I Migliori Vini del Lazio secondo Luca Maroni

I Migliori Vini del Lazio secondo Luca Maroni

Villa Mondragone ha ospitato, il 29 e 30 novembre, la nuova edizione dei Migliori Vini del Lazio, evento ideato da Luca Maroni e organizzato con banchi d’assaggio.

Le degustazioni guidate sono state protagoniste in entrambe le giornate, dando spazio ai produttori presenti ai banchi.

L’atmosfera è stata conviviale e coinvolgente, arricchita dagli interventi intelligenti e ironici di Michele La Ginestra, attore e amico di lunga data di Luca Maroni, presente durante tutta la degustazione.

Per due giorni Villa Mondragone, è diventata la casa dei migliori vini del Lazio.

Una dimora storica importante, capace di dare subito un tono diverso alle due serate: un vero incontro tra vino, arte e cultura.

Luca Maroni conduce la degustazione guidata
Luca Maroni conduce la degustazione guidata

Le degustazioni guidate: il Lazio si racconta in otto calici

La degustazione guidata è stata pensata come un percorso progressivo: dai bianchi ai rosati, fino ai rossi di maggior struttura.

Ogni vino ha rappresentato una sfaccettatura diversa del territorio e dello stile di chi lo produce, permettendo di cogliere quanto il Lazio stia vivendo una fase di crescita e consapevolezza importante.

DI seguito i vini e le cantine protagoniste della degustazione guidata del 30 novembre.

Memento – Gabriele Pulcini

La storia di Gabriele Pulcini parte da una tradizione di famiglia: già negli anni Settanta si spumantizzava Frascati ai Castelli Romani.

Con Memento questa esperienza viene riletta in chiave attuale, scegliendo la Malvasia Puntinata come base per un Metodo Classico a dosaggio zero, con lunghi affinamenti in bottiglia (24 – 36 Mesi, con una sperimentazione in corso che conta di spingersi oltre).

Pulcini racconta come la Malvasia Puntinata, secondo lui, sia l’uva capace di esprimere al meglio il terroir dei Castelli Romani, soprattutto quando si anticipa leggermente la vendemmia, subito dopo l’invaiatura, per preservare acidità e identità aromatica del territorio.

Il risultato è uno spumante fine, pulito, molto più vicino ai grandi Metodo Classico del Nord di quanto ci si aspetterebbe da una Malvasia.

Io l’ho percepito come uno spumante di grande equilibrio, elegante, con una bollicina sottile e una struttura che sostiene bene il sorso, segno di una spumantizzazione davvero riuscita.

Memento lo spumante firmato GPV
Memento lo spumante firmato GPV
Plinto Sauvignon Blanc – AVC Cilia

Secondo vino Plinto Sauvignon Blanc di AVC Cilia ha rappresentato la faccia più verticale e aromatica della serata.

Un Sauvignon che non cerca compromessi: note vegetali nette, richiami al bosso, alla foglia di pomodoro e a un frutto teso, quasi croccante.

Al palato l’ho trovato fresco, sapido, molto diretto.

È un vino che parla agli appassionati di Sauvignon con note verdi ed incisive, quelle in cui il carattere varietale non è smussato ma dichiarato.

Un bianco che pulisce il palato e prepara bene al passaggio successivo della degustazione.

Donna Luce Rosato – Poggio Le Volpi

Con Donna Luce Rosato entriamo nel mondo dei rosati.

Poggio Le Volpi propone un rosato da Merlot e Nero Buono dal colore delicato, luminoso, con riflessi che ricordano immediatamente uno stile moderno e contemporaneo.

Al naso emergono pesca, piccoli frutti rossi e note floreali, mentre in bocca è morbido, avvolgente, con un finale vellutato e piacevole.

L’ho percepito come un rosato elegante, pensato per chi cerca equilibrio e finezza più che potenza.

Un vino che si lascia bere con grande facilità, senza essere mai banale.

Petra RTG – Vino d’Artista (Maurizio Pio Rocchi)

Il secondo rosato, Petra RTG di Vino d’Artista – Maurizio Pio Rocchi, ha creato un contrasto netto con Donna Luce.

Il colore è molto più intenso, quasi da rosso, e già questo lascia intuire un’impostazione diversa.

Nasce da Barbera e Sangiovese, con selezione dei grappoli più carichi e maturi e una vinificazione a temperatura controllata intorno ai 17–18 °C.

Nel calice ho trovato un rosato strutturato, caldo, con una materia importante e una gradazione alcolica che supera quella di diversi rossi.

La sensazione è quella di un vino con margini di invecchiamento, non solo da stagione.

Per me è un rosato da tutto pasto, capace di accompagnare piatti anche corposi e di confrontarsi serenamente con molti rossi, senza sfigurare.

Un vino per chi ama uscire dagli schemi del rosato “leggero e basta”.

Numae – Vinicio Mita

Con Numae di Vinicio Mita entriamo nella parte più rossa e materica del percorso.

Nel bicchiere esprime frutti rossi maturi, cenni di mora e ciliegia, una leggera vena balsamica sul finale.

Al sorso l’ho percepito pieno, denso ma armonico, con un tannino avvolgente che non graffia e una buona persistenza.

È uno di quei rossi che si fanno ricordare per intensità, rotondità e capacità di accompagnare piatti saporiti senza sovrastarli.

Atinea – La Mugilla

Atinea Doc Riserva è un vino che non si lascia decifrare al primo sorso.

È uno di quei rossi che chiedono un attimo di tempo e un secondo assaggio per mostrare la loro profondità.

All’inizio può sembrare riservato, quasi trattenuto, poi lentamente si apre e rivela il suo carattere.

È un vino che pretende attenzione e che merita di essere incontrato di nuovo.

Montiano – Famiglia Cotarella

A chiudere la degustazione guidata è arrivato Montiano, il Merlot in purezza simbolo della Famiglia Cotarella.

Il profilo è subito profondo: frutto scuro maturo, mora, prugna, una speziatura fine e una componente balsamica che dona respiro al vino.

In bocca Montiano è vellutato, con tannini fitti ma setosi, una grande armonia e un finale lungo.

È uno di quei vini che non temono paragoni con i grandi rossi internazionali; per struttura, eleganza e persistenza, può tranquillamente misurarsi con molti Merlot di riferimento, anche francesi.

L’impressione è quella di un vino già molto godibile oggi, ma con una chiara vocazione all’evoluzione nel tempo.

Rosati ai banchi d’assaggio: eleganza e modernità

Ai banchi d’assaggio i rosati hanno confermato una tendenza chiara: non più semplici vini “di passaggio” tra bianco e rosso, ma etichette con identità propria, stile preciso e grande cura.

Sorelle – Famiglia Cotarella

è un rosato in pieno stile provenzale: colore chiarissimo, quasi trasparente, profumi delicati di fiori e piccoli frutti rossi, un sorso fresco e molto fine.

L’ho percepito come un vino basato sulla grazia e sulla leggerezza sensoriale, perfetto per chi ama i rosati più sottili, ma non per questo privi di personalità.

Il rosato provenzale delle cantine Cotarella
Il rosato provenzale delle cantine Cotarella
Amantes Rosé – Marco Mergé

ottenuto da uve Syrah, ha mostrato un carattere diverso.

Il colore resta chiaro e contemporaneo, ma al naso compaiono note speziate leggere che lo rendono subito riconoscibile.

In bocca è più strutturato, con una sapidità che allunga il sorso.

Le spezie, dosate con equilibrio, lo trasformano in un rosato da tutto pasto, capace di accompagnare piatti più saporiti senza perdere eleganza.

L’ho trovato versatile e molto accattivante, un vino che può stare bene tanto all’aperitivo quanto a tavola.

Il Rosato speziato di Marco Mergè
Il Rosato speziato di Marco Mergè

Un Pinot Grigio che gioca con lo sguardo: Molino 7Cento

Tra i bianchi assaggiati merita una menzione il Pinot Grigio Ramato dell’Azienda Agricola Molino 7Cento.

Il colore ramato, a metà tra bianco e rosato, incuriosisce subito e invita a capire quale stile ci sia dietro.

Al naso emergono note di frutta gialla, scorza d’arancia e fiori secchi; in bocca il sorso è morbido, fresco e sapido, più ampio rispetto a un bianco tradizionale, ma sempre ben equilibrato.

L’ho trovato un vino curioso e raffinato, che gioca con le aspettative visive senza mai risultare ruffiano e che dimostra quanto il Pinot Grigio, se lavorato con attenzione, possa raccontare molto più di quanto spesso gli si conceda.

Pinot Ramato Molino 7Cento
Pinot Ramato Molino 7Cento

Gli spumanti della Cantina San Marco e il Progetto Vulcanica: quattro colate laviche, quattro nature diverse

Altro spumante presente ai banchi d’assaggio e che colpisce per la sua semplicità onesta e per la capacità di essere elegante senza volerlo mostrare troppo è quello proposto dalla Cantina San Marco.

Non cerca l’effetto scenico, ma punta dritto all’equilibrio: fresco, lineare, diretto, con una bevibilità che conquista senza forzare la mano.

Cantina San Marco, Cantina Olivella, Villa Cavalletti e De Notari sono promotori del Progetto Vulcanica.

Spumante Cantine San Marco
Spumante Cantine San Marco

Un’iniziativa che unisce le quattro cantine dei Castelli Roman con filo conduttore: la volontà di raccontare, attraverso il vino, la forza dei suoli vulcanici che caratterizzano questa zona.

Quattro colate laviche, quattro nature diverse, ma un’unica direzione: valorizzare freschezza, sapidità e mineralità come tratti distintivi.

L’idea che le vigne, per sopravvivere, si aggrappino a questi terreni difficili ma generosi, estraendone il meglio, diventa una sorta di manifesto.

I vini del progetto trasmettono energia, tensione e identità territoriale, e il fatto che più cantine decidono di fare rete intorno a questo tema è uno dei segnali più maturi del Lazio contemporaneo.

Da non dimenticare altre cantine storiche presenti come Villa Simone ed il nuovo progetto “Borgo del Cedro” o la giovane cantina Torre dei falchi una piccola realtà a conduzione familiare che con i propri vini cerca di valorizzare due prodotti autoctoni storici dei Castelli Romani: Cannellino e Frascati DOCG.

Da qualche anno in collaborazione con un forno artigianale producono un panettone con uvetta di Cannellino.

Tutti i vini e le cantine presenti alla manifestazione appartengono a una fascia di produzione consapevole, identitaria e non standardizzata.

Ogni etichetta porta una storia, una tecnica e una scelta precisa.

Se c’è un filo conduttore dell’evento è proprio questo: nessuno dei vini in degustazione nasce per “assomigliare” a qualcos’altro, ma per esprimere la propria firma.

Michele La Ginestra, tra vino e leggerezza

La presenza di Michele La Ginestra ha dato all’evento un tono ancora più umano e caldo.

Sempre presente durante la degustazione, ha intervallato gli interventi tecnici con battute intelligenti, piccole osservazioni e momenti di leggerezza che hanno fatto sorridere la sala senza mai distrarre dal contenuto.

La complicità con Luca Maroni è apparsa evidente: uno scambio naturale, fatto di amicizia e stima reciproca, che ha reso la serata meno formale e più vicina alle persone.

Un esempio di come il vino possa essere raccontato in modo serio, ma non serioso.

Arte, scienza e tecnologia: la villa come protagonista

L’evento non si è limitato al vino.

Grazie a dei visori, in 3D, i partecipanti hanno potuto esplorare virtualmente Villa Mondragone, muovendosi tra sale, affreschi e dettagli architettonici che, spesso, sfuggono durante una semplice visita.

La presentazione, fuori programma del Pendolo di Foucault ha aggiunto una dimensione quasi teatrale e scientifica allo stesso tempo: un oggetto che affascina per la sua eleganza e per il modo in cui rende visibile il movimento della Terra.

Pendolo di Foucault custodito a Villa Mondragone
Pendolo di Foucault custodito a Villa Mondragone

È stato un finale particolare, diverso dal solito, che ha lasciato una sensazione di curiosità e stupore.

Questa due giorni ha confermato l’immagine di un Lazio vitivinicolo in evoluzione, sempre più consapevole delle proprie potenzialità e della ricchezza dei suoi territori.

Dalle bollicine di Malvasia Puntinata ai rosati in stile provenzale, dai rossi strutturati fino ai progetti condivisi sui suoli vulcanici, emerge un messaggio chiaro: non si tratta più di singole eccezioni, ma di un movimento che chiede di essere ascoltato.

Villa Mondragone si è rivelata una cornice perfetta per unire vino, cultura e accoglienza.

Si torna a casa con la voglia di approfondire, scoprire nuove cantine, riassaggiare alcuni vini con più calma e seguire l’evoluzione di questo territorio.

Il Lazio ha ancora molto da dire: eventi come questo dimostrano che, finalmente, ha iniziato a farlo con voce chiara.

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Napoletana di nascita e romana d’adozione, dal 2010 vivo nella Capitale, dove lavoro come IT Manager. Da buona donna del Sud, amo la cucina tradizionale, i sapori autentici e le tavole conviviali, anche se preferisco più stare davanti ad una tavola imbandita che dietro ai fornelli. Le contaminazioni moderne? Le accetto, ma con moderazione. Diciamo che, se volete conquistarmi, una buona pizza batte sempre il sushi! Ho molte passioni: il cinema anni ’50 e ’60, il teatro, i romanzi gialli, la musica, l’opera lirica, la disco music rigorosamente anni ‘70 e ’80 e sono una grande tifosa del Napoli. Quando posso mi piace viaggiare tra borghi e luoghi poco battuti, od andare alla ricerca di ristoranti e realtà che coniugano semplicità e raffinatezza, dove poter vivere quelle esperienze “per molti, ma non per tutti”. Nel 2022 mi sono avvicinata per curiosità al mondo del vino. E pensare che credevo di essere astemia! È stato amore a prima vista. Da allora ho iniziato a studiare, a degustare e a partecipare a corsi e masterclass, fino a diplomarmi Assaggiatore ONAV e certificarmi Wine Ambassador. E non mi fermo qui, perché la mia sete di sapere (e di vino) continua a spingermi verso nuove avventure Nel 2025 ho creato un mio blog, Un bicchiere alla volta per condividere, con curiosità e leggerezza, le emozioni che nascono da un calice di vino e da un buon piatto. Con molta umiltà, cerco di non parlare di tecnicismi, ma di raccontare le emozioni che il vino sa suscitare. Come diceva Socrate, “so di non sapere”, e ogni calice resta per me un piccolo mondo da scoprire.
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