HVAR, CROAZIA: I VINI DELLE SPIAGGE

Articolo di Mariusz Kapczyński – Traduzione di Mario Crosta

Ivana Carić racconta a Mariusz Kapczyński la storia enologica dell’isola

È dal 2007 che non parliamo dei vini dell’isola di Hvar (Lésina), situata e poca distanza dalla costa della Dalmazia, anche se fin dal 2002 Enotime li ha sempre presentati come si deve ai suoi lettori in cinque anni con gli articoli 1, 2, 3, 4, 5 e 6. È giunto dunque il momento di un necessario aggiornamento, anche perché la situazione è sicuramente cambiata da quando la Croazia fa parte a pieno titolo dell’Unione Europea ed esporta vini alla grande, ottenendo notevoli successi in Occidente come non le era mai capitato prima. L’occasione ce la fornisce l’amico globetrotter Mariusz Kapczyński con un bell’articolo comparso su Vinisfera.pl e sul mensile Rynki Alkoholowe sulla storia dell’enologia di quell’isola che ha iniziato a svilupparsi con i Greci già quattro secoli prima della nascita di Cristo. Il nostro “kapka” è stato recentemente laggiù e, oltre alla storia enologica dell’isola che ha appreso da Ivana Krstulović Carić e che ci trasmette in quest’articolo, ci presenta anche una bella serie di fotografie nella sua galleria che v’invito subito a godere e ci riferirà in seguito anche di una degustazione di vini delle cantine che ha potuto visitare laggiù, un pezzo che ho già in corso di traduzione per la prossima edizione di questa rubrica.

Il traduttore: Mario Crosta

I vini delle spiagge

Isola di Hvar(Lésina). Una posizione meravigliosa, splendidi paesaggi, caldo e sole. Non c’è da stupirsi che questo lembo di terra molto allungato abbia sedotto navigatori, avventurieri e ogni specie di viaggiatori.

La vita qui doveva sembrare davvero piacevole, propizia al commercio e alla prosperità. E anche se durante centinaia di anni sono cambiati gli abitanti dell’isola, i coloni, i governi, i regimi, i canoni culturali, le situazioni economiche, una cosa non è mai cambiata: la viticoltura, la produzione di vino.

Ivana e la storia dell’isola


Ivana Krstulović Carić – Foto dell’autore – ©

Hvar è la seconda isola della Dalmazia in quanto a grandezza e ha giocato un ruolo importante nella storia del vino croato. Oltre al clima, il vino è stato favorito anche da una posizione commerciale strategica. Oggi, accanto a numerose vigne casalinghe, è in esercizio una quindicina di cantine professionali, che cercano di costruirsi sempre di più una propria identità per allontanarsi dall’immagine di “produttori di vino per turisti”.

È anche per questo che il 31 maggio 2010 i vitivinicoltori di Hvar si sono riuniti e hanno costituito un’associazione che doveva occuparsi del sostegno alla produzione locale di vino, della rivitalizzazione dei vigneti abbandonati e della promozione degli interessanti vitigni locali.

Il primo presidente dell’associazione è stato allora il carismatico Andro Tomić della cantina Bastijana. Nel 2012, dopo l’elezione successiva, è diventata presidente Ivana Krstulović Carić, che in precedenza era il segretario dell’associazione. Mi ha aiutato lei a incontrare i produttori di vino di Hvar, è lei che mi ha raccontato la storia dell’isola di Hvar: in realtà è proprio un’esperta dei meandri della storia enologica dell’isola, ha fatto ricerche negli archivi, ha sollevato un gran dibattito. Conosce da molto vicino le tematiche del vino, perché il marito gestisce la cantina Carić.

Quando sono arrivato sull’isola, Ivana, anche se era in una fase piuttosto avanzata di gravidanza, è stata la mia guida e la mia interprete. Una splendida ragazza. È la sua conoscenza, sono i suoi materiali relativi alla storia della vitivinicoltura sull’isola che qui, adesso, voglio condividere in pieno con voi.

Pharos, cioè il faro

Il faro di Hvar – Foto dell’autore – ©

I reperti archeologici datano le origini della vita sulla Hvar nel periodo preistorico. Diverse migliaia di anni più tardi arrivavano sull’isola i navigatori greci e intorno al 385 a.C. vi stabilivano il loro primo insediamento.

Non molto più tardi incominciavano a gestire le terre attorno all’attuale città di Stari Grad (Civitavecchia), portandoci anche delle talee di vite e piantandole in diversi appezzamenti intorno a quella città. Sono stati questi i primi vigneti dell’isola.

I Greci sono riusciti a evitare i conflitti locali e a mantenere il dominio sull’isola, che hanno chiamato Pharos (faro).

Appiano di Alessandria, un greco con la cittadinanza romana, ha scritto che il vino dell’isola era apprezzato non soltanto dalle popolazioni locali e dai coloni, ma che aveva successo anche fuori dall’isola ed era ampiamente utilizzato come merce di scambio.

Ci sono le prove. Nel sud della Dalmazia, vicino al fiume Neretva, sono stati trovati frammenti di anfore di terracotta che erano marchiati con il nome “Pharos”.

Nel II secolo a.C. Hvar è stata conquistata dai Romani e l’economia vitivinicola dell’isola ne ha subìto l’impatto. I nuovi proprietari costruivano i loro latifondi, le villae rusticae destinate al tempo libero e le residenze estive circondate da vigneti sui terreni nell’agro di Stari Grad e in altre parti dell’isola e miglioravano i metodi di conduzione dei vigneti e di produzione del vino.

A quei tempi è sorta una comunità cristiana nella città di Solin (Salona), situata a 8 km a nord dell’odierna Split (Spalato), che era il capoluogo dei poderi dalmati appartenenti a Roma.

Il suo patriarca era Domnione di Antiochia, diventato poi vescovo di Salona e proclamato santo, noto qui come Sv. Duje (San Domenico di Salona). In quel periodo Hvar era il porto principale tra Salona e le altre città importanti. Non c’è da meravigliarsi che il verbo del Vangelo (e con esso l’importanza del vino per l’eucarestia) abbia visto spalancarsi la strada per diffondersi in diverse parti dei Paesi del Mediterraneo.

Dopo la caduta di Salona nel VII secolo d.C., alcuni abitanti si sono insediati nelle isole allora abitate anche dalle prime popolazioni croate, che hanno rapidamente assimilato i metodi della viticoltura e della produzione di vino.

Di mano in mano

Hvar – Foto dell’autore – ©

Nel Medioevo, Hvar ha cambiato proprietari e governanti: re croati, bizantini, magiari, croato-ungheresi e poi la Repubblica di Venezia.

I cambiamenti di governo non hanno limitato né interrotto la coltivazione della vite sull’isola. Al contrario: il vino è rimasto il principale motore economico dell’isola perfino quando questa era diventata famosa anche per altri prodotti di esportazione, come fichi secchi, olio di oliva, mandorle, carrube e lavanda.

Hvar era riuscita a stabilire, con alterni successi, la sua posizione di centro economico della Dalmazia. Nel Medioevo i due terzi dei terreni coltivati ​​appartenevano alle comunità che vivevano sull’isola di Hvar e il resto era della chiesa e dei governanti.

La legge obbligava i vignaioli e i produttori di vino a versare un sesto del raccolto o del vinificato alla chiesa e al governo.

La cosa non piaceva affatto agli abitanti, anche perché avevano molti altri motivi di insoddisfazione: i Veneziani che in quel momento governavano l’isola avevano sicuramente abusato del loro potere.

Nel 1510 su Hvar scoppiò una rivolta, guidata da Matija Ivanić, che fu soffocata soltanto dopo alcuni anni ed è considerata attualmente come un moto libertario importante.

Questi eventi hanno coinciso con l’invasione da parte dei Turchi. Gli Ottomani attaccarono e distrussero le città dell’isola: Stari Grad, Hvar e Vrboska (Verbosca).

L’invasione e gli attacchi lungo la terraferma spinsero molti Croati della regione di Neretva e di Makarska a trasferirsi sull’isola in cerca di sicurezza. Nel XVII secolo l’influenza turca cominciò a declinare.

Nel XIX secolo avvenne un’ulteriore svolta storica importante: la Croazia cadde sotto l’autorità dell’Impero austro-ungarico, ma godendo di una relativa autonomia. A poco a poco, gli isolani cominciavano a intravedere nuove opportunità per la vendita di vino: l’impero si rivelava come un mercato molto ricettivo. A quei tempi la domanda di vino era nettamente in crescita. Aumentavano i produttori di vino e la produzione. Per ridurre la potenza delle grandi cantine, molti piccoli produttori avevano serrato i ranghi in una sorta di cooperative vinicole.

Una di queste è PZ Svirče, fondata nel 1862 e sopravvissuta fino a oggi. Vino e frutta in quel periodo si vendevano molto bene e fioriva anche il turismo.

Il futuro vitivinicolo di Hvar cominciava ad apparire inaspettatamente brillante.

Venne proclamata una clausola speciale che permetteva all’Austria di importare vini molto economici dall’Italia. Le conseguenze di questo evento su Hvar erano facili da prevedere: crollarono drasticamente e insostenibilmente i prezzi.

Come se ciò non bastasse, alle porte della Dalmazia cominciava a bussare un inquietante, imminente disastro: la fillossera. L’eco di questo bussare raggiunse ben presto anche Hvar.

Un colpo da stramazzare

La Francia e l’Europa occidentale stavano cominciando a lottare contro la fillossera, la peronospora e l’oidio. A Hvar il colpo più tremendo è arrivato nel 1909.

Quelle malattie avevano prepotentemente attaccato le viti. Si cominciava già a vedere che quella meravigliosa fiamma tanto meravigliosamente accesa con il bagliore del successo dei vini di Hvar si stava spegnendo insieme con la propria comunità, sulla quale pendeva la minaccia del tracollo economico. 

Ivana mi ha mostrato la prova tangibile di quei tempi duri su una lastra di pietra della cappella del villaggio di Ivan Dolać, dove c’è un’iscrizione incisa in quei giorni: “Questa chiesa è stata costruita da Ivan Carić in onore della Vergine Maria. .Dal 1852 l’oidio e la peronospora stanno distruggendo le vigne. Tempi duri. I parassiti delle radici sono arrivati da Zara e le viti sono appassite. È nella paura che stiamo aspettando la nostra rovina. Ludzie!Gente! Distrutti da questa castigo di Dio rifugiamoci nella Vergine Maria. Che il Signore ci protegga da quei tre diavoli…“ (fillossera, oidio e peronospora, NdA). In quella bara del vino si stavano conficcando sempre più chiodi.

Ferite poi leccate

Su Hvar – Foto dell’autore – ©

Ciononostante, i vigneti devastati vennero gradualmente ricostruiti e la situazione economica cominciò lentamente a tornare alla normalità. La civiltà del vino e l’economia connessa non avevano mai toccato un livello simile, come fecero invece durante quei giorni di gloria. La superficie coltivata a vigneto aumentò gradatamente fino a 3.500ha. ettari.

La famiglia di Niko Duboković Nadalini (proprietario terriero influente, detentore di una vera e propria armata commerciale, enologo e sindaco di Jelsa) s’ingaggiò energicamente nel ripristino delle vigne e nell’introduzione sull’isola di Hvar dell’elemento fondamentale per la ricostruzione dei vigneti di tutt’Europa: l’innesto dei vitigni su radici di viti americane resistenti alla fillossera. Un metodo poi divulgato tra tutti gli altri produttori di vino dell’isola.

In quel periodo la cantina fondata da questa famiglia sull’isola di Hvar in località Zavala si era così guadagnata molti riconoscimenti. Durante la prima guerra mondiale e l’occupazione di Hvar da parte dell’Italia, la cultura e la lingua croata si erano assopite.

Anche più tardi non si risvegliarono granché. Nel 1918, la Croazia (e Hvar con essa) entrò a far parte del risuscitato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni che nel 1929 diventò Jugoslavia. È quei tempi che si è cominciato a produrre un sacco di vino, in particolare con il sistema cooperativo, ma non è questo il momento di discutere sulla sua qualità.

Anche il periodo della Grande Depressione (1929-1932) ha esercitato un effetto negativo sulla produzione di vino.

Le cantine andavano in declino, alcune si sono completamente arrese e hanno chiuso i battenti. Molti abitanti sono emigrati in cerca di nuove opportunità negli Stati Uniti, in Cile, Argentina…

Ivana ricorda sua nonna, di cosa la mamma le ha raccontato della nonna durante quel periodo. Quando preparava il pane usava dire: «un paio di pagnotte per un ettolitro di vino».

Ivana mi ha spiegato che questo significava che si dovevano vendere 100 litri di vino per poter comprare 20 kg di farina. Il vino allora era cattivo e a buon mercato, i tempi non erano facili, per giunta le strade erano dissestate, mancavano attrezzature moderne.

La produzione di vino in alcuni posti richiedeva una vera abnegazione. Per raccogliere le uve delle migliori pendici esposte a meridione alcuni vignaioli dovevano affrontare le ripidità dei monti Vohr.

Le migliori località sono note come “plaże” (in croato Hvarske plaže o semplicemente plaže).

Spiagge di Hvar – Foto dell’autore – ©

È in questo modo che si chiama quindi la sottodenominazione dell’isola che comprende le migliori località tradizionali dei vigneti sulle coste meridionali di Hvar.

Il nome deriva dal fatto che le vigne in questi posti scendono proprio quasi fino al mare, creando sulle coste delle “spiagge” verdi. I vini di queste parcelle erano di qualità migliore e, naturalmente, raggiungevano prezzi molto più elevati: è per questo che le barche dei commercianti che volevano comprare i migliori vini di Hvar raggiungevano i porti dei villaggi del sud.

Anche prima dell’arrivo della fillossera sull’isola, i vitigni bianchi locali venivano coltivati per la maggior parte sui pendii meridionali. Gli enologi prediligevano vitigni come bogdanuša, mekuja, parč, kurtelaška, vugava, trbljan e darnekuša. Soltanto più tardi è arrivato sull’isola il rosso sovrano delle vigne dalmate, il plavac mali, che si è pienamente accasato sull’isola di Hvar.

La volta buona?

La II seconda guerra mondiale fermò il commercio e rallentò la produzione. L’isola stava ancora aspettando un rinnovamento, perché impantanata nell’arretratezza.
La maggior parte dei vini veniva trasportata in groppa agli asini con i contenitori più disparati. Sulla costa si riempivano le botti che poi venivano gettate in acqua, dov’erano caricate sulle barche.
Non c’erano attrezzature più moderne.
Dopo la seconda guerra mondiale, Peroslav Carić introdusse una nuova soluzione: lunghi tubi di gomma e pompaggio di vino da vasche di pietra poste sulla riva direttamente nei barili stipati sulle navi.
Di questa soluzione semplice e ingegnosa non si è beneficiato soltanto sulla costa meridionale di Hvar, ma anche su altre isole, come Brač.

La trivellazione dello stretto tunnel tra Pitve e Zavala attraverso i monti Vorh per collegare il lato nord dell’isola con il lato sud, nei primi anni ’60 del secolo scorso, è diventata un elemento importante dell’infrastruttura dell’isola.

Anche se fino a oggi resta un semplice tunnel scavato nella roccia, non è illuminato ed è lontano dagli standard moderni, rimane comunque la strada più comoda e più veloce che collega le due parti dell’isola, tanto da facilitare un sacco di cose, tra cui il trasporto sia delle uve alle cantine sia del vino. In quel periodo post-bellico sono sorte anche le grandi cantine sociali, come Hvarske Vinarije, Dalmacijavino e VinoProdukt (oggi conosciuta come PZ Svirče) che hanno lavorato tranquillamente a pieno regime, producendo vino “di massa”. D’altra parte si è corretta un po’ la tecnologia, sono arrivate attrezzature migliori e una maggior conoscenza della produzione di vino e della sua commercializzazione.

È difficile, tuttavia, considerare che il periodo socialista della Jugoslavia come particolarmente di spicco nella storia del vino croato. 

Nel 1991 c’è stata la dichiarazione d’indipendenza ed è scoppiata la guerra… Ma quando è tornata finalmente la pace ed è avvenuta una graduale normalizzazione, in Croazia sono tornati di nuovo milioni di turisti.

È arrivato il tempo di nuove opportunità. Su Hvar, nel porto di Sućuraj (San Giorgio), il vecchio, piccolo faro è tornato a illuminare il mare…

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mariu

Sono giornalista e critico enologico, sono stato collaboratore di Wine Magazine, Wine Time, Alcohol Markets, Kitchen, USTA Magazine, Top Class, SpaEden, AllInclusive, Internet Radio Polacca, Enotime, Wirtualna Polska e altri. Come giurato, prendo regolarmente parte a vari concorsi enologici e polacchi (tra cui Vinitaly, Concours Mondial de Bruxelles, Vinoforum, Vinaria, Vinul.ro, Enoexpo, Orszagos Borverseny, Clean Vodka Tasting). Faccio anche parte dell’organizzazione internazionale di giornalisti e specialisti dell’industria dell’alcool – International Federation of Wine and Spirits Journalists and Writers. Nel 2015 “Magazyn Wino” mi ha assegnato il Grand Prix nella categoria “promozione della cultura del vino in Polonia”. Nel 2018, mi è stato assegnato il capitolo del premio Saint Martin per “l’eccezionale servizio nel campo della promozione del vino polacco”.

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