I bimbi che disturbano e la responsabilità sociale dei ristoratori

I bimbi che disturbano e la responsabilità sociale dei ristoratori

I bimbi che disturbano e la responsabilità sociale dei ristoratori

Si, ora è passato del tempo: ho la giusta distanza per scriverne con serenità. (Ai tempi ero un po’ arrabbiato, fra un po’ capirete perché).
Era il 2023 e mi trovavo a Torino.

Avevo prenotato a Magazzino 52, un locale in cui si mangiava bene (uso il passato perché, da allora, non ci sono evidentemente più andato).

All’atto di prenotare, avevo specificato che saremmo stati in 4: io, un’amica di mia moglie, mia moglie e nostro figlio piccolo, che allora aveva un annetto.

Loro mi avevano chiesto: “Serve un seggiolone?”.

Io avevo risposto “Si, grazie”, aggiungendo: “Non ci sono davvero problemi nel portare un bambino piccolo?” (Il sottotesto era: “Certo, noi faremo di tutto affinché non disturbi, ma è comunque piccolo, qualche urletto potrà pure scappare: vi volete prendere il rischio?”).

“Nessun problema, ci vediamo stasera”, avevano risposto con molta gentilezza.
Avevo già portato mio figlio in numerosi ristoranti.

Una volta anche dal tristellato Heinz Beck, che aveva saputo accoglierci con la sua consueta eleganza e iperattenzione, facendoci sempre sentire a nostro agio anche quando un paio di urletti erano scappati.

Insomma, c’era già dell’esperienza, alle spalle. Nella cena a Magazzino 52, tuttavia, mio figlio s’era fatto sentire più del solito.

Mai come prima.

Lo aveva portato fuori prima mia moglie, poi io: all’inizio le cose erano migliorate, poi gli urletti erano tornati. Cosa voleva? Gattonare un po’.

Avremmo dovuto abbandonare il locale? Forse si, ma c’era una nostra amica, e i piatti sulla tavola, caldi.

E poi nella mia testa c’era quel “nessun problema” sentito per telefono, a garantirci una piccola dose di tolleranza. Insomma, l’abbiamo lasciato gattonare un po’, nel raggio del nostro tavolo.

Purtroppo la sala non era grandissima, i tavoli ben poco distanziati: il fastidio potenzialmente esisteva.

Il tavolo vicino al nostro era però abitato da una coppia giovane, pure di Francesi, che mediamente – si sa – danno una grande importanza all’istituto della famiglia, e ai bambini.

Purtroppo quella coppia non faceva parte del campione statistico di cui sopra: così, dopo dieci minuti, s’è avvicinata a noi la responsabile di sala dicendoci che due tavoli si stavano lamentando: quello dei francesi, appunto, e un altro, probabilmente sfiorato dal passo del giaguaro di mio figlio.

Ci siamo scusati e strascusati: saremmo pure andati via in anticipo, ma mancava davvero poco al termine della cena.

E poi, in testa, c’era sempre il fatidico “nessun problema”.

Finito l’ultimo piatto, mia moglie è subito uscita con nostro figlio, io sono andato a pagare, con tanto di cenere in testa.

Mentre stavo per ariscusarmi con chi stava alla cassa, che il giorno dopo avrei scoperto essere un socio, il tavolo a fianco ha cominciato ad aggredirmi.

Eccolo qual era il secondo tavolo lamentante, che neanche si trovava a fianco del nostro: erano due uomini.

Stavo per scusarmi anche con loro, ma uno dei due ha iniziato a inveire: “Complimenti per l’educazione che dà a suo figlio”, era stata la sua prima frase.

Il mio serbatoio di scuse s’era già un po’ svuotato, perché il tono non era dei migliori, ma noi siamo una coppia anomala di genitori, di quelle che si mette costantemente in discussione: si, vero, forse siamo noi a dover imparare qualcosa.

La seconda frase, tuttavia, aveva spostato la conversazione su ben altro piano: “Alla sua età non bisognerebbe fare figli, ecco i risultati”.

Il signore, che avrà avuto la mia età, cercava la rissa: non pago delle mie risposte a metà, aveva aggiunto: “E poi dica a quella sua amica di mangiare un po’ meno, che è già abbastanza grassa”.

Il signore, probabilmente, era guidato dall’alcool, forse da altre sostanze prese chissà quando: ci siamo cordialmente insultati, lui più di me.

Il tutto sempre davanti agli occhi del signore che stava in cassa.
Non è bastata la notte per smaltire la rabbia, mescolata al dispiacere di avere sbagliato: a costo di rovinarci la cena, saremmo dovuti andare via prima.

Questo autocolpevolizzarmi non era però bastato: sentivo in bocca, ancora, un gusto stonato.

Non tanto di quel signore che, probabilmente, stava attraversando un importante periodo d’infelicità: quando si sta bene con qualcuno, a tavola, l’attenzione è tutta su di lui, neanche senti i rumori d’intorno.

La nota stonata era il suddetto socio, che aveva ascoltato tutto, ivi compresi gli insulti all’incolpevolissima nostra amica.

Senza battere ciglio.

La mattina seguente, allora, ero tornato con la scusa di dover ritirare lo scontrino fiscale (chi lo sa se lo avevano emesso e io l’avevo dimenticato davanti alla cassa, o chi lo sa se pure quell’uomo, apparentemente “non attento” allo show, lo era stato così tanto da essersi scordato di emetterlo, in totale buona fede: poco importa).

Appena giunto, avevo intenzionalmente rimarcato “mi serve per un rimborso”, ma il mio fine era un altro: capire.

Dopo avergli ricordato l’accaduto, mi aveva detto con tono apatico: “Sa, a quell’ora siano molto presi col servizio”.

“Mi scusi”, avevo quindi domandato, “se qualcuno venisse qui da lei, si sbottonasse la camicia e facesse vedere una svastica tatuata in stile American history X, lei continuerebbe a fare l’indifferente per colpa del servizio?”.

Certo, la mia era stata un’iperbole e una provocazione, ma volevo scuoterlo: manco per idea.

“Sa, quello è un mio cliente, non si era mai arrabbiato, fino a ieri”.

Della serie “È lei che lo ha disturbato”.

Forse, vero, ma tu, ristoratore, ti sei preso insieme a me il rischio di quel disturbo.

In più, anche se capisco che con i tempi che corrono due coperti in più per te sono importanti, forse un minimo di “presenza” dovresti dimostrarla, se un tuo cliente – da alterato – sbrocca in maniera così sbagliata.

Neanche il body shaming contro la mia amica l’aveva colpito: “Non ho sentito”, aveva concluso abbassando lo sguardo.

Forse il naso gli stava crescendo, ma il suo tono ostentava sempre tanta fierezza.
L’episodio, a molta distanza di tempo, mi suggerisce due (tristi) considerazioni.

La prima riguarda quei commensali: una società che non ha un minimo di tolleranza verso i bambini, è una società che non fa crescere il proprio domani con pazienza.

È una società che quel domani, probabilmente, neanche lo vuole, perché sa di essere sul baratro di sè stessa.

La seconda riguarda l’indifferenza del ristoratore: meglio incassare 200 euri in più che esporsi, prendendo le parti del giusto.

Non ci si deve quindi stupire se, di fronte a degli atti di violenza pubblica, le vittime spesso dichiarano: “Nessuno ha alzato un dito per aiutarmi”.
Mio figlio sta crescendo bene, senza però dimenticarsi di essere bambino.

Per questo lo scorso mese, dopo essere “indebitamente” entrato in un supermercato bio con la sua biciclettina senza pedali, si è permesso di darsi un’innocentissima spinta coi piedi.

Un signore anziano, accompagnato da una donna della sua età, dopo averlo visto gli ha detto: “Ti auguro di andarti ad ammazzare”.

Forse si erano spaventati, ma l’episodio si giudica da sè: meno male che quel giorno non ero presente.

Che fossero i genitori anziani del commensale di Magazzino 52?

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Giornalista e critico cinematografico ed enogastronomico per Il Messaggero, Gambero Rosso, Radio Roma Capitale e Cinecritica. Insegna Giornalismo Culturale e Storia dell'alimentazione in Sapienza, ed è regista del film Fritti dalle stelle, un documentario satirico sull'alta ristorazione visibile su Prime video. È inoltre autore e conduttore del programma "Come ti cucino un film", in onda su Gambero Rosso Channel, nel quale - grazie alla Cinestologia - racconta il cinema con delle associazioni alla tavola.
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