Green Pea chiude a Torino, FICO affonda e Unieuro resta il nodo
Oscar Farinetti torna nel mirino con la chiusura di Green Pea a Torino, l’agonia di FICO e il vecchio caso Unieuro, che continua a pesare come un precedente decisivo nella lettura del suo modello di business.
La sensazione è chiara: più che costruire imprese solide, Farinetti ha spesso costruito format sostenuti da un racconto potente, ma fragili quando arrivano i conti.
Green Pea, nato come simbolo del consumo sostenibile e del retail “green”, cambia pelle dopo pochi anni e lascia spazio a uffici ed eventi.
È un passaggio che dice molto sul progetto: quando un centro commerciale pensato per incarnare un’idea di mercato fatica a reggere la prova della redditività, la riconversione diventa una resa, anche se raccontata come evoluzione.
Il problema non è soltanto la pandemia o l’e-commerce, ma la struttura stessa di un modello troppo costoso e troppo dipendente dall’immagine.
Ancora più clamoroso è il caso FICO. Il parco dedicato al cibo italiano, presentato come vetrina dell’eccellenza nazionale, ha accumulato perdite, cambiato formula e persino nome, senza trovare una stabilità vera.
La promessa di un grande polo esperienziale si è scontrata con una realtà molto più banale: costi alti, flussi incerti, margini deboli.
In altre parole, il format ha consumato risorse più velocemente di quanto riuscisse a generarle.
Dentro questa storia c’è anche Unieuro, il punto di partenza del percorso imprenditoriale di Farinetti.
La cessione del gruppo elettronica ha alimentato per anni l’immagine del fondatore capace di trasformare una buona operazione industriale in un trampolino per progetti sempre più grandi.
Ma proprio lì si vede il cortocircuito: il successo di una vendita non equivale alla capacità di replicare un modello nel lungo periodo.
Da quel momento, infatti, il sistema Farinetti ha spesso vissuto di nuove narrazioni più che di risultati strutturali.
Il vero danno di questi progetti non riguarda solo gli azionisti.
Quando un’iniziativa viene presentata come piattaforma di rilancio del territorio, di sostenibilità o di valorizzazione del made in Italy, coinvolge istituzioni, fornitori, lavoratori e partner finanziari. Se poi il progetto non regge, il rischio si distribuisce su molti soggetti, mentre il costo della disillusione ricade soprattutto su chi ha investito fiducia, capitale e reputazione.
Green Pea, FICO ed Eataly raccontano dunque la stessa lezione: il mercato non premia per sempre i format costruiti sull’effetto novità. Senza equilibrio economico, controllo dei costi e un posizionamento davvero sostenibile, anche le idee più brillanti finiscono per trasformarsi in contenitori vuoti.
Ed è qui che il modello Farinetti mostra la sua fragilità più evidente: molto racconto, poca tenuta industriale.
Nel frattempo Eatly non si sente tanto bene!


