I gusci sulla tavola imbandita di Luigi Pirandello
- E’ possibile, ad esempio, trovare testi come “In taverna con Shakespeare“ o “Mangiaspaghetti“ che ripercorre la filmografia del regista Martin Scorsese invitando il lettore a sedersi idealmente con lui o “Canzoni da mangiare”, un piccolo ricettario-canzoniere o canzoniere ricettario.
- Al centro di questo dialogo fortemente simbolico tra Leone, il marito tradito, e Guido, l’amante della moglie del primo, c’è il problema su come e se mangiare un uovo fresco forandone il guscio:
- Era considerato un un “alimento completo“, ricco di proteine, vitamine e grassi utili alla crescita ed era per giunta appena desposto.
- Questo guscio dell’uovo evocato da Lina Grossi è paragonabile alle madie delle cucine dove un tempo si impastava il pane, tavole apparecchiate di case, trattorie, caffè o bottiglierie che costituiscono, in quasi tutte le opere pirandelliano, i luoghi adatti ad ospitare le azioni sceniche delle vicende narrate o da rappresentare a teatro.
- Le tavolate imbandite, dove non può mancare un bicchiere di vino, sono poi il simbolo di convivialità e di coesione sociale.
- Ecco gli ingredienti:
- Preparazione:
Come già segnalato in un precedente articolo, Il Leone Verde Edizioni è una casa editrice torinese indipendente, che pubblica libri che abbiano una forte utilità culturale e pratica, privilegiando la qualità rispetto alla quantità.
Tra le sue interessanti collane figura “Leggere è un gusto. Percorsi enogastronomici tra cucina, letteratura, arte, musica e storia“, con monografie che esaminano gli intrecci gastronomico-letterari, gastronomico-cinematografici e gastronomico-musicali presenti in piccoli e grandi capolavori di varie epoche.
E’ possibile, ad esempio, trovare testi come “In taverna con Shakespeare“ o “Mangiaspaghetti“ che ripercorre la filmografia del regista Martin Scorsese invitando il lettore a sedersi idealmente con lui o “Canzoni da mangiare”, un piccolo ricettario-canzoniere o canzoniere ricettario.
Tra i 50 e più titoli di “Leggere è un gusto“, alcune monografie sono dedicate ad autori e romanzi celebri siciliani come il già analizzato “I Malavoglia a tavola, Giovanni Verga e la cucina dei contadini siciliani” di Maria Ivana Tanga o, come oggetto di questo articolo, “Il guscio delle uova. La tavola nelle pagine di Pirandello” di Lina Grossi.

Questa interessante monografia di Lina Grossi, studiosa di educazione linguistica, valutazione degli apprendimenti e didattica ma anche autrice della collana “Leggere è gusto“ di Il Leone Verde Edizioni – ha anche pubblicato un volume su Italo Calvino – prende il suo titolo da un dialogo de “Il gioco delle parti”, dramma del 1918 che sintetizza appieno il nucleo della riflessione pirandelliana sull’identità, sulle maschere sociali e sull’impossibilità di apparire come ogni uomo si sente realmente.
Al centro di questo dialogo fortemente simbolico tra Leone, il marito tradito, e Guido, l’amante della moglie del primo, c’è il problema su come e se mangiare un uovo fresco forandone il guscio:
«Se sei pronto, lo prendi, lo fori, e te lo bevi. Che ti resta in mano?»
«Il guscio vuoto.»
«E questo è il concetto!»
Questa scena evoca alla memoria l’uso di alcuni genitori che, fino agli anni ’70 e ’80, erano soliti dare da bere direttamente dal guscio appena forato un ovetto freschissimo ai loro bimbi perché era ritenuto assai nutriente e rinforzante.
Era considerato un un “alimento completo“, ricco di proteine, vitamine e grassi utili alla crescita ed era per giunta appena desposto.
Questa pratica è andata da tempo in disuso ed è sconsigliata sia perchè l’uovo potrebbe essere contaminato da Salmonella sia perchè la cottura ne aumenta digeribilità e, soprattutto, facilita l’assorbimento delle proteine.
Tornando a Luigi Pirandello, il suo guscio d’uovo rappresenta le strutture sociali, le convenzioni e i sentimenti superficiali che, spesso, se non sono forate e sondate, non permettono di godere pienamente il contenuto, la vera sostanza delle cose e delle emozioni umane.
Questo guscio dell’uovo evocato da Lina Grossi è paragonabile alle madie delle cucine dove un tempo si impastava il pane, tavole apparecchiate di case, trattorie, caffè o bottiglierie che costituiscono, in quasi tutte le opere pirandelliano, i luoghi adatti ad ospitare le azioni sceniche delle vicende narrate o da rappresentare a teatro.
Come scrisse William Shakespeare, poi ripreso dallo stesso Pirandello, “Tutto il mondo è un palcoscenico, e tutti gli uomini e le donne non sono che attori“ e molte scene d’interno sono ambientate in cucine o sale da pranzo ma anche vicino le bancarelle di una festa paesana (Sagra del Signore della Nave) perchè simboleggiano ed evocano ricordi d’infanzia e di affetti lontani.
Le tavolate imbandite, dove non può mancare un bicchiere di vino, sono poi il simbolo di convivialità e di coesione sociale.
Questi angoli di cucina, di stanze da pranzo o, a volte, di buie bettole sono simbolici gusci da forare per evocare affetti, antichi legami familiari e sociali ricordi d’infanzia e di nostalgico attaccamento alla propria terra: Pirandello nacque nell’allora Girgenti (Agrigento) nel 1867 ma all’età di 20 anni la lasciò per studiare e lavorare a Roma (ma non solo) e non tornò mai più stabilmente nella sua terra natale.
Forando questi fragili ma resistenti gusci, Pirandello qua e là ha evocato, senza mai riportare ricette, alcune pietanze che era solito mangiare in Sicilia e che spesso sono considerate suoi simboli indiscussi.
Lina Grossi, dalle numerose suggestioni emerse nel ripercorrere molte delle pagine della vasta produzione di questo Premio Nobel per la Letteratura del 1934, ha elaborato una sorta di menù ricco e vario con primi e secondi piatti, dolci, frutta e liquori.
Tra i primi piatti tipici della festa, che troviamo menzionati nel celeberrimo “Il fu Mattia Pascal” o in “Liolà”, troviamo i maccheroni fumanti alla siciliana, una sorta di pasta al forno condita con sugo di pomodoro e melenzane
Tra i secondi, cita spesso le triglie che il menù di Lina Grossi suggerisce di preparare in casseruola con pomodori, funghi e aromi come il finocchietto selvatico; ghiotto era di dolci di mandorle “infiocchettati e avvolti in fili d’argento” ma anche di amaretti, schiumette e bocche di dama che menziona nella novella “L’eresia catara”.
Come finivano i pranzi o le cene dei personaggi pirandelliani? Di certo non poteva mancare un bel bicchierino di marsala, ma i loro preferiti erano i rosolii che sapevano d’anice e cannella.

A fine volume l’autrice riporta la ricetta del rosolio di Portogallo o rosolio d’arancio, così come inserito da Pellegrino Artusi nel suo “L’arte di mangiar bene”.
Ecco gli ingredienti:
650 g zucchero
360 g acqua
250 g spirito di vino a 36°
Una presa di zafferano
Scorza di un’arancia
Preparazione:
Si grattugia la scorza direttamente in un recipiente di vetro con l’alcol e lasciare in infusione per 8-10 giorni, agitando il recipiente una volta al giorno.
Trascorso il tempo, preparare uno sciroppo facendo bollire acqua e zucchero finché quest’ultimo sia completamente sciolto e lasciare raffreddare.
Filtrare poi l’alcol aromatizzato eliminando le scorze e unirlo allo sciroppo freddo.
Filtrare nuovamente con un panno fine ed imbottigliare e lasciare riposare per 1-2 mesi prima di consumare il liquore.



