I paesi dell’interno si spopolano perchè le politiche di sviluppo privilegiano la pianura.

E LA CASTAGNA NE È L’ESEMPIO PIU’ EVIDENTE.

Con la caduta delle prima foglie arrivano le castagne. Tutti le aspettano, bambini ed adulti, in montagna e in città. Che meraviglia passeggiare nelle strade dei centri urbani e sentire l’intenso profumo delle caldarroste.

Ma tanto entusiasmo dura l’espace d’un matin, lo spazio di una mattinata o meglio di un mese.

A ottobre si raccoglie, a fine mese, in ogni paese si organizza, si organizzava, una sagra e poi arrivederci all’anno prossimo.

La castagna è un po’ come la stella cometa: tutti l’aspettano ma nessuno ne sa molto di più.

Questo frutto è il simbolo della media montagna italiana. Una estensione enorme che va dalle Alpi alla punta estrema della penisola.

In molti paesi dell’interno è una risorsa importante.

Io sono originario di Acerno (Sa), un “ridente” comune della Campania interna con poco meno di 3000 abitanti.

Nel territorio comunale dominano due piante: il faggio e il castagno, quest’ultimo coltivato in circa 700 ettari.

Negli anni passati ad ottobre il paese si fermava e tutti si dedicavano esclusivamente alle castagne.

AI miei tempi le scuole elementari iniziavano a novembre, perché tutti o quasi i bambini andavano a raccogliere le castagne.

A novembre, finita la raccolta si selezionavano e si vendevano.

E le castagne venivano utilizzate anche come merce di scambio per comprare la frutta o il pesce che venditori portavano dall’esterno.

E anche per pagare il cinema.

Ricordo di aver visto il mio primo film al cinema, quando ancora non c’era la televisione: il Diavolo Bianco, con Rossano Brazzi, un film del 1947 ma che ad Acerno arrivò dieci anni dopo.

E questi riti avvenivano un po’ dappertutto ed animavano la montagna di tutta la penisola.

castagne

Da anni in Italia si fa un gran parlare dello spopolamento della montagna.

Già Realacci, negli anni ’90 presentò un progetto di legge per rianimare i piccoli paesi dell’interno.

Barberis propose ed ottenne che gli alimenti prodotti in montagna potessero utilizzare il marchio “montagna”, ma tutto qui. La castagna è l’unica coltivazione che non riceve contributi dalla politica agricola comunitaria.

Tutte le altre colture sfruttano ed utilizzano fondi ed agevolazioni a più livelli e poi ricerca, servizi di sviluppo, crediti.

La castagna invece è fuori da tutti gli interventi pubblici, salvo rari e localizzati supporti, e riesce a godere dei supporti dei servizi con estremo ritardo.

Quest’anno è un’annata discreta, riusciremo a mangiare le castagne ma negli ultimi dieci anni abbiamo fatto fatica a causa del Cinipide e della muffa. E non è detto che sia finita.

Come mai?

Perché la ricerca è assente, latitante e, quindi, gli interventi sono pochi e limitati nel tempo.

La settimana scorsa sentivo Geo su Rai 3. Con la conduttrice c’era un rappresentante della Coldiretti che raccontava le castagne.

Aveva davanti 3 cesti: uno con castagne di medio calibro e due con un calibro grande. L’esperto spiega che il prezzo delle castagne è legato alla pezzatura: meno castagne vanno in un chilo e più il prezzo è alto.

La conduttrice chiede allora del perché ci siano due cesti con castagne grandi.

La risposta è che negli ultimi anni in Italia si sono diffusi degli ibridi con una castagna giapponese, perché resistente al cinipide e più precoce.

Però ci tiene subito a precisare che, però, quelle castagne sono meno gustose delle nostre, più piccole ma con un flavour più importante.

In pratica, se valutiamo le castagne locali, allora prevale il calibro, se invece le nostre le mettiamo a confronto con materiale genetico importato, allora l’unità di misura diventa la qualità organolettica.

E comunque, è tutto vero: il prezzo si fa in base alla pezzatura, anche se il gusto ne è inversamente correlato.

Nel castagneto di famiglia avevamo 80 piante; di queste solo una era della varietà “Riggiola”, la più grande, quattro o cinque erano “palommo”, una castagna più larga che alta, un po’ come la colomba pasquale e una era selvatica, non innestata, che produceva castagne molto piccole.

Noi, quando dovevamo preparare le caldarroste, privilegiavamo le piccole selvatiche, poi le palomme e infine le “nzerte”, le innestate.

Evitavamo le riggiole, troppo grandi e quasi insipide.

Quindi, la castagna non fa eccezione nel panorama gastronomico italiano: la relazione fra prezzo e qualità è casuale.

Resta però il fatto che, unica fra tutti, è ignorata e non rientra mai nelle politiche di sviluppo.  Vogliamo trattenere i giovani nei paesi interni della nostra penisola?

Incominciamo dalla valorizzazione della castagna e dall’indotto che ne potrà derivare. E stiamo parlando di una modello che già esiste, non dobbiamo inventarlo. E se ci guardiamo meglio intorno, potremo scoprire che ci sono altre realtà, come la castagna, ignorate e che potremmo valorizzare.

Roberto Rubino

Ha diretto per oltre trenta anni il CRAE di Bella, Italia. Si è occupato di sistemi pastorali in particolare ha studiato la relazione fra erba e qualità del latte e dei formaggi. Ha fondato Anfosc, Associazione nazionale formaggi sotto il cielo, di cui è oggi Presidente e la rivista Caseus.
Attualmente è impegnato sul Metodo Nobile, che ha ideato, messo a punto e che sta provando a sviluppare in diverse aree del mondo.

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