Identità golose 2026: il nuovo a tutti i costi, o la normalità?

Identità golose 2026

Identità golose 2026: il nuovo a tutti i costi, o la normalità?

Non ci sono più le folle oceaniche di 10 anni fa, e questo la dice lunga circa il decrescente interesse mediatico nei confronti del fine dining.

Identità Golose, il congresso internazionale di alta cucina giunto alla 21ma edizione, tuttavia, rimane pur sempre uno specchio delle tendenze contemporanee della ristorazione, fra i residuali slanci avanguardistici, e il sempre più forte bisogno di normalità.

È proprio questa dicotomia a essere andata in scena ieri, nell’ultima giornata dell’edizione 2026 che si è tenuta come sempre a Milano, all’interno dell’argomento cornice di quest’anno, “La libertà di pensare”.

(Diciamocelo pure: queste tematizzazioni ci sono sempre sembrate delle sovrastrutture in buona parte pretestuose, cioè così ampie da consentire a ogni chef ospite di dire un po’ quello che voleva, comunque).

Ma veniamo a ieri, e alla dicotomia.

La prima faccia della medaglia: famolo strano.

Massimiliano Alajmo c’è sempre sembrato uno chef esageratamente alla ricerca (ossessiva) di qualcosa di nuovo, come se il semplice atto del cucinare (bene, poi: a Le Calandre) non fosse sufficiente.

Qualche anno fa lo ricordiamo nell’atto di presentare un piatto al quale era stato applicato (sotto) un microfono collegato via bluetooth a delle cuffiette.

Il risultato? Quello di ascoltare i suoni generati dalle posate, così che la propria colonna sonora (suoni digestivi “poco ortodossi” compresi!) finissero per far parte dell’esperienza.

Ieri: in un’epoca in cui manca tanto la parte relazionale, per come siamo diventati degli automi da cellulare, ci ha pensato lui, con il contributo di Massimiliano Zampini, docente di Scienze Cognitive a Trento.

Ha così creato un piatto intitolato “Relazioni”, in cui – come nella succitata proposta – il cibo è quasi incidentale, perché al centro ci sono tre coppie di posate di legno unite con dei fili: se tiro io il filo della forchetta, tu non la puoi usare (a Roma si direbbe “se magno io nun magni tu”).

Ce n’era bisogno? Già le tagliatelle di mamma ci obbligano a imparare l’arte della convivenza (se tu ne prendi troppe dalla zuppiera, ne rimangono poche per me).

Massimiliano Alaimo
Massimiliano Alaimo

La seconda faccia della medaglia: l’alta normalità.

Conservare per ben 15 anni consecutivi le fatidiche 3 stelle Michelin, quelle che tanti chef possono solo sognare, bisogna avere i piedi per terra, e la testa fra le nuvole, cosi da unire indissolubilmente la concretezza alla fantasia.

Per questo Identità golose 2026 ha premiato questi 15 anni della famiglia Cerea, quella che porta avanti la memoria del padre Vittorio nel nome di quella cucina che unisce il passato con il futuro, banalmente (banalmente?) sotto il segno della bontà.

A parlare è stato Chicco: “Ognuno di noi ha un elemento di papà:
Bobo la golosità, Francesco la capacità di relazionarsi, Lella la determinazione e la furbizia,
mamma Bruna la capacità di essere sempre un esempio.

Io? La pazienza di sopportarvi tutti!”.

E allora: viva l’originale normalità di “Da Vittorio”!

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Giornalista e critico cinematografico ed enogastronomico per Il Messaggero, Gambero Rosso, Radio Roma Capitale e Cinecritica. Insegna Giornalismo Culturale e Storia dell'alimentazione in Sapienza, ed è regista del film Fritti dalle stelle, un documentario satirico sull'alta ristorazione visibile su Prime video. È inoltre autore e conduttore del programma "Come ti cucino un film", in onda su Gambero Rosso Channel, nel quale - grazie alla Cinestologia - racconta il cinema con delle associazioni alla tavola.
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