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I vini delle Barbagie

Nella bellissima Sardegna ci sono almeno una novantina di microterritori che, per paesaggio, clima, flora e fauna, lingua, dialetti, caratteri, usi e costumi sono molto diversi fra loro. Conviene perciò abituarsi a parlare di Barbagie, al plurale, e non c’è gente che lo possa capire meglio di quella del mondo del vino, che sa distinguere vigneto per vigneto le ragioni del proprio amore. Sono la Barbagia Ollolai, la Barbagia Belvì, la Barbagia Seulo e i loro contrafforti del Supramonte, del Mandrolisai, del Sarcidano e dell’Ogliastra. Come concluse David Herbert Lawrence (l’autore de L’amante di lady Chatterley) nei suoi straordinari appunti di viaggio Sea and Sardinia ”c’è una Sardegna ancora non conquistata, è dentro la rete della civiltà europea, ma la rete non è stata ancora tirata in secco”. Regno di sovrumani silenzi, poche strade quasi dovunque deserte, le distanze tra i borghi sembrano immense e l’isolamento di alcune zone è ancora oggi totale.

Foreste inaccessibili, picchi granitici, gole, un migliaio di grotte conosciute, valga ad esempio per tutti l’aspro paesaggio lunare del Monte Corrasi o Supramonte, che venne scelto da John Huston per la scena del sacrificio d’Isacco nel notissimo film ”La Bibbia”. La strada costruitagli apposta per le riprese è la stessa ancora usata per portare lassù i turisti. Una natura selvaggia dai sapori estremi, connubio di profumi e fragranze, sentore di macchia, lentisco, mirto, alloro e rosmarino che rendono inconfondibile ogni pietanza di carne o di pesce, ogni salsa, ogni ripieno e che si riconosce nei suoi vini rossi montanari di Dorgali, Oliena, Jerzu e del Mandrolisai.

Chiamiamoli pure con i nomi dei paesi di provenienza perché sono vini speciali che recano in sé l’impronta dei monti all’ombra dei quali nascono e la traccia dei caratteri della gente di questi paesi aggrappati ai fianchi scoscesi delle montagne, ma che 15.000 anni fa abitava nelle voragini come Tiscali sopra la spettacolare valle di Lanaittu, che sale dalle sorgenti del Cedrino di Su Gologone tra pareti rocciose e guglie calcaree. Popolazioni fiere e operose che ancora chiamano in sardo Perda Crapias il massiccio del Gennargentu, cioè Porta d’Argento che è invece il nome datogli dal generale Alberto La Marmora (si può salire comodamente sul Monte D’Iscudu o sul Bruncu Spina da dove nelle giornate particolarmente nitide si vedono i tre mari). Uniti sanno farsi rispettare, presidiano orgogliosamente i loro boschi dagli incendiari e sanno vincere anche le sfide più grosse, come testimoniano le migliaia di uomini, donne e bambini che occupando per tre giorni e tre notti il verdissimo pascolo di Pratobello nel luglio 1969 impedirono di farne un poligono di tiro militare. Questo è il cuore della Sardegna, da cui parte la stupefacente strada verso Foresta Montis e i suoi mufloni oppure per i maestosi boschi che scendono a Orgosolo, colorata interprete della storia attraverso i murales dipinti sulle case.

Del resto, accanto al cuore ci vuole molto carattere per fare crescere le vigne fino a 1.000 metri d’altezza, come quella stupenda dai ceppi antichi e rugosi sulla strada tra Tonara e Desulo che ci dona un vino nero asciutto, secco, di grande personalità, il miglior vino da cinghiale che io conosca. Il territorio intorno è suggestivo, con alberi di quercia, leccio, castagno, nocciolo, agrifoglio e roverella, con angoli di forte intensità naturale, con meraviglie ambientali e luoghi selvaggi dal paesaggio incantevole e cromatico. Il clima è caratterizzato da scarsissime piogge e da una lunga estate, che contribuiscono alla perfetta maturazione delle uve anche nelle annate più fresche tra fine settembre e la seconda metà di ottobre, nonché all’ottima riuscita dei vini da varietà Cannonau, Girò, Monica nera, Muristeddu o Bovale sardo e Nieddu mannu.

Gli appezzamenti vitati ”ad alberello” (cioè con vite molto bassa e che si regge da sola) secondo tradizione, o a spalliera, appartengono in genere a piccoli e medi viticoltori che conferiscono le uve alle cantine sociali o le vendono alle cantine private di grande tradizione vinicola. Queste sono in grado di ottenere il massimo livello qualitativo per la possibilità di diraspare con moderni macchinari i mosti macerati circa 10 giorni e di invecchiare il vino in grandi botti di rovere, nelle pièces da 500 litri o nelle barriques da 225, per un periodo da uno a tre anni, insieme alla disponibilità di procedere ai necessari affinamenti in bottiglia che superano l’anno quando non sono almeno due.

I vini ottenuti sono molto corposi, tanto che qui si chiamano neri anche se il colore è rosso rubino intenso, gli stessi colori prevalenti nei costumi barbaricini impreziositi da pizzi e filigrane d’oro o d’argento. Il profumo è deciso, morbido e caldo, si sente la montagna sotto il sole fra il canto delle cicale, ricorda la mora e i piccoli frutti del sottobosco. Il sapore è fruttato, immediatamente avvolgente, estratto in tutta la sua completezza dalla terra asciutta e pulita di montagna. Tenore alcoolico notevole, si va dai 12 gradi dei vinelli da tutto pasto fino ai 13,5 normalissimi per i rossi da arrosti e porcetti allo spiedo, ma è una fatica trattenerli sotto i 15 gradi per poterli assicurare al commercio, perché sono vini naturalmente da selvaggina, in mezzo alla quale crescono. C’è anche una tradizionale produzione di Cannonau rossi dolci (come i vini Pardu, Su Gucciu e Tiu Sebiu) e dalle valli più ventilate con vendemmia precoce viene perfino un delizioso Moscato. Alcune cantine accontentano inoltre i palati più delicati con degli ottimi e freschissimi rosati.

Nelle Barbagie la civiltà è legata al lavoro della terra, oliveti e sugherete in primo luogo, e alla pastorizia con i suoi formaggi esportati in tutto il mondo. Però i bambini imparano fin da piccoli ad amare il vino ed a temere l’acqua, con la favola de ”sa mamma de sa funtana”, la strega cattiva abitante in fondo ai pozzi d’acqua, che le nonne raccontano volentieri, in modo da tenerli lontani da tentazioni pericolose. La vitivinicoltura è sempre costata molta fatica e ha prodotto poco reddito per le condizioni climatiche, ambientali, la mancanza d’acqua e il frastagliamento del territorio. Solo negli ultimi vent’anni l’enologia nazionale ha scoperto il valore in genere dei vini sardi, che hanno affrontato un’autentica rivoluzione. Ma l’incredibile frazionamento del territorio e le conoscenze limitate di un turismo orientato alle zone prettamente marine, grandi consumatrici di profumati vini bianchi da abbinare al pesce molto fresco, devono ancora far scoprire le gigantesche possibilità delle montagne centrali per la produzione di vini rossi di sicuro talento.

Un freno notevole è il deleterio fenomeno del turismo mordi e fuggi, che non riesce a fare apprezzare la bellezza dell’immersione completa nella natura, molto più indicata dove questa ha fascino autentico e cioè verso l’interno, che rimane isolato dalla fascia degli investimenti. Non ultima causa è la diffidenza dei barbaricini per tutto ciò che viene da fuori. Millenni di pace sono stati interrotti da invasioni cartaginesi, romane, pisane, genovesi, spagnole, tutte respinte spada alla mano alle soglie delle Barbagie che sono rimaste inviolate e solenni. Il codice barbaricino è talmente forte da superare anche le leggi mutevoli degli Stati che ne hanno via via rivendicato il territorio. Sono rimasto affascinato una notte dalle musiche e dai canti di gruppi di giovanissimi che si divertivano al buio fitto sotto le piante oltre le ultime luci della dolce Tonara, con le ragazzine che venivano a rifornirsi di gelati per tutti e rientravano nel bosco, mentre i genitori potevano dormire sonni tranquilli perché nessuno avrebbe osato anche soltanto pensare di comportarsi ineducatamente con loro. Invece a Milano, Torino e in genere nel continente, nonostante l’Europa, la Legge e la presenza delle forze dell’ordine, vige praticamente il coprifuoco.

Il detto ”Furat chie furat in domo o chie venit dae su mare” (ruba chi ruba in casa o chi viene dal mare) è frutto delle tristi esperienze della legge delle ”chiudenda” che introdusse le recinzioni private in territori fino ad allora collettivi, della tassa sul macinato e delle razzie dei predoni in divisa che comandavano di turno a Gasteddu (Cagliari) e che hanno provocato rivolte e guerre di bande armate contro la loro tirannia. Oggi che c’è un rinnovato interesse nazionale a difendere la peculiarità di queste zone dallo scempio del paesaggio, dall’invasione turistica incontrollata, dal saccheggio dei siti archeologici, dall’apertura di cave e da tutti i fenomeni dell’inciviltà moderna, occorreranno generazioni perché il barbaricino non si senta ”solu che sa fera” (solo come una belva) contro tutto e contro tutti e con l’unico desiderio di lasciare tutto com’è, ”che già va bene”

Tenendo conto di questa realtà di pensiero radicato molto profondamente, occorrerebbe un’oculata politica di finanziamento delle attività di ampliamento delle superfici vitate attuali condotte dalle piccole e medie imprese locali. Sarebbe necessario disciplinare le produzioni DOC in modo corrispondente alla vitivinicoltura reale, cioè con una maggiore specificità. Le regole dell’attuale DOC unica per tutto il Cannonau di Sardegna, per esempio, che è tra le più estese d’Italia, valgono da trent’anni per tutta l’isola dal mare alla montagna e soffrono per giunta del precario equilibrio nato già in origine tra alcuni limiti fissati col bilancino del farmacista e altri con la superficialità del politico, al quale le attuali varietà organolettiche dei vini non corrispondono più. Era vista allora come un grande veicolo pubblicitario comune per vini che invece sono tra loro tanto diversi da mal sopportare perfino la compagnia, se ne accorgono ormai in tutto il mondo e non è più il caso di prolungarne l’agonia.

Lasciando pure il marchio della Regione Sardegna sulle bottiglie, che si facciano finalmente altrettanti diversi, finalmente diversi, disciplinari di zona: come si fa a tenere ancora insieme i vini delle coste, fra loro lontanissime, con quelli della pianura del Campidano o delle colline calcaree coltivate a sughero oppure delle granitiche montagne? In poche parole, ci vorrebbe un po’ di coraggio e di senso pratico in campo finanziario e legislativo, altrimenti gli eccellenti vini delle Barbagie rimarranno per decenni soltanto dei tesori per pochi eletti, “fizos de un’insigna, liberos, respettados, uguales” (Peppino Mereu, di Tonara). I produttori delle Barbagie con le più ampie capacità commerciali e alcuni dei loro vini rossi migliori sono: Cantina Giuseppe Sedilesu, tutti, Mamoiada
Antichi Poderi di Jerzu: Cannonau Riserva, Chuerra, Josto Miglior, Marghia.
Cantina Sociale Dorgali: Cannonau, Fuili, Noriolo.
Cantina Sociale del Mandrolisai: Mandrolisai rosso.
Cantina Sociale dell’Ogliastra: Cannonau.
Cantina Sociale di Oliena: Nepente di Oliena.
Gabbas Giuseppe: Dule, Lillovè.
Perda Rubia di R. Mereu: Perda Rubia.
Vitivinicola Gostolai di G. A. Arcadu: Nepente di Oliena.
Vitivinicola di Jerzu: Cannonau.
Vitivinicola eredi A. Loi: Cannonau Riserva e Cardedo.
Vitivinicola Orvuddai di G. Puddu: Cannonau.



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