della produzione, della chiusura di numerose imprese agricole e dell’abbandono delle aree rurali.
Le aziende agricole: “Produrre grano non è più sostenibile”
Le difficoltà del comparto emergono anche dalle testimonianze degli imprenditori agricoli del territorio.
Filippo Boselli: costi raddoppiati e margini sempre più ridotti
Filippo Boselli, della Società Agricola Boselli Filippo e Daniele, coltiva circa 300 ettari tra Argelato e Castello d’Argile con grano duro, grano tenero, orzo, barbabietole, patate, erba medica e asparagi.
Negli ultimi anni l’azienda ha già ridotto la superficie destinata al grano tenero, passata da circa 45 a 18 ettari, a causa della scarsa redditività.
Secondo Boselli, i prezzi dei cereali sono crollati mentre i costi di produzione sono quasi raddoppiati.
“Continueremo a coltivare grano per garantire una corretta rotazione delle colture, ma lavorare in queste condizioni diventa sempre più rischioso. Nei supermercati i prezzi aumentano, mentre il valore riconosciuto agli agricoltori continua a diminuire. E quando si parla di Made in Italy, la materia prima dovrebbe essere realmente italiana.”
Alberto Zanetti: quattro anni difficili tra alluvioni e siccità
Una situazione simile viene descritta da Alberto Zanetti, titolare di un’azienda agricola di circa 80 ettari tra Ozzano dell’Emilia e Pianoro, dove si coltivano principalmente grano duro, grano tenero, girasole e sorgo.
L’azienda è stata colpita da tre alluvioni negli ultimi quattro anni e sta affrontando una nuova stagione caratterizzata da rese inferiori a causa della siccità.
“Oggi i costi sono aumentati su tutti i fronti, mentre i prezzi dei cereali non coprono nemmeno le spese di produzione”, spiega Zanetti, evidenziando anche il peso crescente della burocrazia.
Per molte aziende delle aree collinari e montane, la cerealicoltura rappresenta una delle poche attività agricole praticabili.
“Dopo anni senza una reale redditività siamo arrivati a chiederci se abbia ancora senso continuare. Stiamo valutando concretamente il futuro dell’azienda e le colture da seminare.”
Il futuro del grano duro italiano è legato alla redditività delle imprese
Il comparto del grano duro italiano attraversa una fase particolarmente delicata. Se i prezzi continueranno a rimanere inferiori ai costi di produzione, molte aziende potrebbero ridurre gli investimenti o abbandonare la coltivazione, con conseguenze sull’autosufficienza produttiva nazionale e sulla filiera della pasta.
Per Confagricoltura Bologna diventa quindi prioritario adottare politiche agricole e strumenti di filiera in grado di garantire stabilità dei prezzi, programmazione delle produzioni e una giusta remunerazione del lavoro agricolo, condizioni indispensabili per assicurare un futuro competitivo al settore cerealicolo italiano.



